Storia

 

Mille Anni di Separazione

di Alessandro Treves

 

Non è facile riandare con l’immaginazione a quell’estate di mille anni fa, quando i sostenitori di Hamza e quelli di Al Darazi si affrontavano per le polverose strade del Cairo. Ma può servire per cercare di capire almeno un elemento della tragedia siriana di questi giorni.

Nel 1016 il giovane califfo Al Hakim è già nella terza fase del suo turbolento periodo alla guida dei Fatimidi, che solo da cinquant’anni si sono presi l’Egitto e hanno fondato il Cairo, la loro nuova capitale. La dinastia ismailita, che vanta la discendenza da Fatima, la figlia del Profeta, è cresciuta in Nord Africa grazie all’appoggio di tribù berbere, e si trova ora a controllare un territorio esteso dalla Sicilia alla Siria alle coste Mar Rosso. La popolazione è un misto di arabi, copti, berberi, ebrei, cristiani d’oriente, sciiti di varie persuasioni, sunniti pronti a sostenere i rivali califfi Abbasidi insediati a Baghdad. Al Hakim, diventato califfo undicenne per l’improvvisa morte del padre, a 15 anni prende le redini del potere dopo essersi sbarazzato dell’eunuco Barjawan, che alcuni dicono fosse un nero africano, o forse invece un ex schiavo siciliano, o uno slavo, ma insomma era riuscito a mantenere un certo equilibrio fra i berberi ed i turchi, le due componenti forti dell’esercito.

Al Hakim dagli occhi celesti all’inizio sembra in grado, eliminati altri uomini forti, di valorizzare al meglio la multiculturalità del suo regno. Tenendo a bada i sunniti, verso cristiani ed ebrei, pur assoggettati alla tassa sui dhimmi, mantiene una politica di relativa tolleranza; al Cairo apre la Casa della Saggezza, una sorta di università dove si studia il Corano ma anche astronomia, e finanzia l’istruzione superiore, promuovendo riunioni seminariali sia pubbliche che private, le Sessioni della Saggezza. Stabilisce una rete di relazioni diplomatiche, e una sua ambasceria arriverà nel 1008 fino in Cina. Intanto però si fa più rigido nell’imporre la legge islamica, nel definire l’abbigliamento da tenere ai bagni pubblici, nel costringere le donne a girare a capo coperto. Presto anche a cristiani ed ebrei viene vietato il vino e qualsiasi alcolico, ed imposto di indossare una cintura ed un turbante nero che li identifichino come tali, e in aggiunta i cristiani debbono portare al collo una croce di ferro, e gli ebrei, supremo sfregio, un vitello di legno. Forse anche per difendersi dalle insinuazioni dei sunniti, che lo dicevano figlio di una cristiana, nel 1009 ordina la distruzione della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Con i sunniti in questa seconda fase cerca di mostrarsi più conciliante, ma non gli servirà molto: nel 1011 il califfo abbaside riunisce un consesso di dotti sunniti, e di sciiti non ismailiti, che firmano il Manifesto di Baghdad, quasi un precursore del Manifesto della Razza: in esso si afferma fra l’altro che la dinastia fatimide non discenderebbe da Fatima, bensì da un ebreo, Ibn Al Qaddah.

In quella che il Prof Nissim Dana di Bar Ilan definisce come la sua terza fase, Al Hakim ritorna allora sui suoi passi, riacutizza l’ostilità verso i sunniti e permette a cristiani ed ebrei di ricostruire i loro luoghi di culto. Paradossalmente, è in questo periodo che il suo rapporto con gli stessi sciiti si fa più complesso, ed acquistano visibilità i “suoi” predicatori, in particolare Hamza e Al Darazi, che porteranno i loro seguaci ad uscire dall’Islam. Entrambi di origine persiana, di Hamza si sa che era coetaneo del califfo e poco dopo essere arrivato ventenne al Cairo era stato nominato Responsabile delle Lettere e della Corrispondenza. Forse Al Darazi era un suo subordinato, o forse un comandante mandato dal califfo a reprimere una rivolta congiunta di montanari cristiani, sciiti e sunniti del Libano, oppure in missione a convertirli, ovvero viene lui convertito da loro. Cosa succeda esattamente fra Hamza e Al Darazi anche non è chiaro, e le scarse fonti sono prevalentemente di detrattori dell’operato di entrambi. Pare che che Al Darazi si autoproclami “Spada della Fede” e che Hamza ribatta che la fede non ha bisogno di una spada. Che Al Darazi dichiari la natura divina del califfo, forse per ingraziarselo e soppiantare Hamza, ma che quando i cairoti non la prendono bene lui ne riversi la responsabilità sullo stesso Hamza, che è costretto dai tumulti a sospendere per un anno la predicazione. Fatto sta che nel 1017 il califfo si schiera con Hamza, che nomina “Imam dei Monoteisti” (al-Muwahhidūn, ovvero gli Unitari, come i seguaci della riforma religiosa si chiamano fra loro). Al Darazi viene messo a morte per eresia, ma il suo nome rimane, storpiato, ad indicare i fedeli della nuova setta fino ai giorni nostri: i Drusi.

Hamza continua la predicazione, ed il movimento degli Unitari si diffonde anche a gran distanza dal Cairo. Scrive il primo nucleo delle Epistole della Saggezza, testo sacro aggiunto a quelli delle tradizioni di pensiero che in qualche modo confluiscono nella riforma unitaria: oltre a varie correnti dell’Islam, giudaismo, cristianesimo, neoplatonismo, probabilmente zoroastrismo, mandeismo, samaritanesimo, altri culti ancora. Il 12 febbraio del 1021 Al Hakim, 36enne semi-dio riluttante, o forse messia mancato, si allontana per una delle sue sessioni di ascetismo e meditazione sulle colline fuori del Cairo, e non fa più ritorno. C’è chi dice che vengano ritrovati il suo asino e i suoi vestiti sporchi di sangue, e c’è chi accusa la sua sorellastra Sitt al-Mulk di averlo fatto uccidere. In effetti lei diventa reggente per il nipote. E Hamza? Si ritira anche lui in una località segreta, lasciando la guida del movimento a Baha'ud-Dīn, un predicatore suo discepolo, che nella successiva sistemazione teologica diventa l’”Ala Sinistra”, ovvero il quinto dei cinque “ministri divini” (il primo è Hamza stesso, la Mente Universale, cui seguono l’Anima Universale, la Parola, l’Ala Destra e appunto l’Ala Sinistra).

Segue un ventennio di cui si sa molto poco, in cui la riforma unitaria evidentemente fa molti proseliti, ma suscita anche forti resistenze, radicandosi saldamente per qualche motivo solo su quei monti del Libano dove Al Darazi era stato mandato dal Califfo. Secondo Philip Hitti, che scrive sulle origini dei drusi nel 1924, su quei monti vivevano tribù di origine persiana a priori ricettive al messaggio ismailita. Fatto sta che altrove i nuclei dei riformati scompaiono, e soltanto lì rimangono, e quando nel 1043 Baha'ud-Dīn dichiara terminato il periodo del proselitismo i drusi, come ormai vengono chiamati dagli altri, si chiudono a riccio, le loro dottrine diventano inaccessibili ai non drusi, come anche alla maggior parte, non iniziata, degli stessi drusi, e l’endogamia ne fa un popolo, che adesso conta fra uno e due milioni di abitanti, concentrati in Libano, Galilea e Siria meridionale. Quel poco che si sa del loro sistema di pensiero deriva, fino a tempi recenti, da poche opere giunte fortunosamente in occidente, un manoscritto portato nel 1700 da un medico siriano a Luigi XIV, altri trafugati durante i conflitti nel Libano di metà ottocento.

La riforma degli unitari ha dato vita ad un popolo che ha vissuto per mille anni nella separazione. La Mente Universale ha prodotto una forma estrema di particolarismo.

Dovrebbe quindi il califfo Al Hakim essere incriminato per creazione accidentale d’etnia? Si può invocare, se si è dato origine ad un nuovo popolo, completo di clero e sacre scritture, la preterintenzionalità? Non erano forse i suoi intenti originali nobili e puri, e rivolti al bene dell’umanità tutta? E che dire allora, per rimanere sulle rive del Nilo, del nostro Mosè, quando in un momento di collera colpì l’egizio? Aveva inteso davvero generare il popolo ebraico?

Alessandro Treves,
Trieste e Tel Aviv

 

Chi fosse interessato ad un approfondimento può trovare online: Al-Darazî and Ḥamza in the Origin of the Druze Religion, di Marshall G. S. Hodgson, nel Journal of the American Oriental Society, 82:5-20 (1962).

 

Yoseph Zaritsky, senza titolo

 

 

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