Filosofia

 

 

Il cercatore di oggetti
Emancipare il marxismo dal paganesimo

di Manuel Disegni

 

Tre quarti di secolo or sono moriva Walter Benjamin. Era il 26 settembre del 1940 ed egli fuggiva dai nazisti. Giunto alla frontiera franco-spagnola era braccato. Vide nel suicidio l'unica possibile via di scampo alla deportazione, e la imboccò. La sua paura più grande era che la sua debole voce rimanesse inascoltata.

La fine di questo filosofo berlinese, fra gli intellettuali - a parere di chi scrive - più significativi del secolo scorso, rappresenta emblematicamente la distruzione dell'ebraismo tedesco e dell'irripetibile afflato rivoluzionario di cui esso fu portatore ad opera del fascismo.

In occasione del 75esimo anniversario di Benjamin Hakeillah vuole ricordarne la figura. Voler tracciare un profilo anche solo biografico della sua complessa personalità sarebbe un'impresa superba. Si contenterà il lettore di un piccolo tentativo di nominare alcuni temi del suo immenso lascito, alcuni fra quelli che ci paiono più urgenti.

Walter Benjamin è disordinato anche come scrittore. Sistematicamente antisistematico, fin quasi al punto da risultare irritante ai suoi lettori (anche ai pochi che lo capiscono). È un lupo solitario, non v'è tradizione in cui si lasci collocare appieno. E non perché egli rifiuti le tradizioni: rompe con esse perché vuole salvarle, tutte, dai musei. Nella sua opera si incontrano e compenetrano in modo eclettico gli influssi più diversi: romanticismo, marxismo, messianismo ebraico, filosofia classica tedesca, critica letteraria, artistica e sociale... Ai trattati preferisce aforismi e saggi brevi. Il compito della filosofia, il compito di chiunque ami la verità, non sta tanto, secondo lui, nel costruire sistemi coerenti per la spiegazione del mondo, nel rintracciare il fondamento ultimo del reale o il suo sommo principio. La via che egli percorre è inversa: si parte dai fenomeni transeunti e si scova in essi il contenuto di verità di cui son portatori, si tenta di trattenerlo, di salvarlo dal destino di caducità cui è soggetto. Il filosofo è un cercatore di oggetti, un collezionista, un voyeur, un maniaco di cianfrusaglie: egli tenta di cogliere la voce che, dal passato sommerso, chiama il presente al risveglio. Questa voce, proprio come il messia, può giungere da un momento all'altro senza quasi che uno se ne accorga: perciò ci va presenza di spirito, attenzione. Si tratta di non farsi trovare impreparati al presentarsi dell'occasione. È una tensione continua. In battaglia non ci si può permettere di calare la guardia.

Fra le amicizie di gioventù che più segnarono il nostro vi è senz'altro quella di Gershom Scholem. Benjamin non smise mai di litigarci; Sholem, anche nella maturità, dall'alto della sua cattedra gerosolimitana, non smise mai di invidiargli il genio e il fascino. Eppure l'influsso del professore sul ribelle scapestrato non può esser sopravvalutato. Benjamin discendeva da una famiglia della borghesia ebraica prussiana del tutto assimilata, e quasi tutto ciò che sapeva di ebraismo l'aveva assorbito avidamente da conversazioni ed epistolari con Scholem, il quale gli parlava di Cabala e di messianismo. Questo filone d'interesse giovanile costituirà in seguito uno dei pilastri della concezione della storia elaborata negli anni della maturità. Non altrove che nel suo confronto con l'ebraismo van cercate le origini di quella tensione, che percorre il suo pensiero, fra l'attesa messianica della terra promessa in cui zampillano latte e miele e la felicità va a braccetto con la giustizia, e la memoria storica delle catastrofi passate, delle innumerevoli vittime senza nome, le generazioni di oppressi invendicati. Se questo peculiare rapporto fra lutto e speranza va certo ricondotto all'esperienza di Benjamin della religiosità ebraica, non si può tacere - come alcuni fanno - che il troncone filosofico in cui esso è innestato è il materialismo storico di Marx e Engels. Le nozze fra messianismo e marxismo che si celebrano nell'opera benjaminiana costituiscono l'operazione più originale della sua filosofia. La concezione materialistica della storia - nella versione scolastica adottata dai partiti della Seconda Internazionale, quella cioè per cui il corso delle cose umane può esser spiegato meccanicamente, come nelle scienze naturali, secondo l'ordine lineare di cause e effetti - per Benjamin è insufficiente rispetto al compito che le spetta, quello di essere la teoria della rivoluzione. Questo materialismo arido, un marxismo impoverito, svuotato del suo nucleo di speranza - Benjamin lo chiama storicismo - è, ai suoi occhi, segretamente complice con le classi dominanti. Esso dà gli avvenimenti per scontati, conclusi, immutabili: ha in sé un credo superstizioso, pagano, nel destino, nelle misteriose potentissime forze della natura, dell'economia. Emancipare il marxismo dal paganesimo che gli cresce dentro come un parassita, quel feticismo delle forze produttive che tanto a est quanto a ovest poté affossare il progetto comunista, questa era la missione di Benjamin. Egli cercò con passione, e con disperazione, di annunciare a tutti i comunisti, anche nell'ora più buia dell'apparente dominio incontrastato della reazione hitleriana, che basta poco per vincere, anzi che la vittoria è assicurata, se solo s'inverte la rotta. Il materialismo storico deve prendere al suo servizio la teologia: una simile coalizione non può mai perdere.

Benjamin invitava i marxisti a scrollarsi di dosso anni di subalternità culturale al positivismo, ai saperi tecnici, alle mitologie del progresso, per recuperare il proprio contenuto originario di lotta e di speranza. Nella teologia, che è la dottrina della salvazione, della redenzione del passato oppresso, egli vedeva l'antidoto a paganesimo e mitologia. Le concezioni ottimistiche del progresso contro cui egli si batteva erano il terreno del compromesso segreto fra la borghesia (e la sua filosofia positivistica) e la socialdemocrazia (e il suo 'marxismo'). Queste concezioni fraintendevano il progresso tecnico e scientifico per quello della società in generale, dell'umanità. Solo sulla base del concetto di storia che questo fraintendimento presupponeva era possibile stupirsi che certe cose - la barbarie nazifascista - fossero ancora possibili nel XX secolo.

Sotto accusa di complicità col fascismo finì l'intera cultura storica dell'Europa illuminata. Essa si basava agli occhi di Benjamin su una immedesimazione nei vincitori, nei dominatori di tutte le epoche; un'immedesimazione che andava immancabilmente a vantaggio dei dominatori contemporanei. Si trattava invece di chiarire come il grande “patrimonio culturale” che le élite borghesi portavano come un bottino nella loro marcia trionfale era stato costruito materialmente sulla schiavitù e l'oppressione di innumerevoli senza nome, uomini e donne, lavoratori e lavoratrici schiacciati dal rullo compressore del 'progresso'. Il compito dello storico materialista è allora quello di “spazzolare la storia contropelo”, interrompere il fatale dominio dei pochi sui molti facendone saltare in aria la continuità, tentare di strappare il passato al conformismo della classe dominante.

Benjamin è un marxista strano, uno che ci vuole insegnare che non è possibile pensare la storia se non da un punto di vista teologico. Pensare la storia teologicamente, nella prospettiva messianica, non vuol dire certo fare una cosiddetta teodicea, cioè giustificare il passato di dominio dell'uomo sull'uomo mediante categorie quali “il destino” (paganesimo), “la provvidenza divina” (cristianesimo), “le sofferenze inflitte da un padre amorevole” (un certo ebraismo rabbinico). Tantomeno significa guardare il passato in una prospettiva di riconciliazione e appianamento dei conflitti sotto l'arbitrato del “patrimonio culturale” (illuminismo positivista, culto del progresso). L'opera di Benjamin, a 75 anni dalla sua morte, ci invita ancora a intrattenere un rapporto con il nostro passato che sia vitale, e non mortifero. Essa indica le linee di una ricerca storica che non punti a costituire un sapere antiquario, ma piuttosto a cogliere l'attualità del passato. Questo vuol dire: concepire ogni passato come se fosse presente, come se fosse in gioco qui e ora. Si tratta di pensare le lotte di liberazione dei tempi passati come se fossero la nostra lotta. È qui che sta l'elemento teologico della concezione della storia di Benjamin: nel riportare alla luce le speranze oppresse e dimenticate, le felicità mancate. Nel fare delle sconfitte passate una grande partita ancora aperta. “Perché il nemico non ha finito di vincere”.

Manuel Disegni

 

 

   

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