Lettere

 

 

Di cosa stiamo parlando?

 

In un suo articolo su Ha-Keillah (Maggio 2015), Guido Ortona in nome dell'Ebraismo invita gli Ebrei della Diaspora a condannare Israele per la violazione dei diritti umani dei Palestinesi". Di cosa stiamo parlando?

1) "Guido Ortona in nome dell'Ebraismo": in realtà, in nome di quello che Guido Ortona interpreta come Ebraismo. L'Ebraismo di Guido Ortona è intessuto delle esperienze culturali di Guido Ortona, della sua storia politica, delle sue categorie etiche ed emozionali; è ovviamente diverso dall'Ebraismo di ogni altro Ebreo, ma soprattutto mi sembra statisticamente marginale rispetto al "comune sentire" degli Ebrei a cui si rivolge.

2) "In un suo articolo su Ha-Keillah": la vittoria della Destra alle ultime elezioni israeliane ha deluso le aspettative dell'Ebraismo di Sinistra, ivi compreso anche il nostro periodico torinese: e lo percepiamo in questo come in altri articoli dello stesso giornale. C'è il paese che c'è: possiamo analizzare motivazioni e proporre strategia comunicative, ma è inutile ragionare su iniziative politiche infondate, è stupido "buttare via" il problema perché non troviamo una soluzione che si adegua ai nostri schemi.

3) "gli Ebrei della Diaspora": checché ne dica Ortona, stravolgendo un misticheggiante richiamo alla terra di Alfredo Caro, l'esistenza di uno Stato Ebraico costituisce una possibilità di sopravvivenza in più, non solo per l'Ebraismo, ma per ogni singolo Ebreo. Molti fra di noi sono figli di una simile, aleatoria possibilità, a cui è quindi meglio non rinunciare; pensiamo anche alle lugubri minacce prospettate nel romanzo Sottomissione di Houellebecq. Dico questo per constatare l'ineludibile legame fra gli Ebrei della diaspora e quelli di Israele, non solo nel nome di una comune Identità, ma anche nella condivisione dei problemi da affrontare e delle possibili soluzioni.

4) "condannare Israele per la violazione dei diritti umani dei Palestinesi": in una situazione di guerra dichiarata, di parti in conflitto, di tentativi di annientamento reciproco, i diritti umani di entrambi i contendenti risultano inevitabilmente compressi; inoltre, la contestazione della propria confraternita diventa un danno inflitto a se stessi ed un'arma in mano agli avversari. Ciò non vuol dire che sia necessario appiattirsi sulle posizioni del governo israeliano: esiste ancora la possibilità del dibattito e della comune costruzione di un percorso condivisibile. Spero che l'articolo di Ortona e le reazioni che susciterà possano contribuire a questo fine.

5) "(Maggio 2015)": l'articolo di Ortona è apparso solo pochi mesi fa, tuttavia si è già modificato lo scenario generale e con esso i termini del dibattito. Esiste una componente razzista e violenta della società ebraica israeliana; questo movimento ha finora goduto di complicità politiche e governative; dopo l’omicidio di Nablus, tale connivenza viene messa in dubbio. Penso sia prioritario, per noi Ebrei della Diaspora, aiutare la società israeliana nella messa al bando del terrorismo ebraico e soccorrere le forze politiche in campo, di Sinistra ma anche e soprattutto di Destra, che si impegneranno in questo sforzo.

 

Szalom Lew Korbman

 


Un nuovo ordine israeliano

 

Carissima Ha Keillah,

 

l’enfasi sul “nuovo ordine israeliano” che il presidente della Repubblica R. Rivlin descrive nel suo accorato discorso pubblicato dalla rivista del luglio 2015 mi pare meriti qualche approfondimento. Forse che non si sapeva da tempo che Israele stava diventando una società complessa e separata al suo interno? Forse che oggi non sappiamo che le tendenze demografiche in atto andranno a rafforzare ancor più quanto già stiamo vedendo da anni? Infatti è cosa nota che il tasso di natalità sia degli ebrei religiosi tradizionali che quello dei palestinesi è assai superiore a quello dei sionisti laici, liberali o socialisti che siano. Questi ultimi, avendo goduto per decenni di favori politici immensi, sono diventati più ricchi degli altri. La loro ricchezza accumulata nel tempo dai governi laici sia di destra che di sinistra li ha resi assai più ricchi degli altri gruppi sociali. Ciò ha ulteriormente contribuito alla creazione di disparità demografiche, poiché i più ricchi procreano meno figli e questo fatto accresce la loro ricchezza, mentre i più poveri sono anche i più prolifici e ciò contribuisce a mantenerli nella miseria. Chi procrea più figli crede di più nel futuro e sarà la loro discendenza a guadagnarci; chi ne procrea di meno crede più al presente che al futuro e dunque appare come benestante oggi ma debole domani. I dati demografici sono copiosi e mio cugino Sergio Della Pergola ne ha da tempo analizzata in lungo e in largo la natura. Le sue ricerche sulla demografia degli ebrei non sono un’invenzione recente: è da molti anni che sono a disposizione del pubblico.

 

Il grido d’allarme di R. Rivlin si fa più acuto nell’osservare quanto i sistemi educativi dei quattro gruppi sociali presi in considerazione (sionisti laici, charedim, arabi e religiosi) siano tra di loro non comunicanti. Essi si ripetono al loro interno senza possibilità di confronti reciproci.

 

Ora, vorrei ricordare come in Israele da decenni ci sono dei partiti politici che come unica moneta di scambio per cedere i voti del proprio consenso politico al governo richiedono semplicemente capitale da investire nelle scuole, yeshivot, nelle università e più in generale nel sistema educativo da loro controllato.

 

È l’unica contro moneta che chiedono, per il resto votano quel che la maggioranza politica chiede loro di votare. (Certo, sul piano democratico non è un grande esempio, ma questa è la loro strategia di lungo periodo e solo loro ne sono i responsabili).

Fu un investimento che oggi potremmo chiamare “sostenibile”, cioè rivolto alle future generazioni. E ora, dopo decenni, dà i suoi frutti.

 

Questa stessa politica in campo educativo simmetricamente si applica anche a quello dell’edificabilità e alle politiche della casa. Israele è oggi una nazione a intensa edificazione urbana e se si pensa alle condizioni climatiche generali del paese e alle sue modeste risorse idriche, si resta esterrefatti e sconcertati di fronte a tale scelta. Gli insediamenti nuovi non bastano mai, le case sono sempre insufficienti… e poi il mito sionista che prevede per tutti i quattordici milioni di ebrei della terra il ritorno, un giorno, per vivere in Israele, alimenta la continua costruzione, anche in aride terre desertiche, o su colline remote, asserragliate, edificando piccoli paesi protetti da potenti sistemi di sicurezza…

 

Israele non è un unico oikos per ebrei, ma un puzzle di piccole dimensioni caratterizzato da un’altissima differenziazione interna derivante dalla provenienza, da sistemi ideologici e religiosi, da sistemi linguistici, orientamenti morali e tradizioni… È ovvio credere che i sistemi educativi siano più rivolti all’interno dei singoli villaggi che al confronto con gli altri esterni. Certo, la televisione, internet e la diffusione dei social network impediscono di estremizzare questo discorso; ma la forza di coesione interna resta salda.

 

Dove troveranno tutti l’acqua sufficiente per rispondere all’edificazione crescente nel paese? Quando il povero Giordano sarà spremuto (e i dati sull’abbassamento del lago di Tiberiade e quelli relativi alla sponda sud del Mar Morto da tempo sono allarmanti), si creerà un conflitto tra l’acqua a disposizione e il numero di abitanti di Israele. Già ora l’iniqua, crudele, ripartizione di acqua tra palestinesi e israeliani è fonte di una perenne tensione, così come la crisi dell’ecosistema del Mar morto produce mille discussioni tra Giordania e Israele, ma col passare del tempo tutta la questione è destinata a trasformarsi in un perenne, generalizzato conflitto regionale.

 

Quando si parla del conflitto tra palestinesi e israeliani s’accenna subito alla natura politica di tale dramma, ma oltre alla dimensione strettamente politica esso si articola in molte altre questioni territoriali, idriche, di proprietà dei campi…

Quanto alla distribuzione dell’acqua essa è oggi così tragica e tutta a favore degli israeliani e tutta contro i palestinesi, che c’è da inorridire ad affrontarla in pubblico.

 

Si tratta insomma della sopravvivenza del­l’intero paese, non di poca cosa!

 

È su questi temi che il Presidente della Repubblica dovrebbe lanciare il proprio grido d’allarme. Siamo vicini a una crisi regionale legata all’uso del territorio.

 

Limiti idrici e territoriali invalicabili ad un modello di sviluppo nazionale richiederanno che questa corsa demografica a chi procrea più figli debba trovare un suo punto di conclusione e si prospetti un altro ordine demografico generale.

 

Il costo sociale della sperequazione idrica tra palestinesi e israeliani ha un suo consistente peso. Si potrà continuare così? Ne dubito. Se s’arriva allo stremo, continuare “come se” (facendo finta che) le risorse non siano limitate, si commette un errore strategico. È la pace interna ad Israele l’unica possibile soluzione! Un “nuovo ordine israeliano” s’otterrà solo con la pace tra sionisti e palestinesi. Essa non è solo il più alto degli ideali politici ma in questo caso una necessità storica.

 

Per questo dico agli analisti politici che i problemi sociali di Israele sono la vera chiave di lettura delle congetture sul futuro ordine del Paese.

 

Spero che questo grido d’allarme di Rivlin sia solo il primo di una serie: spero che quelli che seguiranno possano toccare le grandi questioni irrisolte, gli interrogativi sulla natura della democrazia sostanziale in questo Paese che pare s’accontenti solo di giochini interni alle forze parlamentari e a sommatorie governative di partiti tra loro distanti. Alcuni spunti? Non c’è che da pescare nella dolorosa riflessione di tanti anni...

 

- Vorrei chiedere: quando Israele potrà darsi una Costituzione?

 

- Vorrei chiedere: uno Stato con confini indefiniti, mobili, incerti, è uno Stato credibile?

 

- Vorrei sapere. Uno Stato di cui formalmente si ignora se possieda o no la bomba atomica e che si getta nella mischia internazionale contro l’Iran, è credibile? Perché invece tutti sanno che a Dimona il centro nucleare produce bombe atomiche di media portata... Ma nessuno sa niente di preciso; solo “si dice”. Io invece vorrei saperlo di preciso e vorrei sapere perché Israele non è parte di un progetto di riduzione delle armi atomiche, prima di scagliarsi contro l’Iran, Vedo in ciò la chiave per capire meglio la relazione politica attuale tra Usa e Israele.

 

- Vorrei capire come sia possibile intendere la democrazia in Israele quando formalmente i suoi cittadini non hanno gli stessi diritti civili.

 

- La Legge del Grande Ritorno degli anni Cinquanta, cardine della prospettiva sionista, che prevede che tutti gli ebrei possano tornare in Israele, e che ci si debba attrezzare per poter accogliere tutti i 14 milioni provenienti dalle diaspore, non può essere abolita, o, se non abolita, ridimensionata, o riveduta profondamente?

 

- È possibile una buona volta che si giunga ad una accettabile definizione di “chi è l’ebreo” e che si capisca finalmente quale possa essere la natura di uno Stato ebraico, cosa peraltro negata da molti studiosi (tra cui Rosenzweig)?

 

“Un nuovo ordine israeliano”? Sì, certo, c’è bisogno di un nuovo ordine in Israele.

 

Spero possa giungere presto.

 

Giuliano Della Pergola
già prof. di Sociologia urbana
Facoltà di Architettura
Politecnico di Milano

 


Israele e diaspora europea: un avvicinamento possibile se…

 

Ho molto apprezzato nell’ultimo numero di piena estate di Ha Keillah, fra i tanti buoni, due articoli: il primo su un intervento del Presidente di Israele R. Rivlin alla Conferenza di strategia politica a Herzliya e un altro di Rimmon Lavi, credo un ebreo italiano che da moltissimi anni vive in Israele; articoli che pur scritti da due persone con funzioni molto diverse ho trovato stimolanti ed importanti.

Stimolanti, soprattutto per me, perché, nel leggerli, ho provato un’impressione che non avevo previsto: cioè ho percepito, provandone disagio, che, per comprendere la relazione fra Israele e la diaspora ebraica europea, non sia corretto il vederla soltanto dalla collocazione geografica israeliana, pur essendo gli autori degli articoli due ebrei, ma diversi per importanza politica e provenienza culturale.

Importanti perché questi due articoli mi invitano a riflessioni innovative: ambedue gli scritti - il primo più politicamente motivato e riguardante il futuro dello Stato di Israele, il secondo perché l’autore è di origine ebraica italiana - prendono in considerazione la relazione fra Israele e la diaspora europea, argomento più vicino alle tematiche che tanto mi affaticano.

Indirettamente, in particolare alle problematiche poste da Lavi, ho già in parte risposto nel mio articolo “Tempi bui”, pubblicato in questo stesso numero della rivista ebraica torinese, ma scritto da me precedentemente al suo (Lavi, cortesemente, prende in considerazione un mio articolo sul significato “storico” del sionismo pubblicato su HK nel numero precedente a questo). Ma le riflessioni di Lavi data la loro attualità mi offrono l’opportunità di chiarire il mio dire, sempre parziale, ma da me non previsto.

Penso che i due articoli, quello di Lavi ed il mio, messi a confronto non sono riusciti ad evitare di cadere in un medesimo errore: quello di “idealizzare” gli argomenti che prendiamo a considerare.

Io ho errato - essendo un ebreo italiano che vive qui - nel vedere lo Stato di Israele secondo l’ottica del suo progetto originario che pure è riuscito, anche se parzialmente, data l’imprevedibilità della Shoah; e ciò comporta che io lo veda in modo sbilenco rispetto a quello che esso è ora in realtà, vedendo cioè una continuità fra il sionismo di ieri e quello di oggi là dove Revlin e Lavi mi orientano a vedere discontinuità.

Ogni mio dire da qui, ma credo non solo il mio, appare, quindi, sfuocato e fuori centro; e salutari sono le considerazioni del politico Rivlin che frenano le mie ali al volo del pensiero dando a quelle piombo e zavorra perché riprendano contatto con la realtà. Ed anche le considerazioni di Lavi, indirettamente, mi avvertono su quale terreno esse poggiano.

Speculare, però, mi appare la posizione di Lavi intorno alle analisi della situazione europea; da lungo tempo vivente in Israele egli vede - dalla collocazione geografica israeliana - l’Europa da una collocazione sfuocata e decentrata, simile alla mia nei riguardi di Israele.

Io non vedo, da qui, in “questa” Europa, quella che Lavi vede e non nutro la sua stessa fiducia su una prossima sua integrazione politica.

 Anzi vedo l’opposto e per queste considerazioni: dagli anni  ‘80 o giù di lì l’Europa politica e democratica si è andata ammalando sempre più seriamente, ed è, dopo la crisi grave che ancora continua ad attanagliarla dal 2008, in via di peggioramento. Dagli inizi del secolo nostro è cresciuto il potere finanziario ed economico della cosiddetta Troika (BCM, FMI, BCE) e gli Stati europei, in modo maggiore o minore a seconda della loro consistenza economica e tecnologicamente produttiva, si sono tutti politicamente indeboliti, riducendo la capacità di esercitare i loro diritti come Stati sovrani. La Troika, col ricatto finanziario che esercita, decide il destino politico degli Stati; essa lascia agli Stati-Nazione solo funzioni marginali al fine che essi controllino popolazioni progressivamente impoverite. E per gli interessi economici e finanziari dei gruppi sovranazionali è più conveniente non preoccuparsi che i sistemi politici degli Stati europei siano o meno democratici e, nei fatti, questi gruppi per la democrazia mostrano indifferenza; sono, invece, maggiormente interessati a raggiungere una forma di integrazione monetaria, livellatrice ed omologante. Per questo non penso che, se realizza questa integrazione, essa possa essere a vantaggio dei gruppi di minoranza; temo, anzi, che per questi vi sia una progressiva perdita della propria identità.

Per queste ragioni, per quanto riguarda i gruppi ebraici europei, sono sempre convinto che le posizioni di Nutkowicz e di altri siano da respingere e che se, mutando molte cose, un avvicinamento fra Israele e diaspora è ancora possibile esso sarebbe caratterizzato sempre dalla precarietà.

Vedendo poi i fatti da qui non vedo neppure la funzione “catalizzatrice” (che Burg, contro il “sionismo catastrofale”, prospetta e che anche Lavi sembra condividere ), che la diaspora ebraica potrebbe esercitare; per me questa convinzione pecca di ottimistica idealizzazione della situazione europea.

Sul versante europeo, infatti, io non vedo un’Europa “aperta ed unita”, ma chiusa, antagonisticamente disunita e debole; penso ancora che lo spettro di Monaco di Baviera e della conferenza di Evian (che saggiamente HK ricorda col titolo Oggi come allora) circoli ancora, sempre meno nascostamente, sulla sorte delle minoranze; sul versante ebraico, ancora, non penso che la diaspora - la cui maggioranza è lontana, quasi assente, pur assistendo ad una ripresa tradizionalmente giudaica della sua minoranza - abbia la possibilità, la capacità e la forza numerica di potere esercitare una funzione positiva sugli avvenimenti; e la fiducia che essa nutre nei confronti del contributo della nostra cultura per riparare il mondo, sia una drammatica illusione pedagogica nella quale sta attualmente cadendo.

Non credo proprio che questa Europa possa dare, con lo stimolo e la collaborazione della diaspora culturale ebraica europea, aiuto innovatore ad un Israele “pluralistico e democratico” che, nel finale del suo articolo, Lavi auspica.

Mi ha, invece, più convinto positivamente il dire di Rivlin, più politico, che, fra i quattro pilastri sui quali si deve fondare un Israele futuro, mette quello di “una maggiore equità ed uguaglianza”, ribadita da una sua precedente affermazione che “da un punto di vista economico, la realtà attuale non è in grado di sopravvivere”; dobbiamo quindi ridurre “il divario di oggi nel tasso di partecipazione alla forza lavoro e nei livelli salariali delle popolazioni arabe e charedì, che costituiranno ben presto la metà dell’intera forza lavoro”. Ho ritrovato in queste sue parole echi di un mio articolo “senza risonanze” nell’ambiente pubblicistico ebraico italiano, scritto tre anni or sono, quando dissi, in questo specifico significato economico, che lo Stato di Israele doveva “dis-occidentalizzarsi”, facendo sempre maggiore attenzione alla sua collocazione geografica, che è nel Medio-Oriente. Rivlin,comunque, ci ammonisce intelligentemente che noi oggi non troveremo in Israele quelle condizioni che nel passato pensavamo di trovare.

Per concludere: se la diaspora ebraica dovesse continuare ad esistere, per essere i rapporti fra Israele e gli ebrei europei reciprocamente vantaggiosi occorre recuperare - ma è solo una speranza - una sana e seria politica democratica: questa deve rialzare la testa nei confronti della potenza - e strafottenza - della Troika; spezzare questa tossica dipendenza; una lotta difficile e di lunga durata.

Lottare per questo scopo mi sembra l’elemento che può avvicinare il dire di Lavi al mio; e credo che in questo compito sia più facilitato Lavi in Israele di quanto non sia per me, vecchio ebreo italiano che vive in questa vecchia - sì ancora “vecchia” - Europa; Europa che per il peso della sua storia fatica molto a risollevarsi. Israele che per millenni è sopravvissuto grazie alla sua memoria culturale fino ad oggi, storicamente - non sembri un paradosso - è più “giovane” dell’Europa; e, sempre storicamente, sta seguendo dei percorsi, in questi ultimi cinquant’anni, che - mi sembra - non abbia seguito (o seguito solo marginalmente) nei millenni di esilio. E credo che questo possa avere echi positivi per Israele ed innovativi per il giudaismo tradizionalmente inteso.

Non ho compreso bene che cosa Rivlin intenda per “israelianità”, ma prevedo in prospettiva che le distanze fra Israele e l’Europa ebraica, se questa rimane tradizionalmente giudaica, tenderanno ad aumentare.

Per evitare questo pericolo occorre pensare ad inediti rapporti di reciprocità. Ringrazio, comunque, sentitamente Ha Keillah per la pubblicazione di questi due articoli. Il dibattito su questi temi, serio e non polemico, deve proseguire. Ma, guardando all’Italia, gli “ebrei-italiani”, moltissimi dei quali “italiani-ebrei”, ne avvertono l’utilità e l’urgenza?

Alfredo Caro

2 agosto 2015

 


    

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