Unioni civili

 

 

E in Israele?

di Anna Segre

 

Mentre ormai molti Paesi - tra cui la cattolicissima Irlanda - prevedono nella loro legislazione il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e negli USA una sentenza della Corte Suprema lo ha reso legale in tutti gli Stati, in Italia siamo ancora qui a discutere su una proposta di legge sulle unioni civili che sembra destinata a incontrare in Parlamento notevoli difficoltà. E il livello e i contenuti del dibattito nostrano sembrano davvero appartenere ad un’altra epoca: dal Family Day con i suoi slogan deliranti al sindaco di Venezia che fa ritirare dalle scuole i libri per bambini che parlano di famiglie diverse da quelle con un padre e una madre.

Come si pone l’ebraismo italiano di fronte a tali questioni? Dobbiamo riconoscerlo: forse per non creare ulteriori lacerazioni nelle nostre Comunità, forse per salvaguardarne la natura ufficialmente ortodossa, siamo stati un po’ assenti e un po’ distratti da altro. Intanto i giornali hanno riferito di un’adesione (poi smentita) del Rabbino Capo di Roma al Family Day. Sarebbe però piuttosto paradossale se gli ebrei italiani invocassero per i propri connazionali (in larghissima maggioranza non ebrei e quindi non obbligati a sottostare ai precetti ebraici) regole più rigide di quelle che vigono in Israele per cittadini in maggioranza ebrei. In effetti la realtà stessa di Israele potrebbe apparire paradossale ai nostri occhi italiani: in un Paese che non contempla il matrimonio civile, e con un diritto di famiglia regolato sull’alakhà che in molti aspetti discrimina la donna, le coppie omosessuali, pur non riconosciute ufficialmente con una forma di unione legale, godono di diritti (eredità, assistenza, possibilità di adottare i figli del partner, ecc.) che l’Italia solo con grande fatica sta arrivando a riconoscere (ammesso e non concesso che ci si arrivi). Addirittura - e questo può sembrare davvero straordinario - nell’agosto 2014 il ministro dell’interno Gideon Saar aveva stabilito che la Legge del Ritorno (che concede la cittadinanza israeliana agli ebrei che si stabiliscono in Israele e ai loro mariti/mogli e figli) includesse anche i coniugi dello stesso sesso, mettendo quindi sullo stesso piano tutti i matrimoni celebrati all’estero, eterosessuali e omosessuali.

Certo, se confrontiamo Israele con altri Paesi occidentali (a parte l’Italia) questi diritti non sembrano poi un granché, ma nel contesto mediorientale sono un’eccezione straordinaria e non sempre adeguatamente conosciuta. C’è anche chi accusa Israele di fare “pinkwashing”, cioè di offrire deliberatamente di sé un’immagine gay friendly per acquistare consenso nel mondo occidentale e distogliere così l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dall’occupazione dei Territori e dalla condizione dei palestinesi. Ma bisogna davvero essere accecati dai pregiudizi per non vedere quanto nel contesto del Medio Oriente Israele sia una felice eccezione.

Va anche ricordato che stiamo parlando di diritto civile israeliano e non del rabbinato o del mondo religioso (o, almeno, non di quello ortodosso); eppure anche le autorità rabbiniche ortodosse devono fare i conti con situazioni concrete che necessitano di soluzioni realistiche: per esempio possono trovarsi di fronte a coppie omosessuali sposate in altri paesi che dopo aver fatto l’alià richiedono il ghiur dei loro bambini adottati o nati con l’inseminazione artificiale; di tali casi ci aveva riferito Rav Birnbaum in un’interessantissima lezione di alcuni anni fa in cui ci aveva anche descritto un mondo ortodosso forse meno rigido di quanto si possa pensare: per esempio le linee guida sottoscritte nel 2010 da numerosi rabbini operanti in Israele e negli Stati Uniti invitano a non discriminare gli omosessuali all’interno della comunità, farli sentire parte di essa a tutti gli effetti, non incoraggiarli a sposarsi presto perché può essere motivo di grande danno, di amore non corrisposto, vergogna, disonestà e vite rovinate; accogliere con un caldo abbraccio i loro figli al tempio e nelle scuole.

Queste posizioni relativamente aperte convivono con altre ben più rigide, se non addirittura intolleranti, e l’assassinio della sedicenne Shira Banki, accoltellata da un estremista mentre partecipava al Gay Pride di Gerusalemme, è lì a ricordarcelo. Molti si sono precipitati a puntualizzare che è stato il gesto di un singolo esaltato, ma non possiamo fare a meno di chiederci quali parole, quali studi, quali insegnamenti, quali maestri hanno nutrito l’esaltato  fino a condurlo al suo gesto folle.

Anna Segre

 

Moshe Safdie, Marina Bay Sands, Singapore