Memoria

 

La difficoltà di emigrare
Un ebreo a Ventimiglia nel 1939 e i migranti oggi

di Anna Bises e Bruno Montesano

 

All’emanazione delle leggi razziali, Enrico Bises e sua moglie Lea decisero di lasciare Roma per emigrare in Argentina il prima possibile, avendo compreso subito che la situazione degli ebrei italiani avrebbe seguito il destino di quelli tedeschi.

Enrico, essendo un noto avvocato quarantacinquenne, era piuttosto benestante, sia perché era il legale di tutto l’ambiente artistico-figurativo e teatrale, sia perché era socio della ditta di tessuti Bises di proprietà sua famiglia paterna.

 Con le cosiddette “Leggi razziali” Enrico perse la possibilità di lavorare in proprio come avvocato e i tre figli, Andrea, Anna e Fiammetta, dal settembre ’38 non poterono più frequentare la scuola. Così nel febbraio ’39 partirono per l’Argentina, il primo paese che concesse loro il visto. I Bises fecero richiesta anche per l’Egitto, che sapevano accogliere favorevolmente persone colte. La partenza di un gruppo di ebrei romani verso l’Argentina fu permessa dal giovane ebreo triestino Calimani, che aveva appena vinto il concorso per entrare in diplomazia dalla quale, però, venne subito radiato. Così questi si diede da fare per andare via dall’Italia occupandosi di ottenere i permessi. Calimani infatti aveva saputo che il console argentino di Trieste concedeva visti a 5000 lire a testa. Purtroppo per espatriare bisognava disporre di un buon capitale e così solo i più ricchi poterono uscire dall’Italia fascista. Questo spiega perché, ad esempio, molti dei deportati dal ghetto di Roma, il 16 ottobre ’43, appartenevano ai ceti più umili.

 Con Enrico partirono anche il fratello minore Sergio con la giovane moglie Liliana; i due fratelli, nel centro di Buenos Aires, aprirono poi un negozio di tessuti all’ingrosso.

In Argentina regnava un antisemitismo cattolico e nazionalista e, da circa un anno, il presidente era il conservatore Ortiz che più tardi, nel ’40, per ragioni di salute, sarà sostituito da Castillo e in seguito da dei militari di estrema destra.

Appena sistemati, Enrico tornò nel giugno ‘39 in Europa a prendere i genitori e per risolvere alcuni problemi rimasti in sospeso, come il modo per avviare una nuova attività commerciale in Argentina di importazione di film italiani.

Per la traversata di ritorno dall’Italia, prenotò la più bella suite del transatlantico Augustus, per dare la massima comodità ai genitori ottantenni e perché, non potendo esportare la valuta, aveva deciso di spendere il più possibile, sapendo che altrimenti la propria fortuna sarebbe sparita. Infatti Enrico aveva già spedito dei soldi attraverso il Vaticano, ma la seconda transazione non arrivò mai in Argentina.

La partenza era da Genova alla fine di agosto del ‘39. Enrico si imbarcò con i genitori ma, dopo una serie di comunicazioni contraddittorie della compagnia di navigazione, dovette sbarcare a terra perché il piroscafo non sarebbe più partito. Il 1° settembre infatti la Germania invase la Polonia.

Tutto questo lo possiamo evincere da una lettera che Enrico scrisse a Lea il 29 agosto del ’39. Con lui, oltre ai Terracini di Torino, c’erano altre famiglie romane che si trovavano nelle stesse condizioni. A Genova, così, Enrico cercò subito altre vie d’uscita. Prese la macchina assieme ad altri sperando che in Francia, che allora era guidata dal radicale Deladier, avrebbero potuto prendere il primo piroscafo da Marsiglia per il Sudamerica. Ma la frontiera di Ponte San Luigi era chiusa, scrive Enrico nella stessa lettera, e lasciò passare solo il Signor Cavallo, che aveva passaporto argentino e che Enrico aveva conosciuto per l’importazione dei film italiani in Argentina. Enrico ritrovò più tardi Cavallo, proprietario del cinema Rex, a Buenos Aires ma lì comprese l’impossibilità di portare a termine l’affare.

Tornato indietro dal confine, Enrico venne a sapere che tutti i passeggeri erano stati fatti scendere dall’Augustus. Afflitto, il figlio aveva quindi riaccompagnato i genitori alla stazione per farli andare a Montecatini da sua sorella Fernanda in villeggiatura. Fernanda infatti sperava ancora che la situazione sarebbe potuta migliorare, e così, nell’attesa, provava a fingere che tutto fosse come prima.

I due anziani ottantenni, nonostante il divieto di avere una donna di servizio e di possedere la radio così da essere esclusi dalla ricezione delle notizie, sarebbero poi tornati a Roma, alloggiando al Grand Hotel, dove morirono di cause naturali prima della deportazione. A Roma si trovava il figlio Carlo che riuscì a mantenere il proprio negozio fino al 16 ottobre ’43. Si salvò, come Fernanda, pagando delle suore in un convento, in pieno centro, a Roma.

Nella lettera, Enrico cerca di mostrarsi sicuro e ottimista ma ciò serviva a nascondere la verità alla eventuale censura. La lettera infatti sarebbe potuta essere tacciata di disfattismo. Sistemati i genitori, Enrico riuscì a passare la frontiera francese con alcuni dei membri del gruppo di ebrei romani, senza bagaglio e a piedi. A Marsiglia salparono con la prima nave possibile, la sgangherata nave spagnola Cabo S.Antonio. Dormirono per terra, senza nemmeno un materasso, nel bar di terza classe. Il viaggio durò più di un mese e Enrico arrivò a Buenos Aires con dieci chili di meno e la piorrea. Il Cabo S.Antonio affondò due viaggi dopo.

Ciò che salvò gran parte della nostra famiglia furono il benessere economico e la lungimiranza.
Il razzismo e l’esposizione alla morte non permettono vie di fuga a chi è sprovvisto di denaro. A meno che questi trovi una comunità solidale, come gli attivisti No Borders di Ventimiglia. Abbiamo deciso di riportare questa vicenda a seguito delle violenze subite dai migranti di Ventimiglia, pur essendo l’intero continente europeo ad affondare nella gestione liberticida dei suoi confini. I paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica ceca), e, con diversa intensità, quelli europei, praticano politiche razziste ed erigono muri. La Danimarca requisisce gli averi dei rifugiati. La Turchia, a cui è stata delegata dalla UE la gestione delle frontiere esterne, viola i diritti umani. In molti paesi le destre nazionaliste e xenofobe crescono. E il mar Mediterraneo, nonostante le commosse parole dei leader europei, è un terribile mare di morte. Le frontiere sono chiuse, come negli anni ’30, e i sogni di libertà e di vita migliore vedono ancora molti ostacoli alla loro realizzazione.

Come allora, così, per chi fugge ed è privo di denaro, la vita dipende dalla disobbedienza di pochi giusti a leggi ingiuste.

 

Anna Bises e Bruno Montesano
(figlia e pronipote di Enrico)

 

Profughi a Ventimiglia