Piemonte

 

 

Victoria Acik, medicina e scrittura

 

Diceva Maimonide che il benessere dell'anima può essere ottenuto dopo aver assicurato quello del corpo. Secondo il più grande pensatore ebreo medioevale occorre mantenere sano il proprio corpo non solo per conoscere il Signore, ma anche perché è impossibile studiare le scienze quando si è malati. La valenzana Victoria Acik esercita la più ebraica delle professioni, quella medica. La dottoressa è anche omeopata, ma non rinuncia agli antibiotici per curare un'infezione. A volte però la nostra salute non è minacciata solo dai più nostrani batteri, ma da qualcosa di più subdolo e profondo che si annida tra corpo e psiche, assolutamente resistente ai più moderni farmaci . Victoria Acik è stata protagonista al padiglione di Israele dell'Expo dove ha presentato il libro La dieta Kasher - storia, regole e benefici della cucina ebraica. Si tratta di una raccolta di saggi di vari autori tra i quali lei stessa, Rav Alberto Moshe Somekh, Ariel Toaff e Paolo Pozzi. È solo l'ultimo di una serie di testi che vanno dalle storielle ebraiche a un romanzo sulla Valenza spagnola del 1600: Il segreto del medico cabalista. Il centro piemontese, occupato dai più implacabili persecutori degli ebrei di quel tempo, annoverava tra i suoi dignitari spagnoli, tra cui il medico, anche degli ebrei nascosti. Perché un medico scrive libri? Per Victoria Acik racconti e romanzi possono essere visti anche come veri e propri farmaci.

Lei è nata New York?

Sono nata a New York da genitori provenienti dall'ex-Unione Sovietica che poi si sono trasferiti in Italia. La loro permanenza doveva essere di un anno soltanto. Mio padre era un gemmologo, lavorava per una ditta con uffici a New York e Bangkok che era intenzionata ad aprire un ufficio anche a Valenza. Ai miei piacque molto l'Italia e decisero di stabilirsi qui definitivamente.

Era molto piccola?

Sì, avevo due anni.

Le scuole le ha frequentate tutte qui? Ecco perché scrive in italiano!

Inizialmente la mia lingua madre era l'inglese, ma in seguito l'italiano è diventato la lingua più usata.
Alla fine si è laureata in medicina.

Ho studiato a Milano. Dopo la laurea in medicina e chirurgia ho fatto due post-laurea in medicina d'urgenza. Poi la vita mi ha portato verso l'omeopatia che è tutto un altro opposto.

Cos'è l'omeopatia?

È una medicina che si basa su delle frequenze. La sostanza viene diluita e dinamizzata [ridotta in soluzioni con concentrazioni bassissime pari a un milionesimo di milionesimo - n.d.r.] fino a ridursi in parti molto piccole. Dal punto di vista chimico non si trova più la molecola, ma resta il suo messaggio. Quando l'ape punge crea uno stato di gonfiore e arrossamento. Si usa allora proprio il veleno dell'ape per curare quell'arrossamento, quel gonfiore e quell'infiammazione! Il veleno non viene preso tale e quale, è diluito, ma sola diluizione non basterebbe. È la sua dinamizzazione che dà l'effetto terapeutico.

Tutte le malattie si possono curare con questo principio?

Si possono avere dei benefici, ma io non sono solo per l'omeopatia. Credo che si debba prendere il buono che c'è. Se uno può curarsi con l'omeopatia va bene. Tuttavia quando è necessario un antibiotico si prende. E giusto assumere tutto quello che c'è per aiutare una persona a guarire.

Per ritornare al concetto di dinamizzazione omeopatica, in essa c'è anche una base ebraica. Dinamizzare in ebraico è “lenaeer” che ha la stessa radice di “naar” che vuol dire giovane. È come se questo procedimento desse un'energia nuova.

Ma come viene dinamizzato?

Anticamente lo facevano a mano, ma desso ci sono dei macchinari.

Tornando a Lei. Ha studiato medicina, si laureata, ma contemporaneamente si è messa a scrivere.

Sì, veramente il primo libro è stato realizzato su richiesta. Una casa farmaceutica mi chiese se potevo scrivere un libro su un loro vecchio prodotto a base di erbe. Doveva essere un regalo per tutti i farmacisti. Risposi che non intendevo fare un libro pubblicitario. Se a loro andava bene avrei scritto un libro su alcune piante, tra cui le componenti del prodotto che però non avrei menzionato. La proposta fu accettata. In seguito ho pensato di scrivere solo libri decisi da me. Così pubblicai un libro di storielle come se fosse stato un farmaco. Si trattava di storielle umoristiche, ma avevano anche un fondo di ragionamento basato sulla Torah e sui nostri grandi maestri. Un modo per affrontare la vita in maniera più serena, per questo che lo corredai di un foglietto illustrativo proprio come se fosse stato un farmaco. Doveva essere, in qualche modo, anche un atto medico.

Poi è arrivato il medico cabalista di Valenza?

Le storielle ebbero molto successo, così mi fu chiesto di fare un altro libro simile. Invece a me partì l'ispirazione per un romanzo storico. Più giravo per Valenza, più scoprivo la Valenza del '600 e delle coincidenze. Ho messo in quel passato anche personaggi attuali e reali. Scoprivo delle coincidenze che mi spingevano a proseguire con altre ricerche e a scrivere ancora. Il risultato non è stato un romanzo e basta, perché i riferimenti a Maimonide, al di là dell'interesse storico e del divertimento nella lettura, possono essere anche utili.

Il protagonista del romanzo alla fine non è il medico, ma sua figlia.

È vero!

La ragazza ha l'obbligo di non porre domande. Qual è dunque l'interpretazione di Victoria Acik della storia, in senso generale? È un qualcosa che ci piomba addosso e che non riusciamo a dominare? I personaggi del suo libro sono in balia di una realtà dalla quale vorrebbero sfuggire, ma che non cercano di dominare.

Erano personaggi assediati, più bloccati di così! Però solo il fatto che organizzassero una forma di difesa... L'essere umano fa quello che può! In parte però deve anche accettare le situazioni che la storia, il mondo e il buon Dio gli impongono. Alla fine sono delle sfide! Ognuno nella vita ha delle sfide che deve affrontare per uscirne il meglio possibile.

Il mondo ebraico piemontese è stato protagonista in prima persona di momenti storici, come il Risorgimento o la Resistenza, che hanno cambiato le sorti dell'Italia. Non è si è comportato come il medico del suo romanzo. Come vede l'ebraismo piemontese?

Il Piemonte è la regione che ha il maggior numero di siti ebraici d'Italia. Probabilmente in passato è stato, come comunità, molto più in fermento. Oggi molti ebrei, anche se sono personaggi di spicco e importanti non solo in Piemonte, non manifestano sufficientemente la loro identità ebraica. Questo è un peccato!

Indubbiamente nella nostra regione vige un certo laicismo...

Appunto..! È un peccato questo! Nella tradizione ebraica c'è invece una grande ricchezza che può nutrire sia la persona che la comunità e anche coloro che non sono di religione ebraica. È un patrimonio a cui tutti possono attingere. È un peccato che ciò venga quasi nascosto, non dico snobbato, ma trascurato! Penso che ciò sia anche dovuto alla convinzione secondo la quale la Torah è un qualcosa di antico, risalente a tremila anni fa e che come tale non possa darci più di tanto. Probabilmente è relegato a una visione di religione e basta! Invece la Torah può darci tantissimo, anche se bisogna studiarla e approfondirla perché non possiamo accontentarci della favoletta! Solo la sua traduzione fa perdere moltissimi dei significati anche numerici nascosti.
Forse perché in Piemonte non c'è una tradizione cabbalistica.

Sì, ma manca la volontà di approfondire l'ebraismo. Ci sono i rabbini, ossia coloro che hanno studiato, ma l'ebreo medio vede l'ebraismo più come tradizione, anche se questa è una cosa importante. Tuttavia nella vita di tutti i giorni sarebbe meglio affiancare uno studio della Torah. E poi anche della Cabbalah, per chi vuole. È un peccato che l'ebraismo sia visto solo come tradizione, perché ha molto altro da dare. Se noi ebrei ci sforzassimo a studiare di più, potremmo dare di più anche agli altri. Altrimenti, un ebraismo tradizionale sarebbe un sottoprodotto. Sarebbe solo un folklore privo della profondità che meriterebbe.

Nel suo libro c'è anche la sofferenza psicologica, spirituale e anche la morte per malaria. Qual è il ruolo della sofferenza nella vita ?

La sofferenza serve a migliorare la persona se la stessa non riesce a farlo senza soffrire. In altri casi non riusciamo a capirne il significato. È comunque un dato di fatto come chi abbia una vita molto tranquilla riesca a raggiungere meno obiettivi, a differenza di coloro che sono più sotto stress. Un esempio è proprio il popolo ebraico dove non fa notizia se uno parla tre o quattro lingue. Un cattolico, magari piemontese, che ha vissuto per generazioni nello stesso posto, nella stessa città e a volte nella stessa casa, ha meno stimoli per imparare altre lingue. Non è la vita troppo semplice e tranquilla a costituire uno stimolo per la mente, ma la difficoltà. Un nostro proverbio dice che l'olio esce dalle olive spremute. Detto questo, preghiamo sempre il buon Dio che non ci metta alla prova, ma, se arriva, un qualcosa di positivo ne viene fuori.

È meglio avere fortuna o cervello?

Avere cervello (sechel) è già una bella fortuna (mazal)!

Intervista di Emanuele Azzità

 

Victoria Acik

   

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