Israele

 

Il ritornello di Bibi l’attore

di Giorgio Berruto

 

Sono sicuro che molti di voi hanno sentito dire che le comunità ebraiche in Giudea e Samaria, la West Bank, sono un ostacolo alla pace. Questa idea mi ha sempre lasciato perplesso, perché nessuno sosterrebbe mai seriamente che i quasi due milioni di arabi che vivono in Israele siano un ostacolo alla pace: e questo perché non lo sono, al contrario. La diversità all’interno di Israele mostra la sua apertura e disponibilità alla pace. Ma la leadership palestinese in realtà chiede uno stato con una precondizione: nessun ebreo. Questa cosa ha un nome: pulizia etnica. È una pretesa scandalosa, ed è persino più scandaloso ancora che il mondo non la trovi scandalosa. Alcuni cosiddetti Paesi illuminati giungono a promuovere questo scandalo. Chiedetevi questo: accettereste la pulizia etnica nel vostro Paese? Un territorio senza ebrei, senza ispanici, senza neri? Da quando l’ipocrisia è un fondamento della pace? In questo momento bambini ebrei in Giudea e Samaria stanno giocando con la sabbia insieme ai loro amici: è la loro presenza a rendere la pace impossibile? Non credo proprio. Credo che ciò che rende impossibile la pace sia l’intolleranza verso gli altri. Le società capaci di rispettare tutte le persone sono quelle che perseguono la pace, quelle che chiedono la pulizia etnica no. Immagino un Medio Oriente in cui i giovani, arabi ed ebrei, imparino, lavorino, vivano insieme, fianco a fianco, in pace. La nostra regione ha bisogno di più tolleranza, non meno. Dunque la prossima volta che sentirete qualcuno dire che gli ebrei non possono vivere da qualche parte, e tantomeno nella loro patria ancestrale, riflettete un istante sulle conseguenze. La pulizia etnica in vista della pace è un’assurdità. È ora che qualcuno lo dica, io l’ho appena fatto”.

 

Sono le parole di Benjamin Netanyahu, diffuse in un video che negli scorsi mesi ha avuto grande diffusione in rete. In estrema sintesi Netanyahu ha ragione su tutto. Eppure, a rileggere questo breve discorso, resta un amaro in bocca, un senso di fastidio, come se qualcosa fosse fuori posto, falso, sbagliato. Perché?

Netanyahu fa propria la dizione “Giudea e Samaria”, peraltro largamente impiegata nel dibattito politico israeliano. All’inizio traduce l’espressione con “West Bank”, ma solo perché il video è destinato alla diffusione fuori da Israele, in primo luogo negli Stati Uniti, come chiarisce in modo inequivocabile il riferimento successivo a ispanici e neri. Più avanti nel discorso il binomio ricompare, e questa volta non viene tradotto nel linguaggio internazionale: Netanyahu, non a torto, ha fiducia nella propria capacità persuasiva. Ma le parole, come ben sa proprio chi si occupa di disinformazione contro Israele, non sono mai etichette neutre. La locuzione “Giudea e Samaria” certamente non lo è. Avvalersi nel discorso politico contemporaneo di riferimenti topografici di origine biblica ha una conseguenza immediata: riavvolgere in un istante i millenni, riallacciare l’Israele odierna ai lontani regni omonimi. “Giudea e Samaria” è oggi per migliaia di ebrei che risiedono nei territori caduti sotto il controllo israeliano nel 1967 un dittico di pietra, parola d’ordine che svela una visione del mondo oltranzista, messianismo irresponsabile gettato sulla faccia della politica, idolo terroso in fondo a una strada senza uscita. Non sto negando la possibilità, la necessità anzi, per l’ebraismo di riferirsi in modo peculiare alla terra di Israele, intesa anche (ma non solo) in senso strettamente geografico. Sto dicendo semplicemente che le parole trascinano con sé il peso dei secoli. Tutte, ma alcune più di altre. Se Netanyahu anziché “Giudea e Samaria” avesse preferito “territori palestinesi” o “territori occupati” avrebbe utilizzato parole altrettanto cariche di interpretazione e letteralmente fuorvianti. Anche “West Bank” non è espressione perfettamente neutra: è stata introdotta quando dalla Palestina mandataria britannica, nel 1922, è stato staccato e reso formalmente indipendente il 70% del territorio, quella regione che giace a oriente rispetto al fiume Giordano, la “East Bank” appunto, che ha preso il nome di Transgiordania prima e di Giordania poi. “West Bank” ha il pregio indiscutibile di riferirsi a un elemento morfologico e non a costruzioni di significato politiche, storiche e culturali, e mi sembra perciò preferibile anche se cela l’idea che esista una “East Bank” a cui andrebbe forse ricongiunta. Infine “territori contesi”, anche se talvolta viene impiegato con lo scopo di sminuire il legame degli arabi palestinesi con la regione, mi sembra si avvicini maggiormente all’equidistanza, evitando di anticipare giudizi in merito al controllo della zona.

Un secondo aspetto emblematico della parabola politica di Netanyahu ben evidente nel video è la retorica. Come Ronald Reagan, il leader del Likud è un grande attore, carattere che peraltro non squalifica il politico di professione. A tratti, però, la retorica si fa populismo, per esempio con il riferimento ai “bambini ebrei in Giudea e Samaria” che “stanno giocando con la sabbia insieme ai loro amici”: un riferimento, tra l’altro, logicamente superfluo all’interno della stessa argomentazione in cui è inserito. È una citazione facile e consunta in cui risuonano echi degli anni Venti e Trenta, quando l’argomentazione si serviva spesso dell’immagine dei più piccoli per descrivere l’irruzione delle masse nella storia, per mostrare il senso materiale del termine “proletariato” con il riferimento più ovvio, quello alla prole: dalla pubblicistica fascista, socialdemocratica e sovietica in Europa a quella del New Deal, dai film di Chaplin e Capra a quelli di Ejzenstejn e Pudovkin fino ai romanzi di Steinbeck.

Al di là della retorica a tratti eccessiva e della scelta lessicale discutibile, entrambi elementi di cui nel dibattito israeliano Netanyahu non detiene certo l’esclusiva, il discorso contenuto nel video è impeccabile. Lo è perché evidenzia alcuni aspetti che sono semplicemente veri. Perché allora questa persistente sensazione di amarezza, come se tutte le tessere del mosaico, prese singolarmente, fossero perfette, ma unite insieme dessero forma a un incastro che non tiene, a una figura ingannevole? La risposta, a mio avviso, è che Netanyahu, da retore navigato, sposti sensibilmente ma decisivamente l’asse del discorso. Che finga di voler parlare di qualcosa, ma discuta in realtà di altro. È vero che la presenza ebraica nei territori contesi non è in linea teorica un ostacolo alla pace, ma lo è il disegno complessivo che viene abbracciato dalla maggioranza di coloro che scelgono di risiedere in quella regione, ai quali la sacralità dello spazio sembra interessare più della santità del tempo. Agli ebrei delle colline non preme che i propri figli giochino con i compagni arabi, anche se a rigore non hanno nulla in contrario quando questo accade, ma importa presidiare zolle che considerano proprie per diritto divino.

Nonostante tutto, sono convinto che la presenza ormai radicata di ebrei nazionalisti nei territori contesi non sia il principale ostacolo alla pace, che dal 1947 a oggi è rimasto lo stesso: il rifiuto arabo. Sui confini ci si può mettere d’accordo, sulla negazione dell’altro come altro - così come su una pretesa investitura ricevuta direttamente dal Cielo - evidentemente no: qui affondano lo radici del problema. Senza considerare che gli insediamenti ebraici sono un comodissimo pretesto per la propaganda arabo-palestinese. In ogni caso, Netanyahu ha torto quando sostiene che la presenza ebraica nei territori contesi sia irrilevante nei termini di una possibile pace. Ha torto doppiamente perché dovrebbe occuparsi di più di quello che può fare il governo che presiede da molti, troppi anni, e di meno di chi, antistoricamente, ritiene che Israele non abbia diritto di esistere. Il confronto con gli arabi palestinesi e i regimi di Hamas e Fatah, oppure con il mondo arabo circostante, è impietoso. È questo che serve a Israele? Io credo di no, credo che Israele meriti termini di confronto alla sua altezza, non contesti invariabilmente illiberali i cui caratteri migliori equivalgono ai suoi peggiori. Netanyahu ha costruito una fortunata ma non eterna parabola politica su un principio semplice, capace di fare presa facilmente sulla massa degli elettori: parlare degli altri. Solo, sempre degli altri, altri impresentabili come Hamas, l’Autorità nazionale palestinese, l’Iran. È un principio irresponsabile, che andrebbe sostituito con uno opposto: che cosa possiamo fare noi?

Giorgio Berruto

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