Memoria

 

Come ogni anno, sul confine
La voce della terza generazione

di Beppe Segre

 

Sono 18 anni che nell’anniversario dell’8 settembre ci si dà appuntamento alternativamente sul colle Ciriegia o sul Colle di Finestra, al confine con la Francia, per ricordare la tragica odissea delle centinaia di ebrei, profughi da tutta Europa, costretti in residence forcée a Saint Martin Vésubie, e di qui in fuga in val Gesso, nell’illusione che in Italia la guerra fosse finita.

Gigi Ferraro e Sandro Capellaro, dell’Associazione Giorgio Biandrata di Saluzzo, lanciarono la proposta di ricordare e meditare in questo modo, rivisitando i sentieri percorsi dagli ebrei braccati, e immedesimandoci a immaginare la sofferenza di quelle famiglie, che allora, con vecchi e bimbi, valigie pesanti e vestiti poco adatti a riparare dal freddo, attraversarono le Alpi nel vano tentativo di sfuggire ai nazisti.

All’iniziativa promossa e organizzata con entusiasmo dall’Associazione Biandrata, partecipano e danno sostegno l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, alcuni Enti Locali, le Comunità Ebraiche di Torino e di Nizza, il Comitato Yad Vashem di Nizza, le scuole di Saluzzo.

Il prof. Gigi Garelli ha espresso le riflessioni sul significato della manifestazione:

Vien allora da chiedersi se abbia ancora un senso coltivare il ricordo, dacché la storia stessa ci rammenta la propria incapacità di evitare il ripetersi di errori già commessi. In tanti, all’apertura dei cancelli di Auschwitz o di Mauthausen gridarono “Mai più!” agli orrori dei lager, al genocidio, alle eliminazioni di massa. Eppure da allora quanti altri stermini si sono ripetuti, facendo di Srebrenica in Bosnia o di Nyarubuye in Ruanda i nuovi emblemi dell’orrore.

Nonostante questo il nostro esser qui dice che sì, un senso rimane al fare memoria, almeno per due motivi.

Dobbiamo fare memoria di quanto accaduto per un debito nei confronti di chi fu perseguitato, per riabilitare e restituire dignità a chi venne calpestato come un verme, letteralmente coperto di sputi e di ignominia; a chi subì l’onta della discriminazione e tardò a esser risarcito per quanto subito. Non dimentichiamo che le leggi razziali vennero abrogate in Italia solo tardivamente - tra il settembre e il dicembre del’43 - dopo che già da mesi era caduto il fascismo mussoliniano... Ma, ancor più, far memoria vuol dire ricordare che fu possibile sottrarsi al “pensiero unico” nonostante il pesante clima di persecuzione e di terrore. Persone e famiglie apparentemente senza grandi strumenti di lettura e di interpretazione del reale seppero vedere in quelle persone affaticate e impaurite scese in valle non già l’”Ebreo” vituperato e diffamato dalla propaganda di regime, ma l’uomo o la donna bisognosi di aiuto. I Giordana, gli Oberto, i Grasso, gli Olivero, gli Allemandi, gente semplice che campava di pane di segale e latte bollito ci insegna che anche nei tempi più bui è possibile tenere accesa la fiamma dell’umano che è in noi.

Noi siamo qui per questo, per dirci ancora una volta che anche quest’anno abbiamo resistito alle urla dei violenti, e che per quanto dipenderà da noi continueremo a incontrarci sui confini, non già per cancellarli, ma per restituire loro in virtù della memoria ciò che pure a lungo sono stati: linee di sutura tra mondi diversi e luogo di contatto tra uomini che insieme lottano per difendere la loro comune dignità”.

Alla Marcia della Memoria hanno preso parte tra gli altri le discendenti della famiglia Horowitz, che abitava a Berlino ed era composta dal padre Aron Yacov, dalla mamma Channa Kantorowicz e dalle due bambine Chaya, nata nel 1934 e Gitta, di quattro anni più piccola.

Quando nel 1939 il padre fu deportato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, e lì assassinato, la madre con le due bambine fuggì in Belgio. Da Bruxelles nel 1942 si trasferirono in Francia, a Nizza. Quando questa zona fu occupata dall’esercito italiano, la famiglia fu costretta in residence forcée in St. Martin Vésubie e di qui, dopo l’8 settembre 1943, con gli altri profughi, attraversò le Alpi scendendo in Italia. Da qui, con i documenti falsi forniti da Don Brondello, le sorelle Chaya e Gitta, con la mamma Chana, riuscirono a raggiungere Roma dove trovarono rifugio in un convento. Alla Liberazione Chaya e Gitta migrarono in Palestina, ma dopo due anni tornarono in Belgio, per ricongiungersi con la madre. Entrambe negli anni ’50 emigrarono negli Stati Uniti, a Chicago.

Chaya e Gitta non hanno più le forze per fare un viaggio intercontinentale e partecipare alla marcia, ma c’erano quest’anno le nipoti di Gitta, Arielle e Adine Bier, che rappresentano la terza generazione dopo quella massacrata dalla Shoà e che hanno portato i sentimenti e le riflessioni dei giovani che non hanno vissuto gli anni dello sterminio, ma che della Shoah sentono ancora la sofferenza.

Arielle, che di lavoro è una freelance art writer, critica d’arte e curatrice di mostre, insieme con la sorella Adine ha scelto di vivere a Berlino, il luogo da cui fu deportato il bisnonno e da cui la bisnonna decise di fuggire. Berlino è oggi la città più vivace e accogliente per i giovani che intendono occuparsi di creazioni artistiche.

Arielle ha raccontato la propria sofferenza personale: “Ogni anno per il mio compleanno mia nonna mi ha regalato dei libri, sia delle biografie che dei romanzi sugli altri sopravvissuti e bambini nascosti. Ogni anno ho finto di essere sorpresa e gentilmente l'ho ringraziata, cercando di non essere irriverente, ma ho sempre sentito dell'acidità nel mio stomaco. “Perché tutto deve sempre essere a proposito dell'Olocausto? mi domando. Non c'è qualcosa di più nella vita?” Non leggo mai i libri. Nemmeno uno. Non potrei sopportarlo. Ho già visto la sofferenza nella mia famiglia e come le loro psicologie e relazioni interpersonali sono state influenzate. Era parte della nostra esistenza quotidiana. Temevo di venirne consumata e di restare intrappolata nella storia delle ferite, dell'orrore e della morte. Il mondo è pieno di così tanto dolore, perché abbiamo bisogno di rimanerci? Così l'ho rifiutato per molto tempo. Questa è una risposta che ho visto in molti altri della mia generazione, specialmente in quelli che vivono in Germania”.

E anche Adina ha parlato di come la sofferenza è stata trasmessa attraverso le generazioni: “le memorie, gli incubi, le storie terrificanti non furono mai dimenticate. Sono nata con queste memorie. Le mie sorelle, mia madre, zii, zie, cugini siamo tutti nati nel conservare queste memorie che si sono così profondamente manifestate in ogni nostro istante di vita da apparire persino nei nostri più gioiosi ritratti di famiglia. Insieme condividiamo un trauma collettivo e subconscio. Le storie sono radicate nei nostri corpi e nelle nostre menti”.

Ma il ricordare insieme aiuta a superare l’angoscia. Conclude così il suo intervento Arielle:

“Quando la nostra famiglia venne per la prima volta in contatto con queste "Marce della Memoria" ai colli, che ricordano i rifugiati ebrei alla ricerca della salvezza, molti dei quali non sopravvissero, fummo stupiti da quante persone volessero rapportarsi alla nostra esperienza. Ci siamo resi conto che non eravamo soli e che la nostra storia personale non si era svolta in modo isolato e il desiderio di fare i conti con la frattura del passato continuò.

La nostra storia è parte di una storia più grande dell'Europa e anche di questa bella regione e delle persone che vivono qui, delle battaglie tra fascisti e partigiani e della vita della povera gente.

Guardare questa storia attraverso i vostri occhi ha aiutato me e la mia famiglia diffusa a fare i conti con la nostra. La sfida è quella di trovare modi di far tornare di nuovo la storia nella vita. Per attivare le memorie oltre i numeri, i nomi e le date. Promuovere l'apprendimento per dissipare l'ignoranza. Questa marcia, che ha luogo ogni anno, fa giustappunto questo. Non è soltanto un esercizio della mente, ma anche del corpo.

La memoria scritta e quella orale diventano memoria fisica”.

E ancora Adina: Siamo qui oggi, riuniti come una Comunità per ricordare di non dimenticare e per andare avanti a braccia aperte”.

Beppe Segre

 

Colle Ciriegia

 

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