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Amicizie pericolose

di Anna Segre

 

In questo numero troverete molti articoli che si esprimono in modo estremamente critico nei confronti della Legge fondamentale “Israele come Stato nazionale del popolo ebraico” adottata dalla Knesset il 19 luglio 2018. Si tratta di un dibattito interno, tanto più che la legge è stata duramente criticata dallo stesso Presidente della Repubblica Rivlin. Ed è anche un tema che ci riguarda direttamente, sia perché la legge, tra le altre cose, si occupa di definire il rapporto tra Israele e la diaspora, sia perché non possiamo dichiarare accettabile da parte di Israele nei confronti delle sue minoranze religiose un trattamento che non saremmo disposti a ritenere accettabile per noi in Italia.

D’altra parte, dobbiamo anche tener presente l’ambito in cui si svolge il dibattito: i toni duri si giustificano all’interno del mondo israeliano ed ebraico, ma fuori da questo contesto è importante evitare fraintendimenti. “È vero che in Israele sta per entrare in vigore l’apartheid?”, “È vero che vogliono togliere la cittadinanza israeliana agli arabi?” sono alcune tra le domande che mi sono sentita rivolgere quest’estate da amici e colleghi, anche da quelli di solito non maldisposti verso Israele. Questi sono gli effetti paradossali della sproporzione con cui Israele è costantemente giudicato: anche le cose obiettivamente gravi sono infinitamente meno gravi di quanto normalmente creduto dall’opinione pubblica. Sproporzione che ha effetti involontariamente comici quando si legge o si sente della preoccupazione di Assad o Erdogan per i diritti umani degli arabi israeliani. È dunque necessario tranquillizzare amici e colleghi, e anche i nostri lettori: no, nessun apartheid (almeno, all’interno della Linea Verde), i diritti degli arabi cittadini israeliani restano gli stessi, nella pratica non è cambiato nulla (almeno finora) e la legge (almeno finora) ha un valore essenzialmente simbolico. E anche con questa legge Israele rimane senza ombra di dubbio il paese mediorientale in cui le minoranze religiose godono del maggior grado di uguaglianza.

Capisco bene, dunque, le motivazioni che hanno portato il giurista Giorgio Sacerdoti a scrivere un articolo su Pagine ebraiche (pubblicato on line il 5 agosto scorso e sul giornale cartaceo di settembre) in cui sostanzialmente difende la legge, osservando che questa non merita le critiche di cui, soprattutto in chiave politica internazionale, è stata fatta sommariamente oggetto. Israele si afferma come stato nazionale non tanto della nazione israeliana ma del popolo ebraico, in una dimensione storico-nazionale fondamentale che non è dissimile da quanto proclamano altre costituzioni di paesi …

Sacerdoti prosegue poi il suo intervento con alcune considerazioni interessanti: La Legge fondamentale … è importante anche per quello che non dice. La Legge anzitutto non definisce quale sia il territorio dello Stato in cui si realizza l’autodeterminazione. Resta così anche spazialmente indefinito l’ambito dell’art.7 “lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico (jewish settlement) come un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne la realizzazione e il consolidamento”.

In effetti rispetto alle proposte iniziali la legge è stata edulcorata: la frase generica sulla promozione dell’insediamento ebraico, per esempio, sostituisce un’iniziale formulazione che sembrava autorizzare la creazione di città o quartieri per soli ebrei; e in effetti non c’è scritto da nessuna parte che sia promosso l’insediamento ebraico nei Territori Occupati (peraltro non c’è neanche scritto il contrario, cioè non c’è scritto che si parla di insediamento ebraico solo all’interno della Linea Verde).

Veniamo alla parte che riguarda il rapporto con la diaspora:

La Legge non contiene infine nessun riferimento alla religione o alle autorità religiose, né contiene a una definizione di ebreo o di popolo ebraico, men che meno in chiave religiosa. La Legge si muove nell’ottica di una dimensione collettiva e nazionale, lo stesso termine di ebreo appare solo di sfuggita. Un elemento questo di unità contro ogni esclusione.

La Legge è infine importante perché sancisce a livello legislativo il rapporto tra Stato d’Israele e Diaspora, su un piano nazionale, sociale, culturale, sfuggendo alle insidie di un collegamento statalistico (come sarebbe la concessione della cittadinanza israeliana) o religioso (nessuna definizione in chiave religiosa di chi appartenga al popolo ebraico). Si tratta di un riconoscimento innovativo che impegna lo Stato d’Israele in prima persona alla salvaguardia degli ebrei nella Diaspora e del loro ebraismo, passando sopra, si può dire, a collegamenti più particolari, come adesione al sionismo, o a requisiti religiosi, fonte inevitabile di lacerazioni e polemiche viste le posizioni di chiusura del rabbinato ortodosso d’Israele che trovano nella Diaspora, soprattutto quella americana, forti critiche e opposizioni.

Una legge, dunque, che pare voler rafforzare il più possibile il rapporto con la diaspora, in contrasto con altri eventi degli ultimi mesi che sembravano invece voler sancire la predominanza dell’ebraismo ortodosso anche a costo di rischiare la frattura con il mondo ebraico americano. Ma come si struttura questo rapporto? Ci tornerò in seguito.

Manca però nella Legge del luglio scorso un elemento importante: nel momento in cui si proclama che Israele ha un carattere nazionale ebraico era opportuno ribadire che l’appartenenza o no al popolo ebraico, l’essere cioè ebrei, non può portare ad alcuna discriminazione in tema di riconoscimento dei diritti fondamentali ai cittadini israeliani non ebrei, siano essi arabi, drusi, immigrati russi non ebrei o chiunque altro. È vero che di per sé la Legge non implica alcuna discriminazione o restrizione dei diritti di qualsiasi cittadino israeliano per questo motivo. È anche vero che la Dichiarazione d’Indipendenza del 1948 impegna lo Stato a “creare uguaglianza completa di diritti, sociale e politica, per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di religione, razza o sesso, e ad assicurare libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura”.
Al momento di formalizzare e rafforzare la natura ebraica dello Stato d’Israele sarebbe stato però opportuno ribadire l’altro pilastro del binomio di “Israele stato ebraico e democratico” proclamato nella Dichiarazione d’Indipendenza, cioè quello della tutela dei diritti fondamentali di tutti i suoi cittadini, ebrei o no.

Giorgio Sacerdoti rileva questo mancato riferimento all’uguaglianza tra tutti i cittadini come un difetto, una sorta di dimenticanza a cui si potrebbe facilmente porre rimedio in una legge sostanzialmente condivisibile. A me pare che gli sia sfuggita la portata di questa omissione. Certo, è ben vero che l’uguaglianza tra tutti i cittadini è stabilita senza equivoci nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1948, ma la sua mancata menzione in questo contesto a parere di molti non è una semplice dimenticanza ed ha un valore simbolico enorme. Se l’uguaglianza è per tutti un dato così ovvio perché non ribadirla? Forse, pensano in molti, perché in realtà non è un dato così ovvio, almeno, non per tutti. E d’altra parte, se la Legge Fondamentale non cambia nulla, perché è stata votata?

Dunque mi sembra che l’articolo di Sacerdoti (di cui ho ritenuto interessante riportare ampi stralci per dare conto anche di alcuni elementi postivi della legge che probabilmente molti non hanno notato) contenga molte osservazioni interessanti ma tenda a sottovalutare quello che da molti è stato ritenuto il punto essenziale: se nel 1948 Israele si proclamava orgogliosamente uno stato ebraico e democratico, nel 2018 ci tiene a proclamarsi uno stato ebraico, continua ad essere democratico ma non ritiene essenziale proclamarlo a voce alta. Perché?

Vorrei tornare, infine, al tema del rapporto con noi ebrei della diaspora. Secondo la Legge Fondamentale appena approvata, Israele si preoccupa di proteggere la nostra sicurezza, di rafforzare la vicinanza con noi, di preservare il nostro patrimonio culturale, storico e religioso. Quale immagine viene trasmessa del nostro ruolo di cittadini dei paesi in cui viviamo? Certo, non spetta a una Legge Fondamentale di Israele occuparsi di questo tema, ma comunque mi pare che tra le righe si evidenzi una perfetta coerenza: non ci si aspetta che noi ebrei della diaspora pretendiamo nei paesi di cui siamo cittadini qualcosa di più di ciò che spetta alle minoranze religiose in Israele. Dunque, non dovremmo sorprenderci troppo per l’amicizia di Netanyahu con quei leader politici europei (Orbán, Salvini, ecc.) che si atteggiano a difensori dell’Europa cristiana e che si battono per imporre i simboli cristiani nei luoghi pubblici. Che poi questi leader coltivino anche amicizie neofasciste, razziste e antisemite non sembra preoccupare più di tanto la leadership israeliana. Chissà, forse è inevitabile che Israele si cerchi gli amici dove può, e, da europei di sinistra che guardano prima di tutto agli errori in casa propria, non possiamo fare a meno di rilevare le responsabilità della sinistra europea in questo spostamento a destra di Israele e delle sue amicizie.

D’altra parte, in quanto cittadini italiani ed europei preoccupati per il futuro del nostro paese e del nostro continente, e anche da ebrei preoccupati per una progressiva caduta di tabu che rende sempre più accettabile il discorso razzista e antisemita, non possiamo fare a meno di domandarci: quanto le nostre Comunità saranno disposte a sacrificare in nome della vicinanza a Israele? Quanti discorsi ambigui dovremo sopportare senza far troppo chiasso, quante imposizioni forzate di simboli cristiani dovremo accettare nella nostra vita quotidiana per non mettere in imbarazzo il governo israeliano con i suoi nuovi amici?

Spero che il mio pessimismo si riveli ingiustificato.

Anna Segre

 

Orna Ben Ami, Né qui né là

 

 

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