Libri

 

 

Con lo sguardo alla luna

di Anna Segre

 

Studiare la Torà vuol dire essere in grado, nella ripetizione, di dire novità. Vuol dire accettare la sfida di trovare nell’antico, anzi nel perenne, qualcosa di assolutamente nuovo.” A questa sfida, e non solo, risponde il libro Con lo sguardo alla luna pubblicato recentemente da Rav Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Nel testo le interpretazioni tradizionali convivono con riflessioni storiche e filosofiche e con molteplici suggestioni provenienti dall’attualità, mostrandoci un ebraismo vivo e problematico, programmaticamente rispettoso delle diversità, che considera la pluralità di opinioni un valore e non una difficoltà. “La Torà è un testo aperto, teso per la sua stessa essenza a una continua evoluzione. In tal modo, anche dal punto di vista meramente testuale, la Torà sceglie la vita: essa non accetta, infatti, la morte di sé come testo, che sarebbe rappresentata dalla chiusura normativa di una conclusione dogmatica.”

Pur nella profondità e nella raffinatezza delle riflessioni in esso contenute, il testo ha un carattere divulgativo che ne consente una fruizione agevole anche da parte di un pubblico non ebraico: non solo è presente un glossario finale che spiega tutti i termini, ma sono sempre illustrate chiaramente le festività con le loro usanze, le regole alimentari, le tradizioni.

 l libro si articola in tre parti, Percorsi del tempo, Percorsi della parola e Percorsi dell’etica. La prima sezione è forse quella di più ampio respiro filosofico, in cui si analizzano i vari aspetti del rapporto peculiare che la cultura ebraica istituisce con il tempo, con la storia e con la memoria: dallo Shabbat - che è un vero e proprio santuario edificato nel tempo anziché nello spazio - alla dialettica tra storia e memoria, alle differenze tra il sole e la luna che simboleggiano due diverse modalità di rapporto con la storia (la luna indica una dimensione scevra da trionfalismi, apparentemente più umile ma presente giorno e notte e capace di rinnovarsi). La luna, che simboleggia l’identità ebraica e che non a caso dà il titolo al libro, è anche protagonista dei due bei disegni di Stefano Levi Della Torre che rispettivamente aprono e chiudono il testo, “dedicati alle persone che riescono a guardare la luna e non solo il dito”.

La seconda parte propone la lettura di alcuni testi biblici, spesso problematici e per questo interessanti: le vicende di Giacobbe ed Esaù nella Genesi, Ester, Giona, il Qohelet. Rav Della Rocca attinge abbondantemente alle letture midrashiche, di cui propone una serie di esempi utili a illustrare la peculiarità dell’approccio al testo biblico tipico della letteratura rabbinica, ma in alcuni casi predilige una lettura diversa: tutto ciò che capita a Giona, per esempio, è in realtà una rappresentazione delle sue esperienze interiori; il pesce che lo inghiotte dunque non haa che fare tanto con il Leviatan a cui ci ha abituato il midrash, ma rappresenta la condizione di trovarsi protetto, isolato e distaccato da ogni possibilità di comunicazione. Interessanti anche le considerazioni a proposito del rapporto con la Terra di Israele, poste a conclusione dell’analisi del passo dei Numeri sull’infelice esito della missione degli esploratori: “Il rapporto tra politica e religione, tra Stato e Halakhà, tra democrazia ed etica ebraica, permea l’identità non solo di Israele ma di tutto il popolo ebraico, in Eretz Israel e nella diaspora, ed è compito degli ebrei definirne l’essenza e le caratteristiche. Lo Stato di Israele ci ripropone quindi l’incessante dialettica che accompagna il destino del popolo ebraico dove la storia si incontra con lo spirito, l’immanente con il trascendente e il tempo delle lacrime con quello della gioia.”

I percorsi dell’etica spaziano dal rapporto tra uomo e donna a quello tra maestro e allievo, dalla dialettica tra amore e giustizia alla - sempre vituperata e sempre praticata nel mondo ebraico - maldicenza.

Ed è proprio alla luce di quanto affermato a proposito della maldicenza che hanno suscitato in me qualche perplessità  alcune affermazioni forse troppo apodittiche contenute nell’introduzione, a mio parere unica nota un po’ stonata in un testo così importante ed utile. In esse si propone una netta contrapposizione  tra un’identità ebraica viva ed una concentrata sulla memoria della Shoà, che sarebbe per qualcuno “una sorta di scorciatoia identitaria”; la “religione della Shoà”sarebbe così un vettore identitario “che seppur drammatico costituisce un impegno meno oneroso rispetto ad una militanza ebraica attiva e con propri fondamenti.” Come si può essere davvero sicuri che siano queste le ragioni che muovono ogni anno - come viene insinuato - gli ebrei che si impegnano intorno alla giornata della memoria? I termini utilizzati sono davvero forti nel contesto di un libro che invita continuamente al rispetto per il prossimo e a valorizzare le differenze; tanto più che non viene usato un linguaggio altrettanto duro per bollare altre possibili “scorciatoie identitarie” del nostro tempo, per esempio il sostegno incondizionato, poco informato e acritico allo Stato di Israele. Ma, soprattutto, la contrapposizione netta tra identità ebraica autentica e memoria della Shoà mi pare contraddire quanto affermato da Rav Della Rocca stesso a proposito del peculiare rapporto che la cultura ebraica istituisce tra memoria e identità: sarebbe possibile oggi immaginare un’identità ebraica in cui la Shoà non abbia una parte? Sarebbe possibile per noi celebrare un seder in cui nella coscienza dei partecipanti le sofferenze della schiavitù in Egitto e le gioie della liberazione non evochino memorie personali o della propria famiglia? No, e probabilmente l’introduzione non intendeva affatto dire questo, anche se temo che si presti a questo genere di fraintendimento. Nella cultura ebraica, scrive Rav Della Rocca, “il ricordare non è un semplice rievocare un evento passato, perché la trasmissione del ricordo non solo custodisce l’evento stesso ma lo riattiva in forma potenziata, lo restituisce a una nuova vita nel momento in cui viene immesso nel circolo della narrazione e della celebrazione”. Una memoria ebraica che prescindesse dalla Shoà non sarebbe dunque la nostra memoria, non sarebbe parte della nostra identità ebraica, ma sarebbe la vuota riproposizione di una memoria del passato, proprio il pericolo da cui Rav Della Rocca mette in guardia con parole così pregnanti ed efficaci.

Anna Segre

 

Roberto Della Rocca, Con lo sguardo alla luna - Percorsi di pensiero ebraico, Giuntina 2015, pp. 206, € 15

 

 

Moshe Safdie, Blue Crystal tower National Gallery of Canada, Ottawa

 

    

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