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Laicità intollerante

di Anna Segre

 

In uno stato democratico le leggi proibiscono o permettono determinati comportamenti, non le motivazioni che li determinano (se non nei rari casi in cui queste possano costituire un’attenuante), e certamente non il valore simbolico che viene loro attribuito da terzi. Come si può giustificare in termini legali il fatto che una donna su una spiaggia possa avvolgersi in un pareo e mettersi un cappello in testa ma non possa indossare il burkini? Con quale logica si può permettere di coprirsi per evitare le scottature e contemporaneamente vietare di coprirsi più o meno nella stessa misura per motivi religiosi? Confesso che fatico a capirlo, così come, in generale, fatico a immaginare in quali termini si possano proibire comportamenti ampiamente diffusi e socialmente accettati quando tali comportamenti derivano da un comandamento religioso mentre al contempo i medesimi comportamenti restano perfettamente legali quando le motivazioni sono altre (salute, estetica, ecc.)

Il massimo del paradosso su questi temi, a mio parere, è stato raggiunto dal numero di maggio del periodico torinese L’Incontro, in cui campeggia una grande scritta “No al cibo Kasher!” seguita da un articoletto che conclude: “Queste scelte, separatiste rispetto all’ambiente in cui gli ebrei vivono nella diaspora, appaiono non soltanto superate storicamente, ma nel complesso ridicole, incompatibili con il laicismo e pertanto da respingere fermamente.” Cosa s’intende per “respingere”? E chi è il destinatario di questo invito? Gli ebrei stessi o la società? Dato che L’Incontro non è un giornale ebraico temo purtroppo che siamo obbligati a scegliere la seconda interpretazione. Dunque, bisogna vietare agli ebrei di mangiare kasher? E con quali mezzi? Proibire gli alimenti con il marchio Kasher? In effetti l’articolo se la prendeva proprio con questi, ma chi lo ha scritto non si è accorto che eliminare i marchi Kasher non sarebbe sufficiente: per eliminare certi pericolosi comportamenti dalla vita sociale bisognerebbe controllare che gli ebrei non si astengano dall’acquisto di determinati prodotti alimentari. Ma come distinguere le diete permesse da quelle proibite? Come si distinguono gli ebrei dai vegetariani o dai vegani? Bisogna verificare che chi si astiene dalla carne non sia colto in flagrante ad acquistare una trota o un branzino?

A quanto pare i confini tra la laicità e l’intolleranza non sono chiari e condivisi da tutti. Certo, se in nome della libertà si approvano leggi che violano le libertà più elementari, se in nome dell’uguaglianza si approvano leggi che discriminano, se in nome di supposti valori universali si va a fare un indebito processo alle intenzioni sanzionando non i comportamenti ma ciò che dal nostro punto di vista quei comportamenti significano, vuol dire che abbiamo abdicato ai principi fondamentali di una società democratica.

Perché concedere questa vittoria ai negatori di quei principi?

Anna Segre

 


Burkini

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