Israele

 

L’astrattismo lirico di Yoseph Zaritsky (1891 - 1985)

di Giuliano Della Pergola

 

Chi andasse a visitare il Museo d’Arte Moderna di Tel Aviv troverebbe, tra gli altri, in esposizione degli acquarelli di Joseph Zaritsky. Chi era questo pittore? In Italia non lo conosce quasi nessuno, ma in Israele è giustamente considerato uno dei pittori “storici” più importanti. Egli può essere definito un astrattista lirico.

Pittore isolato e solitario di carattere, ma anche lontano da quella che allora in Israele era la tendenza espressiva più “à la mode”, cioè quella ripresa di Chagall che tanto infervorava l’animo dei giovani artisti. Bisogna dire che il clima degli anni Cinquanta dovette apparire a molti pittori già immigrati in Israele come particolarmente felice: senza restrizioni e censure, senza questioni ideologiche circa la rappresentazione della figura umana, senza particolari remore religiose.

E, in ispecie, l’astrattismo lirico di Zaritsky, che non aveva raffigurazioni specifiche da mostrare, quanto invece relazioni inedite tra forma e colore, composte secondo una ricerca di scavo interiore legata a una auto-analisi, fatta di doloroso rinvenimento di proprie modalità pittoriche, risolveva su un’altra scala le tradizionali questioni che nel corso dei secoli erano state spesso causa di conflitto tra la ricerca pittorica e la coscienza ebraica. Zaritsky non supera l’antinomia “pittura figurativa- ortodossia ebraica” slittando verso l’informale come se questa via potesse essere una scappatoia. No, non questo: egli è informale per altri motivi, su un’altra scala di riferimenti. È informale per un anelito di riprodurre in pittura la propria coscienza di profugo, di diseredato, di perseguitato. L’astrattismo lirico di Zaritsky pesca nel suo disagio morale, nell’irrequietezza, nella ricerca indotta dall’angoscia, nel tentativo di dare forma pittorica a quel tormento culturale e vitale che aveva caratterizzato tanta parte dell’ebreo che viveva in una Ucraina antisemita e poverissima.

Si placa, questa tragedia, con l’alià in Israele (1923)? Senz’altro, muta. Sicuramente non è più la stessa di prima. Ma la sua radice è profonda, e rimugina all’infinito dolore e umiliazioni. Si placa, cambiandosi; ma senza spegnersi mai.

La sua pittura diventa feriale, diaristica, documentale, sperimentale, anti-capolavoristica, mai fotografia. Il movimento delle navi nel porto è un suo movimento interiore, sottratto alla nautica. La povertà di una città palestinese (Safed, 1924) è dramma della coscienza, non documento urbano. L’informale dei suoi quadri è una dichiarazione circa il luogo ove la pittura deve scavare vie nuove.

Possiamo credere che possa avere indossato l’uniforme russa come un soldato diligente e obbediente? Possiamo immaginare che possa essere stato un artista imprestato al mercato dell’arte? Possiamo solo immaginare che qualcuno possa avergli proposto onorificenze ufficiali, attestati o solo un plauso formale? In Joseph Zaritsky bruciava il fuoco di Goya che è parte dell’irrequietezza e del tormento; freme una coscienza tragica, inquieta: il contrario di quella che possiede l’intellettuale di corte, che al contrario è fatta di invidie, ricerca di riconoscimenti esteriori e bramosia di successo.

Giuliano Della Pergola

 

Yoseph Zaritsky, Dipinto alla Vermeer

 



Yoseph Zaritsky, Olio su tela

 

 

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