Storie di ebrei torinesi

 

Il giudice che ogni dieci anni cambia mestiere


Intervista a Guido Neppi Modona

 

 

Scusa l’ignoranza, ma cos’è il reato impossibile, titolo del primo libro che hai scritto?

 

È il titolo della mia tesi di laurea, discussa nel 1962. Per spiegare il termine faccio un esempio: A spara a B credendolo addormentato, ma B era già deceduto per un infarto. A ha agito con l’intenzione di uccidere, ma quell’omicidio era impossibile, perché la vittima non era più in vita.

 



Guido Neppi Modona

Potremmo incominciare dalla tua vita professionale.

 

Mi rendo conto che nella mia vita, con cadenza decennale o poco più, il centro delle mie attività e dei miei interessi ha subito dei cambiamenti, o si sono create delle sovrapposizioni: magistrato - pubblico ministero e giudice penale - per 11 anni (dal 1964 al 1975, negli ultimi tre anni presso il Ministero della Giustizia ove ho poi partecipato anche successivamente alle varie commissioni per la riforma del codice di procedura penale); per una ventina d’anni (1976-1996) professore universitario di diritto e procedura penale, editorialista della Repubblica e nel contempo per una decina di anni avvocato penalista; per nove anni (1996-2005) giudice alla Corte Costituzionale; per un decina di anni (2006-2015) Presidente della Fondazione per il Museo della Ceramica di Mondovì; infine da circa dieci anni sono componente della Commissione di Venezia. Negli anni Ottanta del secolo scorso ho avuto esperienze di studio e di insegnamento in università negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.

 

Nel corso di oltre cinquant’anni ho scritto molto, forse troppo: scritti tecnico-giuridici di diritto penale e processuale penale, ricerche storico-istituzionali sui rapporti tra magistratura e potere politico nello stato liberale, durante il regime fascista e nei primi anni dell’ordinamento repubblicano, sulle istituzioni penitenziarie nell’ultimo secolo di storia italiana, sui processi per i reati di collaborazionismo con i tedeschi e con la Repubblica Sociale Italiana dopo la caduta del fascismo. Sia da magistrato sia da docente le mie prese di posizione mi hanno creato qualche difficoltà; nel periodo delle Brigate Rosse per tre anni ho vissuto sotto protezione.

Al di là di quello che riuscirò ancora a scrivere, non so se nella mia vita vi sarà tempo per altre esperienze decennali…

 

 

In bocca al lupo! Ad maiora! Spiegaci cos’è la Commissione di Venezia e quale è stata la tua attività in questa istituzione.

 

Si chiama convenzionalmente così, perché si riunisce quattro volte all’anno a Venezia, la European Commission for Democracy Through Law, organo del Consiglio d’Europa che presta consulenza e supporto giuridico-istituzionale alle nazioni di recente democrazia, soprattutto in tema di tutela dei diritti fondamentali, indipendenza della magistratura, giustizia costituzionale, sistemi elettorali, rapporti tra poteri dello stato. Ho avuto occasione di compiere missioni in diversi stati dell’ex Unione Sovietica, dell’ex Jugoslavia e più recentemente in alcuni Paesi arabi del bacino del Mediterraneo.

All’inizio mi scandalizzavo per gli alti livelli di corruzione nelle istituzioni pubbliche nei paesi dell’est europeo, poi mi sono reso conto che forse oggi in Italia stiamo peggio di loro…

 

 

Hai anche lavorato per i paesi arabi?

 

In Tunisia il lavoro della Commissione è stato coronato dall’emanazione di una costituzione assai avanzata. In monarchie illuminate come il Marocco è stato lo stesso re a promuovere un’ottima costituzione emanata nel 2011 ed entro quest’anno entreranno in funzione il Consiglio superiore del potere giudiziario e la Corte costituzionale. Anche la Giordania si è dotata di analoghi organi di garanzia. Debbo dire che in questi paesi ho avuto l’impressione che le donne - presenti sia in magistratura che nelle assemblee parlamentari - svolgano un ruolo trainante dello sviluppo democratico. Fino al 2013 la Commissione ha anche intrattenuto positivi rapporti con la Turchia.

 

 

E con Israele?

 

Israele fa parte della Commissione e la frequenta assiduamente, ma non ha sinora avuto bisogno di alcuna consulenza. C’è da dire che la Corte Suprema di Israele ha svolto e svolge una preziosa azione di tutela dei diritti. Notevoli sono state ad esempio le sentenze della Corte sotto la presidenza di Aharon Barak (che ho avuto la fortuna di incontrare sia negli Stati Uniti che in Israele) in difesa dei diritti dei palestinesi. La Commissione di Venezia è un terreno di incontro importante: può ad esempio offrire occasioni di dialogo tra israeliani e palestinesi, tra russi e ucraini.

I paesi membri della Commissione sono ormai sessanta, ne fanno parte anche stati dell’Asia, dell’Africa, delle due Americhe. L’intervento della Commissione può essere chiesto dallo stesso stato interessato, ma sovente la Commissione è sollecitata a intervenire da organi dell’Unione Europea in caso di leggi liberticide che violano diritti fondamentali, l’indipendenza della magistratura o della Corte costituzionale, come è successo nei confronti di Ungheria e Polonia e ora della Turchia.

 

 

Andiamo a ritroso: a Mondovì, in memoria di tuo zio Marco Levi, hai fondato il Museo della Ceramica.

 

A Mondovì da bambino passavo lunghi periodi in estate. Mio zio, oltre alla Banca Cambio Levi, aveva una fabbrica di piatti, che era per me un inesauribile terreno di scoperte e di curiosità, tra i reparti della forgiatura, della decorazione del biscotto, della cottura nei forni, collegati tra loro da carrelli su rotaia. Ero piuttosto vivace, e un giorno riuscii a provocare un rovinoso scontro tra carrelli pieni di piatti.

Marco Levi è stato l’ultimo ebreo di Mondovì e per anni, seppur anziano, ha custodito quel delizioso piccolo gioiello che è la Sinagoga, incastonata all’ultimo piano del caseggiato ove era il ghetto, aprendola al pubblico e ricevendo i visitatori.

Due anni prima di morire, nel 1999, ha costituito la Fondazione del Museo della Ceramica, ha acquistato da Carlo Baggioli, appassionato collezionista, una grande raccolta di ceramiche dello storico distretto monregalese e l’ha donata insieme alla sua collezione personale alla Fondazione, costituendo così la base del futuro Museo della Ceramica. In un certo senso sono divenuto per diritto ereditario presidente della Fondazione e a partire dal 2005 mi sono impegnato per la realizzazione del Museo, grazie anche alla preziosa e validissima collaborazione di Claudia Abbina, segretaria generale della Fondazione. Cinque anni dopo il Museo della Ceramica è stato inaugurato nel settecentesco Palazzo Fauzone di Germagnano a Mondovì Piazza, occupa 17 sale distribuite su tre piani, Negli infernotti è stata attivata una Unità Produttiva, che consente di realizzare tutte le fasi del ciclo lavorativo della ceramica. Vengono riprodotti anche piatti con scritte ebraiche e decori floreali, che mio zio produceva in fabbrica per gli amici.

 

 

A proposito di ebraismo, come avvocato o come giudice hai mai trattato cause in cui è stata coinvolta la tua identità ebraica?

 

Non ricordo alcuna vicenda del genere. Probabilmente in casi simili avrei dovuto astenermi. Però quel po’ di cultura ebraica che ho acquisito in casa e nella scuola ebraica ha acuito la mia sensibilità per i temi della libertà e dell’uguaglianza.

 

 

Quale è stato invece il tuo impegno in campo ebraico?

 

A partire dai primi anni Cinquanta ho partecipato ad alcuni congressi annuali della Federazione Giovanile Ebraica - a Venezia e a Roma - quale delegato del CGE di Torino, ricordo un intervento sul dovere degli ebrei, in quanto minoranza, di difendere i diritti di libertà e di uguaglianza di tutte le minoranze. Per il neonato Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) ho compilato, giovanissimo, le schede sui partigiani ebrei di Torino, sia viventi che caduti nella Guerra di Liberazione. Da quell’esperienza è nato il mio costante interesse per le vicende e i valori della Resistenza.

Ho avuto poi due occasioni recenti di impegno in campo ebraico. Nel 2010 sono stato chiamato come consulente per la modifica dello Statuto dell’Unione delle Comunità. È stato un lavoro intenso e impegnativo per oltre due anni, perché abbiamo praticamente riscritto lo Statuto, introducendo tra l’altro l’istituto del Consiglio permanente. La commissione per la modifica era composta da una trentina di persone, e allora avevo lavorato molto bene con Valerio Di Porto, funzionario della Camera, con il quale ho poi mantenuto un ottimo rapporto.

 

 

E quale è stata la seconda occasione?

 

Sempre intorno al 2010 ho iniziato ad occuparmi in maniera più approfondita della legislazione razziale del periodo ’38 - ’43 e delle profonde connivenze della società italiana, temi che erano stati per decenni rimossi e coperti da un colpevole oblio. Solo nel 1988 La Rassegna Mensile di Israel ha pubblicato i testi integrali delle principali leggi razziali e diversi articoli di commento (prima, nel 1961, il CDEC aveva pubblicato ampi stralci della legislazione antiebraica). Da allora l’interesse per le leggi razziali si è intensificato e nell’ultimo quindicennio numerose ricerche hanno messo in luce le responsabilità del ceto dei giuristi - soprattutto alti magistrati e docenti universitari - nell’aderire e sostenere la persecuzione razziale. La ricerca più recente ed esaustiva è di un giovane studioso dell’Università Cattolica di Milano, Saverio Gentile, che ho avuto occasione di recensire su Ha Keillah [dicembre 2014, ndr].

 

 

Tu sei nato nel 1938: come hanno influito le leggi razziali sulla tua infanzia?

 

Sono nato il 14 novembre, tre giorni prima dell’entrata in vigore della principale legge razziale. Nonostante questo, posso dire di aver avuto un’infanzia serena, mentre la vita della mia famiglia diventava sempre più difficile. Mio padre, funzionario del Comune di Torino, è stato naturalmente licenziato, ha lavorato prima nello studio di un avvocato amico e poi come rappresentante di macchine per scrivere. Il 19 settembre del ’43 dalla “Vigna”, la casa di campagna sopra Mondovì, si vedeva Boves che bruciava. Poi è arrivata una telefonata: “Hanno preso tutti gli ebrei di Cuneo”. Mia mamma, mia nonna, mia zia, mia sorella ed io siamo rimasti nascosti sino alla Liberazione nel convento delle Suore domenicane di Dogliani, mentre mio zio Marco e mio Papà con modalità diverse sono riusciti a mimetizzarsi e a sfuggire alle razzie dei nazi-fascisti. Ho poi frequentato le elementari e le medie alla scuola ebraica di Torino, prima con la maestra Quinzia Amar e poi con la professoressa Morpurgo, moglie di Primo Levi. L’unica cosa che lamento è che in otto anni non mi hanno insegnato l’ebraico moderno, ma solo a leggere lo stampatello con le vocali dei libri di preghiera.

 

 

Facciamo di nuovo un passo indietro; parlaci dei tuoi impegni da studente.

 

Devo dire che l’atmosfera che si respirava in casa ha indirizzato le mie scelte politiche fin dai tempi del liceo; scrivevo articoli per il giornale studentesco “la Zanzara”, ho fondato il circolo d’istituto del Liceo Alfieri, ove ho organizzato un ciclo di sei lezioni sulla Storia d’Italia dal 1918 al 1945, che allora non era oggetto di insegnamento, invitando intellettuali e protagonisti della Resistenza del calibro di Norberto Bobbio, Paolo Serini, Giuseppe Grosso, Franco Antonicelli, Antonino Repaci. Di quel ciclo di lezioni sono ancora oggi molto orgoglioso. In quello stesso periodo ho preso contatti attraverso il Centro Gobetti con Danilo Dolci, presso la cui organizzazione ho lavorato d’estate nel 1954 e 1955 a Palermo e a Partinico, facendo scuola agli analfabeti e interviste per un volume poi pubblicato da Einaudi nel 1956. Il ciclo di questi impegni da studente si è concluso con una spedizione in Spagna per prendere collegamenti con gli oppositori clandestini del regime di Franco.

Al di là dell’impegno politico, ma di grande soddisfazione personale è stata la passione per la montagna. Sin dagli anni del ginnasio ho frequentato la scuola di sci alpinismo della Sezione universitaria del CAI, della quale sono poi diventato istruttore.

Debbo dire che sono molto grato ai miei genitori che non hanno mai posto ostacoli a queste iniziative, alcune delle quali non usuali per uno studente così giovane.

 

 

Intervista di
Paola De Benedetti

e David Terracini

 


 

La Corte Costituzionale

 

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