Russia

 

 

Il museo ebraico di Mosca

di Santina Mobiglia

 

Poco noto, e a me del tutto ignoto prima che mi capitasse di recente l’occasione di visitarlo, è il “Museo ebraico e Centro della tolleranza” di Mosca: politicamente inaspettato nella capitale russa e ancor più sorprendente per l’innovatività tecnologica dell’allestimento, posto da autorevoli commentatori in cima alle classifiche internazionali dei musei storici, non solo ebraici. Tra questi ultimi, risulta peraltro il più grande nel mondo con i suoi 8500 mq di spazi espositivi all’interno di un ex deposito di autobus, il “Garage Bakhmetevski”, monumento dell’architettura costruttivista degli anni ’20, concesso in uso gratuito dalla Città di Mosca al presidente della Federazione delle comunità ebraiche della Russia che, insieme al rabbino capo, ha progettato la realizzazione del museo, resa possibile attraverso una cospicua raccolta di donazioni private.

Inaugurato nel 2012, con la presenza di Shimon Peres, il museo dispiega un percorso conoscitivo, fruibile in russo o in inglese, volto a tracciare dapprima a grandi linee i fondamenti della tradizione e vicenda ebraica dal racconto biblico alla diaspora antica e medievale, per concentrarsi poi tematicamente sulla storia, e insieme sulla vita quotidiana e materiale, degli ebrei russi dai tempi di Caterina II - quando con l’inglobamento nell’impero dei territori occidentali polacco-lituani divennero la comunità più grande del mondo - fino ai nostri giorni. Affidato a Ralph Appelbaum, già curatore del Museo dell’Olocausto di Washington, e a un comitato scientifico ben selezionato tra i maggiori esperti internazionali, l’allestimento realizza un felice equilibrio tra qualità e accuratezza della documentazione e spettacolarità del montaggio basato sulla multimedialità interattiva delle più moderne tecnologie digitali con cui i visitatori interrogano i documenti e ne sono a loro volta talora interrogati, con la sollecitazione di domande a risposta multipla, frasi da ricomporre e altri giochi creativi. Non manca il ricorso ad effetti speciali e specialissimi, persino multisensoriali, ad esempio nell’evocazione cinematografica in 4D delle piaghe d’Egitto o del passaggio del Mar Rosso. Rivolto a visitatori di ogni età, e in particolare agli studenti delle scuole coinvolte attraverso le attività del Centro della tolleranza che ne è parte integrante, il museo si sviluppa soprattutto intorno alla messa a fuoco del mondo ebraico russo, ricostruito con un approccio a molti strati che si possono esplorare con il touch screen per aprire nuove piste di approfondimento correlate allo scorrere dei documenti visivi, intrecciati, nelle varie sezioni cronologiche, alla documentazione cartacea, sonora o di artefatti materiali. Si può vedere un filmato su Odessa seduti al tavolino di un popolare caffè dell’epoca accanto a Shalom Aleichem o seguire le manifestazioni del Bund in compagnia delle statue di gesso degli organizzatori cercandone le biografie sullo schermo, o ancora partecipare a una cena di shabbat tra i componenti di una famiglia virtuale o aggirarsi fra gli abitanti di uno shtetl scolpiti nei loro vari mestieri. Tutto è molto a portata di mano e tutto si può toccare, con un effetto di presenza e immersione in un mondo da scoprire. Non mi dilungo sulle tante suggestioni ed esempi, reperibili on-line sul sito del Museo (www.jewish-museum.ru) o dei tanti altri che lo richiamano, per ricordare piuttosto le tappe dell’asse principale che illustra la segregazione e poi l’uscita dagli shtetl (con l’inurbamento anche di parte della popolazione ebraica al seguito di quella contadina dopo l’abolizione del servaggio), l’antisemitismo persecutorio dei pogrom e dei Protocolli, le figure ebraiche di spicco nella rivoluzione bolscevica, fino agli orrori dell’occupazione nazista con la Shoah durante la Seconda guerra mondiale, in cui si rivendica con forza il ruolo combattente degli ebrei russi, e poi ancora le persecuzioni staliniane del dopoguerra e il massiccio esodo negli anni del crollo dell’Urss. Particolarmente significative le videointerviste al professor Oleg Budnitskii, autore di importanti studi recenti che, nel ripercorrere l’evoluzione dell’identità ebraico-sovietica in tutto l’arco della sua storia, hanno ricostruito in termini più complessi e frastagliati la presenza degli ebrei, come attori e come vittime, tra gli schieramenti della guerra civile combattuta in Russia negli anni 1917-20.

La ricostruzione di un ambiente domestico in cui si ascoltano i “discorsi della cucina” (un topos dell’epoca sovietica per dire il parlare liberamente) di una emblematica famiglia ebraica, non priva di ironia yiddish, riassume in efficace forma dialogica il mutare dei sentimenti, dei timori e delle preoccupazioni nel dopoguerra, decennio dopo decennio, dell’intera comunità rispetto alla condizione di vita in Russia come ai rapporti con lo stato di Israele.

Va detto che l’insieme dell’esposizione tende a dare maggior risalto ai momenti che uniscono rispetto a quelli che dividono gli ebrei russi dal resto della popolazione. I momenti bui delle persecuzioni sono più sfumati rispetto alla centralità della Grande guerra patriottica e della Shoah, culminante nello schermo panoramico che proietta le terribili immagini di Babij Jar e delle fucilazioni di massa, dell’assedio di Leningrado e della battaglia di Stalingrado, come parte di una storia comune, rispecchiata anche nelle testimonianze degli ebrei sopravvissuti (alcune raccolte ad hoc, altre provenienti dalla Fondazione Spielberg). Vi è anche un cenno diplomatico di omaggio a Putin nel filmato conclusivo che documenta la sua visita nella sede della Comunità ebraica, unico esponente del potere in Russia, dopo Eltsin, ad aver compiuto questo gesto, con parole anche di un linguaggio nuovo. Un segno di svolta? Può il nazionalismo russo, che Putin coltiva e incarna, liberarsi dei pregiudizi antisemiti ben radicati nella sua storia? Di quella storia, rivolgendosi innanzitutto alla popolazione russa, il Museo tiene vive le tracce, e sembra muoversi in uno spirito di riconciliazione che invita a confrontarsi con il peso del passato per guardare al futuro.

Santina Mobiglia

 

Mosca, Museo ebraico e Centro della tolleranza

    

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