Storie di ebrei torinesi

Insegnanti

 

 

  Sonia Brunetti

 

 

Ci racconti brevemente la tua storia e quella della tua famiglia?

 

Mia madre è nata in Marocco da una famiglia osservante: tra i suoi antenati c’è il rabbino Aboudaram la cui tomba oggi è ancora meta di pellegrinaggi. Nella sua formazione è stata fortemente influenzata dalle idee socialiste, dal chalutzismo, e, rimasta orfana di madre, aveva deciso di fare l’alià in kibbutz. Mentre si trovava nel sud della Francia per un periodo di preparazione ha conosciuto mio padre, che non era ebreo ma, di idee socialiste, era senz’altro disponibile a condividere l’esperienza del kibbutz; così l’ha seguita in Israele. Quando avevo un anno siamo venuti a Torino perché mio padre voleva farci conoscere la sua città natale e la sua famiglia. Poi, per varie ragioni, siamo rimasti qui.

Sono cresciuta tra queste due identità: mio padre con una famiglia laica e antifascista (un suo fratello è morto partigiano) e mia madre con la ricchezza dell’ebraismo sefardita (i miei nonni erano grandi studiosi di Kabala e di Torà). La lingua è stata un elemento importante nella mia crescita: i miei genitori parlavano ebraico con noi e francese tra loro. Ma poi quando andavamo a scuola è stato loro consigliato di parlarci in italiano altrimenti avremmo avuto difficoltà; a pensarci bene è strano per una scuola ebraica, ma per le maestre di allora crescere bilingui non era considerato così importante.

Come è stata la tua esperienza da allieva della scuola ebraica?

 

Ho un ricordo bellissimo, soprattutto delle medie. Era una scuola all’avanguardia per il clima che si respirava, per l’atmosfera, per le attività che si svolgevano, per gli insegnanti che erano personalità eccezionali.

Allora i non ebrei sceglievano la scuola per i suoi valori antifascisti e legati alla Resistenza, per la laicità, per evitare il cattolicesimo che veniva fatto passare in modo strisciante all’interno della scuola pubblica. Oggi è molto diverso.

 

 

Come è stato per te l’impatto con l’ambiente ebraico torinese?

 

Torino è una Comunità difficile per chi non è nel milieu. Ma questo non a livello delle relazioni con i miei compagni, che erano straordinari, ospitali, generosi.

 

 

E il confronto tra l’ebraismo sefardita di tua madre e quello italiano della scuola ebraica?

 

Prendevo per buono quello che mi dicevano a scuola mentre nei confronti di mia madre talvolta ero prudente: andavo a verificare quello che mi diceva con Rav Caro (le cui lezioni ricordo con molto piacere, soprattutto per il rapporto di empatia che sapeva creare con gli allievi) probabilmente perché i minaghim erano differenti. Andavo al bet ha-keneset tutti i giorni (allora era nella vecchia scuola); mi piaceva tantissimo; ancora oggi lo associo a un posto dove posso riflettere in una dimensione spazio-temporale particolare; una sorta di rifugio. È una dimensione difficile da far acquisire oggi agli allievi.

 

 

Tua madre aveva tradizioni diverse, per esempio per le feste?

 

Certo, e per me erano un grande vanto, le vivevo come qualcosa di autentico. Per esempio ero fiera del cuscus di mia madre, che era famoso tra molte persone.

 

 

Perché hai scelto di diventare insegnante?

 

Papà mi aveva detto che dovevo fare la maestra. La mia era una famiglia di origini umili ma con un senso altissimo del valore della cultura. Secondo mio padre una donna deve avere un’indipendenza economica ma anche una famiglia. Dopo le scuole magistrali, mentre studiavo all’università, ho fatto il concorso per entrare alla scuola ebraica, l’ho vinto e ho iniziato a insegnare frequentando contemporaneamente l’università.

 

 

Dunque la tua carriera di insegnante si è svolta esclusivamente alla scuola ebraica di Torino?

 

Sì, la mia vita si è sviluppata tutta all’interno della Comunità. Parallelamente mi sono laureata e ho fatto moltissime altre cose, sia in ambito ebraico sia fuori (collaborazioni con l’Università, con Associazioni di volontariato sociale, ho scritto per riviste e libri, tenuto corsi di formazione e conferenze in ambito ebraico e non…)

Ma l’idea di fare il concorso in Comunità non era stata solo per avere un posto di lavoro: mi piaceva molto la vita collettiva e avevo un bellissimo ricordo delle colonie dell’OSE a cui andavo da bambina a Caletta di Castiglioncello, Riccione, Gorla. Poi ho frequentato il Benè Akivà.

 

 

Pensi che queste esperienze abbiano influenzato il tuo modo di insegnare?

 

Sicuramente mi hanno formato sulla capacità di arrangiarsi, e in quello che oggi si chiama tutoring, avere ragazzi più grandi che si occupavano di me. È un modello educativo veramente potente: è molto forte il senso della responsabilità, trovare soluzioni, canalizzare le esperienze con gli altri. L’educazione informale è senz’altro vincente. Tutti quelli che hanno frequentato il Bené Akivà con me hanno acquisito un rapporto fortissimo con l’identità ebraica, anche se declinato in modi differenti: nessuno si è perso. C’era un forte senso di condivisione. Al Benè Akivà ho anche imparato a coltivare la mia spiritualità in maniera molto ebraica, meno formale e più spontanea. Poi c’era la dimensione nazionale: i miei genitori si fidavano e mi lasciavano andare in giro per l’Italia, e allora era una cosa molto insolita per una ragazzina di sedici anni.

Svolgendo attività divertenti con i bambini ho scoperto che il rapporto con loro è vitale per imparare a limare certi aspetti della propria personalità: i bambini sono come una cartina al tornasole per misurare i nostri limiti e i nostri pregi.

 

 

Per l’ebraismo l’insegnamento e il rapporto tra maestri e allievi è un tema fondamentale. Credi che la tua identità ebraica abbia influenzato il tuo modo di insegnare?

 

Assolutamente sì, per tanti aspetti: la metodologia dell’analisi del testo, l’attenzione alle relazioni e non solo ai contenuti, il rapporto stretto tra istruire / sapere / educare: sostenere gli allievi quando fanno bene una cosa, ma al contempo pungolarli continuamente.

Come dice il Talmud “da tutti i miei Maestri ho imparato, dai miei colleghi ancor di più, ma dai miei allievi più di ogni altro”.

È la cosa che mi manca di più nel passare dal ruolo di insegnante a quello di Dirigente: gli allievi con le loro domande spiazzanti che costringono a riflettere, ti stimolano e ti sfidano a cercare risposte o spiegazioni.

 

Certamente c’è un approccio ebraico all’insegnamento. Si può dire lo stesso per il ruolo di Dirigente Scolastico?

 

Sì, e me ne rendo conto soprattutto nei rapporti con l’esterno: analizzare le cose, studiarle al livello normativo, formalizzare per me è importante. Per noi c’è un rapporto virtuoso tra forma e contenuto: la necessità di scrivere un documento implica un ragionamento profondo su cosa si vuole insegnare, anche discutendo su questioni apparentemente di lana caprina. Per esempio pochi mesi fa nell’ambito del progetto UCEI (relativo alla stesura del curricolo di studi ebraismo per ciascuna scuola ebraica italiana) ci siamo ritrovati a discutere con il professor Wigoda, filosofo e talmudista esperto coinvolto nel coordinamento del progetto, sulla differenza tra abilità, conoscenze e competenze. Generalmente la compilazione di documenti formali per la scuola viene vissuta come un adempimento burocratico, così si leggono documenti tutti uguali e di difficile comprensione. Dal mio punto di vista la scrittura è vissuta in chiave ebraica, può essere paragonata al lievito che fa crescere il pane ed è quindi importante stare molto attenti all’uso puntuale di ciascuna parola.

 

 

Che cosa ha significato per te passare dal ruolo di insegnante a quello di Dirigente Scolastico?

 

Il passaggio è stato per certi versi positivo: il cambio di prospettiva, passare dal micro al macro, è stimolante, ma al contempo si prova una profonda solitudine responsabile: per quanto ti confronti con gli altri, alla fine sei solo tu a doverti assumere le responsabilità; aver avuto l’onore e la fiducia di dirigere la scuola mi gratifica molto, ma è un onere non indifferente.

È un peso emotivo non indifferente ma anche una sfida interessante e vitale. Da insegnante ascolti bambini e genitori, da Preside ascolti prima di tutto gli insegnanti e poi tutti gli altri. È un ruolo di mediazione. La figura del Dirigente manager è in parte discutibile: da un lato è vero che devi avere una cognizione dei processi di gestione, ma la scuola non è un’azienda; il mondo della scuola non può essere ridotto a tabelle, grafici, numeri perché si fonda sulle relazioni e il risultato del tuo lavoro lo vedrai molti anni dopo.

Poi la nostra scuola è un po’ come una famiglia: ci sono calore e positività, ma è necessario accudire tutti i componenti affinché non nascano incomprensioni e i conflitti non si radicalizzino. La nostra è una scuola piccola; in quelle grandi è tutto più complesso, però puoi suddividere maggiormente il lavoro e ampliare la tua offerta formativa. Nel piccolo tutto ricade sugli stessi e costringe ad equilibrismi giocati tra la tensione creativa e la realizzazione pratica. Un altro rischio da evitare è l’autoreferenzialità o l’eccessiva diluizione della mission a favore del mondo fuori.

 

 

Quale è la tua opinione sulla riforma della scuola in atto oggi?

 

Per certi versi era necessaria, occorreva mettere ordine, soprattutto in materia di assunzioni del personale docente, ma i tempi non son stati ben calcolati: la macchina non era preparata e le immissioni in ruolo tutte insieme stanno creando caos. La scuola paritaria inoltre non è stata presa in considerazione: è implicito che venga trattata quasi come una scuola pubblica ma con costi molto alti per le nostre Comunità. Sarebbe interessante se si avviasse una riflessione approfondita sul ruolo delle scuole paritarie. Ci sono altri modelli possibili: per esempio in Francia lo Stato fornisce gli insegnanti da una propria graduatoria, e li paga, mentre gli enti sono proprietari dell’edificio e pagano gli insegnanti delle proprie materie specifiche.

 

 

Ritieni corretto che lo Stato finanzi le scuole paritarie?

 

Ovviamente dal mio punto di vista è corretto (anche se i finanziamenti sono molto contenuti a dispetto delle leggende metropolitane in merito a tale questione) perché lo Stato ad oggi non garantisce una pluralità formativa: potresti permettere all’interno della scuola pubblica corsi di formazione per ebrei / cristiani / musulmani? Non è questa la sede per discutere se sia giusto o meno ma è indubbio che tutti i ragazzi debbano crescere e maturare competenze di cittadinanza. Tornando alla riforma della scuola, sono curiosa di vedere se, superata la fase di avvio del nuovo processo, la scuola diventerà davvero uno degli investimenti prioritari per lo Stato italiano perché questo è il punto nodale.

 

 

A tuo parere quali sono le funzioni della scuola ebraica di Torino?

 

Viviamo il paradosso istituzionale di una scuola ebraica in cui gli ebrei sono meno del 50%: una minoranza dal punto di vista demografico che si pone come maggioranza sul piano dei valori che propone. È un modello ambizioso, che richiede equilibrismi non indifferenti, non facile ma anche stimolante. Con gli anni si è costruita da parte degli allievi e delle loro famiglie un’accettazione positiva e attenta della cultura ebraica in tutte le sue espressioni, come elemento cardine della vita della scuola. Inoltre sulla lingua ebraica si è fatto moltissimo. I livelli di formazione da un punto di vista ebraico sono buoni ma certo non paragonabili a quelli delle scuole ebraiche di Roma e Milano che hanno anche la scuola secondaria superiore e dedicano alle materie ebraiche un numero maggiore di ore settimanali.

Tutto questo comporta una necessità di dialogare continuamente con l’esterno (e anche con l’interno, perché i modi di vivere l’ebraismo nella nostra Comunità sono molteplici), facendo attenzione a non assimilare: non dobbiamo imporre la cultura ebraica, è giusto che gli allievi portino il loro punto di vista, che crescano nella coscienza delle loro radici specifiche.

 

 

Da quando hai iniziato a insegnare quarant’anni fa hai percepito l’effetto dei cambiamenti avvenuti nella società e nel mondo della scuola?

 

Tantissimo. Adesso è un altro pianeta. Quando ho cominciato a insegnare non esistevano le verifiche, le riunioni dei genitori erano limitate a pochi incontri e per tanti altri aspetti legati alla didattica, ai materiali, ai testi e così via. C’è stato un cambiamento culturale epocale. Allora erano in atto le prime sperimentazioni del Movimento di Cooperazione Educativa. Oggi mi ritrovo a fine carriera a rivivere un momento di rifondazione della scuola. È stimolante, e per questo non perdo l’entusiasmo.

 

 

Intervista di Anna Segre

 

   

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