Israele

 

Etnocentrismo, Israele e diaspora

di Giuseppe Gigliotti

 

Nei circoli israeliani è un ritornello frequente accusare di antisemitismo o di odio verso di sè chiunque evidenzi il progressivo declino dei valori democratici occidentali in Israele. Al riguardo, lo status del New Israel Fund può fornire un utile metro di paragone. Fondata negli States nel 1979, ed oggi operante in diversi paesi tra cui Israele, questa ONG, come evidenziato dal suo stesso nome, è impegnata nel promuovere cambiamenti democratici nello Stato ebraico. A tal fine, elargisce ad una miriade di ONG israeliane fondi annuali, per il valore di svariati milioni di dollari. Da un punto di vista teorico, il Fondo presenterebbe tutte le carte in regola per fungere da ponte tra Israele ed un ebraismo liberale sempre più ostile nei confronti delle politiche dello Stato ebraico. Nella realtà, la posizione del NIF è andata sempre più deteriorandosi nell'arena israeliana, esemplificando in sommo grado il crescente divario tra le aspirazioni di certa parte della diaspora, e l'élite nazional-religiosa ormai dominante in Israele. Alla base dell'ostilità nei confronti del Fondo sta un miscuglio tra una serie di sue infelici scelte e la crescente demonizzazione operata in Israele verso quanti ritengano ingiustificato anteporre la ebraicità alla democraticità dello Stato. Esplosa nel 2010, a seguito dell'efficace attacco mediatico orchestrato dalla ONG di destra Im Tirtzu contro l'allora Presidente del NIF Naomi Chazan, la campagna contro il Fondo ha assunto nel corso degli anni toni sempre più isterici, sia in Israele che nella diaspora, al punto da costringere il Fondo a continue campagne di rilegittimazione del proprio ruolo.

Cercando di riassumere i punti salienti della vicenda, due sono le accuse mosse in Israele al fondo: quella di continuare a finanziare ONG ritenute "nemiche dall'interno", con particolare riguardo a B'tselem, Breaking the Silence,Yesh Din ed Adalah, e soprattutto di celare una supposta agenda occulta, mirante alla distruzione d'Israele come stato ebraico. Ambedue le accuse peccano a mio avviso di parzialità ideologica, tendendo a bloccare essenziali dibattiti su doppi standard insiti nel sistema israeliano. È però innegabile al contempo che le critiche mosse in Israele contengano un fondo di verità, cui i sostenitori del NIF in America ed Europa dovrebbero prestare razionale ascolto. Con riguardo al primo punto, indubbiamente le succitate ONG hanno svolto e continuano a svolgere attività scomode, al di fuori del consenso e spesso inutilmente provocatorie. Continuare a raccogliere testimonianze anonime di presunti abusi commessi dallo Tzahal, come nel caso di Breaking the Silence, promuovere strategie di lawfare (ovverosia il ricorso a corti straniere o internazionali per indebolire Israele), come nel caso di Yesh Din, od impiegare palestinesi esprimenti sentimenti antisemiti, come nel caso di B'tselem (il cui collaboratore Atef Abu a-Rab è stato colto da Tuvia Tenembaum a negare l'Olocausto), non possono che suscitare reazioni negative in un'opinione pubblica ossessionata dall'idea di vivere una lotta esistenziale contro il resto del mondo.

Tuttavia, le campagne di demonizzazione rivolte contro queste ONG non possono cambiare la realtà operante sul terreno: che Israele stia dominando milioni di non ebrei, sottoponendoli ad un regime di diritti differenti simile all'apartheid è una situazione che necessita di risposte urgenti. Ed a tali ONG deve riconoscersi quanto meno il disperato merito di portare alla luce simili realtà presso un pubblico israeliano spesso assuefatto all'ineluttabilità dello status quo. Più sostanziali sono invece le critiche rivolte nei riguardi dell'infelice supporto prestato dal NIF nei confronti di Adalah. Accusare le ONG arabe di portare alla bancarotta la coesistenza è un tema comune nel discorso israeliano, teso a marginalizzare tali gruppi, a ragione della loro feroce opposizione al carattere etnocentrico dello Stato. Tuttavia, addebitare a sentimenti razzisti l'opposizione a questi gruppi, come ripetutamente insinuato dal NIF, tradisce una preoccupante incapacità di valutare il reale ruolo giocato da questa ONG. Nessun dubbio che essa svolga un ruolo meritorio nella lotta, sul piano legale, alla ragnatela di discriminazioni che avvelenano i rapporti tra lo Stato e la minoranza araba. Sennonchè, un peso sempre più crescente nelle attività di Adalah è rappresentato da quello che può definirsi un autentico assalto ideologico alla legittimazione d'Israele. Tra le più recenti iniziative, venute alla ribalta mediatica, vi è l'istigazione ad includere nella piattaforma del movimento americano Black Lives Matter una sezione che accusa lo stato ebraico di genocidio ed apartheid. Le strutture democratiche d'Israele hanno saputo sino a questo momento impedire derive repressive nei confronti di simili attività. Resta però il fatto che l'attività di questi attivisti, lungi dall'ispirare un genuino confronto su tematiche scottanti quali il ruolo degli arabi israeliani nello Stato, finisce per esacerbare sentimenti di sospetto e discriminazione.

Al di là dell'infelice espressione, particolarmente scandalosa se si considerino gli obiettivi officiali del Fondo, è però evidente come simili episodi gettino luce sulla crescente incompatibilità tra le aspirazioni d'Israele e gli interessi della diaspora. Nessun dubbio può ormai essere avanzato sul fatto che, in Israele, una crescente maggioranza dell'opinione pubblica consideri il mantenimento e rafforzamento del carattere etnocratico della nazione un obiettivo vitale, cui lecitamente sacrificare elementari garanzie democratiche. Disquisendo sulle colonne di Yediot Aharonot sulla necessità della Legge Basilare Israele come Stato-Nazione del Popolo Ebraico, Yoaz Hendel, intellettuale vicino a Netanyahu, ha esposto con chiarezza ciò che è universalmente accettato dall'intero spettro sionista, con la parziale eccezione del Meretz: legittimare meccanismi discriminatori verso i cittadini non ebrei è una condicio sine qua non per mantenere integro il carattere ebraico dello stato. Sennonchè simili ideologie vanno contro il convincimento di un'importante sezione della diaspora, per il semplice motivo che esse finiscono per mettere in discussione la legittimazione degli ebrei quali cittadini aventi pari diritti al di fuori d'Israele. E ciò non per caso: per comunità fiere di sostenere laicità ed eguaglianza, il supporto ad uno stato sempre più ostile a tali valori è destinato a trasformarsi in un insopprimibile fardello, non foss'altro perchè fornisce ai nemici degli ebrei la convincente arma di poter accusare le comunità di praticare un ipocrita doppio standard. E, sebbene questo argomento sia uno dei più dolorosi nel popolo ebraico, ciò che la vicenda del NIF insegna è palese: per oltre mezzo secolo, la diaspora liberale e progressista ha fedelmente sostenuto Israele, nella convinzione che il legame tra religione e Stato, e l'istituzionale discriminazione nei confronti di chi non fosse ebreo fosse destinata a scomparire man mano che la nazione avesse realizzato il sogno sionista della "fioritura nel deserto". Sennonchè il conseguimento del sogno ha tragicamente finito per deludere le aspettative: Israele è oggi una superpotenza ad elevata crescita economica e reddituale. Ma la ventata nazionalista e religiosa, lungi da attenuarsi, ha ormai penetrato ogni ambito della società, spingendola inesorabilmente verso un disastro binazionale, che la diaspora sembra incapace di evitare.

Giuseppe Gigliotti

 

Yoseph Zaritsky, Zfat, 1924

 

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