Storia

 

 

Osservazioni inutilizzabili di due coetanei assassinati

di Alessandro Treves

 

Nati entrambi nel 1922 a 4 giorni di distanza l’uno dall’altro, Itzhaq Rabin il 1 marzo e Pier Paolo Pasolini il 5 marzo, sono stati assassinati a 20 anni e 2 giorni di distanza, il 2 novembre di 40 anni fa il secondo, il 4 novembre di 20 anni fa il primo, il quale quindi ha vissuto esattamente 20 anni e 6 giorni più a lungo. Ucciso vicino alla Città Eterna, Pasolini era nato nella godereccia Bologna, prima universitas in Occidente (1088); nato nella Città Santa, Rabin è stato ucciso nella godereccia Tel Aviv, prima civitas degli ebrei occidentali tornati in oriente (1909). Inizialmente stimolato dalle coincidenze anagrafiche, di cui tanti altri si saranno accorti prima di me, sento adesso il bisogno di fermarmi nella mia deriva pseudo-ghematrica, perché in fondo 1088 non è che abbia molto a che fare con 1909, neanche provando… però, aspetta… trasponendo gli zeri… nel 1099 i Franchi entrano a Gerusalemme, mentre nel 1808 i Francesi entrano a Roma… basta! stop! La ricerca ossessiva del significato dei numeri è un gorgo in cui non bisogna lasciarsi trascinare.

Senonché. Leggo dell’intervista rilasciata da Itzhaq Rabin nel 1976, la cui registrazione è inclusa in un nuovo filmato, brani del quale sono stati trasmessi il giorno dopo Kippur nel notiziario del secondo canale della TV israeliana. Nell’intervista Rabin, in uno sfogo che non intendeva fosse reso pubblico, si riferisce agli insediamenti israeliani nei territori occupati come ad un “cancro”. Mette in guardia contro la trasformazione d’Israele in uno stato che pratica l’apartheid nei confronti di un milione e mezzo di palestinesi. Capo del governo in carica, definisce il movimento del Gush Emunim, che guidava allora la colonizzazione (con la complicità, almeno così ci diciamo sempre, di pezzi del governo laburista, in particolare dell’allora ministro della Difesa ed eterno rivale Shimon Peres), come appunto un “cancro nell’utero sociale e democratico dello stato d’Israele”, un “corpo [גוף, guf, suggerisce un tumore] che ha preso la legge nelle sue mani”.

Apartheid. Cancro. Termini che secondo molti autoproclamati paladini d’Israele sarebbero frutto dell’odio antisionista (“che è lo stesso di antisemita”) della sinistra europea. Usati 39 anni fa dal Primo Ministro dello stato d’Israele, evidentemente un ebreo divorato dall’odio di sé.

E allora si chiarisce la connessione con Pasolini, che non riguardava l’anno di fondazione dell’università di Bologna, mi ero un po’ confuso. Riguardava il documentario Sopralluoghi in Palestina per il film “Il Vangelo secondo Matteo”, che è stato proiettato il 4 settembre alla Cinematheque di Tel Aviv, nell’ambito della retrospettiva su Pasolini organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura con Alon Garbuz, Dan Muggia e altri. Realizzato su richiesta del produttore del Vangelo, Alfredo Bini, per convincere altri finanziatori del lavoro svolto, il documentario nasceva dall’aver pensato ai luoghi della prima predicazione evangelica come allo scenario naturale per le riprese del film, e nel giugno 1963 Pasolini era andato in visita di ricognizione, accompagnato da don Andrea Carraro della Pro Civitate Christiana di Assisi.

In due settimane fra il lago di Tiberiade, Nazareth, Betlemme e Gerusalemme il regista si rende conto che i luoghi non corrispondono a quelli di cui la sua immaginazione di cineasta ha bisogno, e le persone ancora meno. Il film verrà poi girato nel meridione d’Italia, ma del viaggio esplorativo rimane una pellicola di 55 minuti, cui Pasolini stesso aggiunge un commento/narrazione audio, improvvisandolo in sala di doppiaggio. Pellicola rimasta sostanzialmente non vista. Ed interessantissima, per uno sguardo dall’esterno sull’Israele di prima della guerra dei Sei Giorni. Uno sguardo penetrante e trasversale, di intellettuale che era venuto per tutt’altro scopo che non per commentare i rapporti fra israeliani e palestinesi, su cui il documentario non si sofferma minimamente. Non traspare alcuna ostilità verso il giovane stato, anzi semmai ammirazione per le sue realizzazioni e la sua rapidissima modernizzazione, anche se proprio questa è una delle cause del fallimento del viaggio. Tutto ciò che si vede di ebraico, nel documentario, è troppo moderno, e quindi inutilizzabile per le riprese del Vangelo. I volti degli ebrei israeliani, modernissimi, non se ne parla proprio. C’è una breve pausa nella ricognizione, quando Pasolini visita il kibbutz Bar’Am e si informa dalla giovane famiglia Luzzati, con curiosità e simpatia, dell’educazione in comune dei figli nella società collettivistica del kibbutz. Ma è una comune lontana anni luce dalle comuni dei primi cristiani cui forse sta pensando. Di punti di contatto visivo, fra gli ebrei del tempo di Gesù e gli ebrei d’Israele, Pasolini non ne vede. Gli ebrei sono inutilizzabili.

E i palestinesi? Per quanto riguarda i luoghi, inutilizzabili anche quelli. I luoghi autentici della vita di Gesù quasi duemila anni dopo appaiono, anche quelli che si sono preservati e non sono stati “contaminati dalla modernità”, come angusti, miseri, che soffocano l’immaginazione invece di stimolarla. Si vede Pasolini camminare sulle colline brulle della Galilea e nella depressione assolata della valle del Giordano, sempre con la camicia abbottonata di tutto punto e senza mostrare la minima traccia di sudore, evidentemente cinquant’anni fa non si era diffusa la compulsione a bere; ma non lo si vede abbeverarsi neanche in senso spirituale, per lui la visita è un susseguirsi di delusioni estetiche.

Quanto alle persone, agli arabi israeliani (ancora soggetti alla legge marziale, ma non se ne fa menzione); ai pastori, agli abitanti dei villaggi diroccati, ai bambini che si affollano intorno al regista festosi, e lui ci scherza con la naturalezza del maestro di scuola; inutilizzabili anche loro, ma non certo perché troppo moderni. Al contrario, inutilizzabili perché espressivi di una gioiosità pre-cristiana, in cui Pasolini stenta a ritrovare quei volti scavati dalla sofferenza di cui la sua estetica sentiva il bisogno. Se i volti degli ebrei sono ormai contaminati dalla modernità, quelli degli arabi, e dei drusi, in cui Pasolini anche s’imbatte, non gli appaiono abbastanza contaminati dalla cristianità. Non esprimono la Passione della sofferenza. Inutilizzabili. Una parola che il regista ripete più volte, come trovandoci un retrogusto agrodolce, forse a conferma di una decisione già maturata interiormente di girare il film vero e proprio in Italia. E il documentario lascia un gusto dolceagro nello spettatore italo-israeliano, una sensazione di grande bellezza visiva ma anche di un’occasione perduta.

Chissà, se quella sera Pasolini fosse stato più cauto, o se i presunti misteriosi mandanti di Pino Pelosi gli avessero concesso di vivere, chissà se non avrebbe trovato adesso, sui volti dei palestinesi, i segni della cristiana sofferenza che non era riuscito a trovare mezzo secolo fa. E chissà, se in quell’intervista Rabin fosse stato meno cauto, o se i presunti misteriosi mandanti di Yigal Amir avessero deciso di toglierlo di mezzo vent’anni prima, chissà se Shimon Peres e gli altri di quella classe dirigente laburista, che aveva ancora il timone di Israele, non si sarebbero svegliati bruscamente dall’ebbrezza seguita alla guerra dei Sei Giorni; eseguendo finché c’era modo di farla quella virata che ora, arrivati alle rapide e col timone in mille pezzi, sembra così difficile.

Alessandro Treves - Trieste e Tel Aviv

 

Si può sentire il servizio sul nuovo filmato dedicato a Rabin sul secondo canale online http://www.mako.co.il/news-israel/entertainment-q3_2015/Article-2a9bfd70f700051004.htm&Partner=flash_embedplayer

Del documentario di Pasolini si può leggere, e vedere qualche immagine, su http://www.pierpaolopasolini.eu/cinema_soprallPalestina_LLepri.htm ma le mie impressioni guardandolo erano piuttosto diverse da quelle, più italiane, di Loris Lepri che ha scritto il testo online.