Storie di ebrei

 

Propheta extra moenia

Bruno Segre, ebreo quasi per caso

 

Bruno Segre è un giovanotto di 86 anni, molto determinato nelle sue idee e dotato di senso dell’umorismo. Vive a Milano, non fa l’avvocato, e perciò sostiene di essere il “falso” Bruno Segre perché, secondo lui, quello “vero” è il direttore del periodico torinese L’Incontro.

 

Bruno Segre

Di solito si inizia un’intervista sintetizzando la vita e le opere dell’intervistato. Preferiamo questa volta che sia tu a presentarti.

 

Nell’autunno del 1938 avevo otto anni e mi apprestavo a frequentare a Milano la quarta elementare. Ho scoperto allora cosa voleva dire essere ebreo perché, abbastanza improvvisamente, mi sono reso conto di fare parte di una minoranza che non poteva ‘contaminare’ con la propria presenza la scuola pubblica frequentata dai coetanei ‘ariani’.La mia famiglia, di origine ebraica (come si dice), era assolutamente a-religiosa, antifascista e cosmopolita. Mio padre, nato nel 1889, era di famiglia torinese-repubblicana (regnanti i Savoia). Da suo padre era stato chiamato Emanuele Camillo, non in onore di Cavour ma di Camille Desmoulins, il massone conquistatore della Bastiglia. Mia madre, Kathleen Keegan, nata a Londra nel 1895, studiava canto, era appassionata di opera lirica, ed era figlia di un medico militare cattolico di Dublino e di Fanny Stern, ebrea viennese. I miei genitori si conobbero a Londra perché mio padre, uno dei primi laureati in economia alla Bocconi, ferito lievemente durante la rovinosa ritirata dall’Isonzo al Piave (1917), dopo Caporetto era stato inviato in Gran Bretagna per trattare l’acquisto di materiale bellico. Mia madre conosceva l’italiano “lirico”, ed era segretaria nell’ufficio dove si trattavano questi affari. Lì i due colombi iniziarono ad amoreggiare. Ritrovatisi a Milano dopo la fine della guerra, suppongo che abbiano convissuto per qualche tempo prima di sposarsi con rito civile a Palazzo Marino nel novembre 1919.

 

All’entrata in vigore delle leggi razziali io ero avanti di un anno alle elementari e inspiegabilmente, dopo essere stato bandito da tutte le scuole del Regno, non sono stato iscritto alla gloriosa scuola ebraica di via Eupili, ma ho studiato da privatista. Mi ha fatto da maestra la signora Maria Gilardoni, che noi chiamavamo zia Maria, un’anziana insegnante in pensione, antifascista, dalla quale ho imparato un mare di cose importanti. Mio padre, che non si era mai iscritto al Partito Nazionale Fascista, morì di ictus nel ’41, all’età di 51 anni, due giorni dopo aver ricevuto, al termine di una trafila durata oltre due anni, la risposta ministeriale di rigetto della sua domanda di “discriminazione”, di esenzione cioè dalle norme persecutorie previste dalle leggi razziali. Ho saputo per caso di questa vicenda da una ricercatrice dell’Università di Torino che, un paio d’anni fa, nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma ha trovato tra l’altro la domanda, dignitosissima, di mio padre, che chiedeva alla Direzione DemoRazza che gli venisse soltanto restituito “l’onore dell’italianità” e che ai suoi due figli, Laura e Bruno, fosse consentito di frequentare la scuola pubblica.

 

 

So che hai lavorato per il Movimento Comunità di Adriano Olivetti, che sei uno storico, che hai scritto libri e articoli per riviste… Come nasci professionalmente?

 

Se vuoi proprio il mio curriculum, eccolo qui. Ho studiato filosofia a Milano alla scuola di Antonio Banfi. Nel Movimento Comunità mi sono occupato di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti. Ho insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre dieci anni ho fatto parte del Consiglio del “Centro di documentazione ebraica contemporanea” di Milano. Sono stato tra gli animatori dell’associazione “Sinistra per Israele”, e per anni ho diretto la rivista di vita e cultura ebraica Keshet (Arcobaleno), che si proponeva di far valere le ragioni del pluralismo e della laicità in seno all'ebraismo italiano. Sotto la mia direzione la rivista è uscita per dieci anni, dal 2001 al 2011. E questi sono i miei libri: Gli ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore, Milano 1998, 2003; Israele, la paura, la speranza, dal progetto sionista al sionismo realizzato, ed. Wingsbert House, 2014; Adriano Olivetti, ed. Imprimatur, 2015. Va bene come curriculum? Sono stato assunto?

 

 

Le faremo sapere. Ma scrivi anche oggi su giornali ebraici italiani…

 

Sì, ma, per ragioni che nessuno si prende la briga di chiarirmi, gli articoli che spedisco alle testate che si considerano le più ‘paludate’ vengono ignorati, come se io non esistessi. Forse perché ho diretto Keshet o perché collaboro con associazioni di amicizia ebraico - cristiane? Ma lo faceva anche il presidente UCEI Amos Luzzatto! Mistero.

 

 

 

La rivista Keshet

 

 

La tua famiglia è stata laica almeno per un paio di generazioni: com’è che ti sei avvicinato all’ebraismo?

 

In famiglia la tradizione ebraica era filtrata attraverso l’uso tramandato di alcune tipiche espressioni ebraico-piemontesi e per via di alcune “strane usanze” alimentari della nonna paterna. Per il resto, ignoravamo totalmente la ritualità e la vita comunitaria.

Da giovane, invece, dopo la fine della seconda guerra mondiale sono diventato filo-sionista, perché per me lo Stato d’Israele era l’attuazione di un sogno libertario e antifascista, dopo la Shoah e dopo 2000 anni di demonizzazione oppressiva da parte della maggioranza cristiana. Ancora adesso sono un convinto sionista, ma sono anche fieramente incavolato con coloro che comandano oggi in Israele perché quelli, secondo me, sono degli antisionisti. In Israele sono stato una infinità di volte in passato, però oggi non ce la faccio più a metterci piede, perché ci sto troppo male.

Ma veniamo alla mia ‘metamorfosi’.

Quando negli anni ‘56 - 58 lavoravo al Movimento Comunità di Adriano Olivetti, facevo il pendolare settimanale Ivrea - Milano, e con me viaggiava un certo Renzo Fabris, un mio quasi coetaneo, un brillante giovane intellettuale cattolico che, anni prima del Concilio Vaticano II e dell’avvio di una qualsiasi forma di dialogo ebraico - cristiano, sapeva tutto sull’ebraismo, mentre io non ne sapevo nulla. Com’è come non è, grazie a lui comincio a interessarmi anche degli aspetti religiosi della cultura ebraica, che ignoravo completamente. D’istinto, io mai e poi mai avrei avvicinato un personaggio come Fabris, che era lontano anni luce dal mio mondo. Ma lui era una persona integra, civile, mai invadente, per cui siamo diventati amici, ci siamo tenuti in contatto, e questa amicizia è durata da allora per vari decenni.

 

 

Come ti sei avvicinato ad ambienti che praticano il dialogo ebraico - cristiano?

 

Nel ’91 l’amico Renzo Fabris mi telefona. (Nota che nel frattempo mi ero sposato, avevo avuto figli, ero andato per cinque anni a insegnare in Svizzera, avevo visitato Israele varie volte per periodi significativi, mentre Renzo era stato al Gazzettino di Venezia, era stato capo del personale alla Rank-Xerox italiana eccetera). Al telefono mi dice: sono in contatto con un villaggio israeliano che si chiama Nevé Shalom / Wāħat as-Salām (Oasi della Pace), dove convivono ebrei e palestinesi fautori di iniziative di pace. Vorrei fondare un’associazione di amici italiani di questo villaggio, e vorrei che tu ne fossi il presidente. Io gli rispondo: non ne so nulla, ma tu sei una persona intelligente, sei mio amico e mi fido di te. Andiamo dal notaio e costituiamo l’associazione, dotata di statuto eccetera. Passano due settimane e Renzo muore repentinamente all’età di 63 anni. E dopo avere metabolizzato questa fulminea tragedia, io mi ritrovo a essere il presidente di un’associazione di cui ignoro tutto, perché non avevo fatto in tempo a parlarne con lui! Appurato che l’unico membro non cattolico dell’associazione ero io, decido di prendere contatto con il villaggio.

 

 

E in Israele poi ci sei andato?

 

Certo, per oltre quindici anni, e plurime volte l’anno. A Nevé Shalom trovo una situazione estremamente interessante. Ne conosco il fondatore, Bruno Hussar, che non era certo un personaggio ordinario. Nato al Cairo nel 1912 o ‘13, figlio di un ebreo ungherese e di un’ebrea francese totalmente laici, alla morte del padre si trasferisce con la madre in Francia, dove si laurea in ingegneria. Animato da interessi religiosi, prende il battesimo cattolico e diventa frate domenicano. Nel ’53 lo chiama il priore dell’ordine dei Domenicani in Francia e gli chiede di fondare nel neonato Stato d’Israele un istituto di studi sul giudaismo. Hussar obbedisce. Nella sua autobiografia, dal titolo Quando la nube si alzava, racconta di aver scoperto che i preti arabi, presso i quali abitava nei primi tempi in Israele, non solo erano antisionisti, ma anche ferocemente antisemiti.

 

 

E come è nato il villaggio Nevè Shalom?

 

Quando ho conosciuto questo anziano domenicano, diventandone amico, mi ha detto: “Io ho quattro identità: sono ebreo in quanto figlio di genitori ebrei, sono cristiano (lui preferiva dire: ‘sono un ebreo discepolo di Gesù’), sono cittadino israeliano ma, essendo nato in Egitto, capisco la cultura degli arabi e sono sensibile alle loro istanze”. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del ’67, frequentando l’Università Ebraica di Gerusalemme, il domenicano Hussar entra in contatto con i gruppi di studenti ebrei e arabi che si danno da fare per ipotizzare i percorsi di una pace possibile. Dice loro: perché non mi venite a trovare a Nevè Shalom, non lontano da Gerusalemme? Loro vanno, e trovano soltanto, in cima a una collinetta pietrosa, una sorta di container di cemento armato dove Hussar vive da solo. Gli chiedono: Ma dov’è il villaggio? E lui: Prima che voi arrivaste qui, Nevè Shalom non c’era, ora che voi ci siete, il villaggio è nato! Eccoti descritta l’origine di questa singolarissima comunità bi-nazionale ebraico-araba, fondata sulla convivenza tra ‘nemici’ e su una comune aspirazione alla pace. Hussar all’inizio aveva pensato a un villaggio pluri-religioso, ma ben presto si rese conto che, per costruire la pace, l’importante non era educare alla convivenza tra fedi diverse ma far lavorare insieme, a un progetto comune, persone di etnie nemiche, seriamente disposte a operare per la pace. Tra i fondatori del villaggio c’erano ebrei e arabi dell’estrema sinistra, con una mentalità laica, aperta verso la convivenza pacifica.

 

 

Parlami dei tuoi rapporti con il villaggio.

 

L’istituzione più notevole di Nevé Shalom è la scuola, dove le lingue-madri parlate dall’insieme dei bambini sono lingue “nemiche”, l’arabo e l’ebraico. Un bilinguismo difficile, problematico, carico di valori positivi. Per diversi anni questa scuola è stata un unicum in Israele, ed è stata frequentata anche da bambini ebrei ed arabi dei villaggi circostanti. Per 17 anni ho continuato a fare il presidente dell’associazione di amicizia col villaggio. In Italia sono stato chiamato a parlare di questa esperienza presso parrocchie, scuole, comuni, associazioni culturali e politiche. Siccome me la cavo bene con l’inglese, in questa lingua dall’Italia ho tenuto rapporti quasi quotidiani, via internet, col villaggio. Quando esponenti di Nevé Shalom venivano in Italia per raccontare il loro sistema educativo, li ospitavo a casa mia.

Ma ho anche vissuto sul posto eventi drammatici, come questo. Era il ’97 quando due elicotteri dell’esercito che volavano in formazione sul confine libanese si scontrano, e con il loro precipitare muoiono 73 soldati, tra i quali Tom Kitain, un ragazzo del nostro villaggio. Al funerale militare di Tom, celebrato nel cimiterino di Nevé Shalom, partecipano commossi tutti gli abitanti del villaggio, ebrei e arabi. Durante la settimana di lutto viene in visita al villaggio il presidente d’Israele Ezer Weizman per le condoglianze ai genitori del ragazzo, e io per combinazione sono lì con loro. Passano due anni, a Nevé Shalom è prevista l’inaugurazione di un campo di basket. I genitori di Tom chiedono che sulla struttura venga posta una targa in memoria del loro figlio caduto. La popolazione araba del villaggio insorge e, in assemblea, si oppone aspramente a tale omaggio alla memoria del ragazzo, perché Tom ‘era morto da militare’. Questo improvviso, netto contrasto ha rappresentato una profonda frattura all’interno della comunità, che ha posto in evidenza quanto, nel martoriato Vicino Oriente, sia impervio il cammino verso la pace persino per gli abitanti di Nevé Shalom.

In origine il villaggio era nato su terreni in affitto, di proprietà del vicino monastero trappista di Latrun. Quando, poco dopo la morte di Bruno Hussar (1996), i Trappisti hanno dichiarato che intendevano mettere all’asta quei terreni, mi sono dato da fare contattando il Cardinale Martini, il Cardinale Piovanelli arcivescovo di Firenze e mons. Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche della Diocesi di Milano, ottenendo che, tramite trattative, i terreni venissero venduti al villaggio.

Oggi Nevé Shalom conta oltre una trentina di famiglie ebraiche e un pari numero di famiglie arabo-palestinesi.

Quando Yossi Sarid era ministro per l’istruzione nel governo laburista retto da Ehud Barak, s’invaghì del sistema educativo inventato a Nevé Shalom, promovendolo a ‘scuola modello a livello regionale’. Sull’esempio di quella scuola interetnica, per contrastare la diffusione di scuole separate per i due popoli e su iniziativa di un arabo palestinese, è nata anni fa la associazione “Hand in Hand”, che ha aperto a oggi sei scuole in tutto Israele, frequentate da ragazzi arabi ed ebrei.

 

 

 Intervista di
Bruna Laudi e David Terracini