Prima pagina - Storie di ebrei torinesi

 

 

 

Per me fu una mazzata tremenda...
Intervista ad Aldo Liscia

 

 

Va be’, finirò il mio liceo a Firenze…

Ma che Firenze e Firenze! - mi fa mio padre mostrandomi Il Telegrafo di Livorno - non potrai più frequentare nessuna scuola del Regno!...- Era il 3 settembre del 1938.

 

Aldo Liscia, livornese di nascita e di accento, è un bell’uomo di 97 anni, alto e diritto. Ricorda tutto. Laureato in ingegneria chimica, nominato cavaliere della Repubblica per meriti scientifici, è stato un’autorità nel campo della sicurezza delle centrali nucleari, della produzione del loro combustibile e dello smaltimento delle scorie radioattive. Ricercatore del CNEN, poi ENEA, ha lavorato nelle prime centrali nucleari italiane. Prima dell’intervista, che è avvenuta nel suo bel soggiorno della casa di Torino, mi porta in cucina, da un armadio prende una ciotola e mi serve una macedonia con gelato che tira fuori dal frigo. Fa tutto lui.

 

… Per me la notizia della mia esclusione da tutte le scuole - prosegue - fu una mazzata tremenda. Solo allora mi accorsi di colpo della svolta piena di incognite che mi si parava davanti. Avevo 17 anni, e fino ad allora ero stato un ragazzo spensierato. Dopo le elementari alla scuola ebraica e le medie alle statali, quell’estate ero in vacanza, finita la quarta del liceo scientifico. Abitavamo in una bella villa al mare vicino a Livorno, e con i compagni di liceo ero andato a fare una gita in bicicletta. Al mio ritorno mio padre mi aveva dato la notizia. Devi sapere che a Livorno non c’era antisemitismo. Avevo notato che mio padre, solitamente tranquillo e riflessivo, da un po’ di tempo appariva irritato e scontroso tutte le volte che apriva il giornale. Ma gli attacchi antisemiti quasi quotidiani di cui sentivo di sfuggita, pubblicati da luglio su “Il Telegrafo” della famiglia Ciano, non mi toccavano affatto. Riguardavano gli altri …

Quel giorno mi sono chiuso in camera. Mia madre mi ha chiamato. Non ho cenato con gli altri. Ho passato ore a sfogliare i libri della quinta liceo, che non avrei potuto frequentare. - Andiamo in Gran Bretagna, andiamo in America - proponevo con insistenza, giorni dopo, alla famiglia. Mio padre, già primario di chirurgia e allora in pensione, mi rispondeva che non ne avevamo i mezzi. Tra I’altro era necessario mantenere alla facoltà di medicina i miei due fratelli, che all’università avevano il permesso di ultimare gli studi. Nei primi giorni di scuola sono andato al liceo, per salutare i miei compagni che entravano. Sui gradini all’ingresso ho incontrato il vicepreside prof. Radaelli, bravissimo insegnante di tedesco con poche simpatie verso il nazismo, che mi ha manifestato la sua solidarietà per quanto mi era accaduto.

I miei decisero a novembre del ’38 che la mamma ed io saremmo emigrati in Francia, nazione libera, democratica ed accogliente che tale (noi non lo sapevamo) sarebbe rimasta solo fino al giugno del 1940.

Mentre noi due eravamo in Francia, a Livorno nella primavera del ’39 Costanzo Ciano (il pluridecorato e strafascista padre di Galeazzo) ha adocchiato la villa di mio padre e ne ha chiesto il prezzo andando da lui accompagnato da un avvocato e da un facinoroso fascista. Mio padre gli ha risposto che non faceva alcun prezzo, perché la villa non era in vendita. Dopo lunghe trattative, si sono messi d’accordo per l’affitto, ma con un contratto curioso (mio padre sapeva che tanto il fascismo sarebbe durato poco): 5 anni + 5, rinnovabile automaticamente ma non revocabile, con divieto di vendita ad altri che non fossero i Ciano. Morto Costanzo, i Ciano hanno ristrutturato la villa e nel ’41 il facinoroso fascista è ritornato da mio padre dicendogli che la signora Ciano voleva comprare la villa. A fronte di un nuovo rifiuto di mio padre il fascista gli ha fatto capire che nelle sue condizioni non avrebbe potuto opporsi ad un eventuale esproprio, che loro sapevano che io stavo all’estero e che in caso di opposizione non erano sicuri di poter garantire la mia incolumità. Mio padre, sotto questo atroce ricatto, ha dovuto vendere.

Ma torniamo alla Francia, dove ero emigrato con mia madre. Lei con i coniugi Momigliano di Caraglio (in provincia di Cuneo) ha aperto a Nizza una piccola pensione kasher. I Momigliano erano i genitori di Arnaldo, che sarebbe diventato il famoso storico dell’antichità. In quella pensione ho conosciuto i coniugi Fubini, la loro figlia Marisa di 13 anni (che sarebbe diventata mia moglie) ed il fratello Guido di 14 anni (che sarebbe diventato avvocato e avrebbe, tra l’altro, fondato il vostro giornale). Io, che non sapevo il francese, ho dovuto studiare per sei mesi la lingua e la letteratura. A scuola ho dovuto tornare indietro di un anno, e frequentare per due anni il liceo di Nizza prima di ottenere, nel ’41, il baccalauréat, la maturità francese. Nella mia famiglia erano tutti laureati. Giocoforza che anche io andassi all’università. Ma mia madre, che con il mio diploma riteneva che il suo compito fosse esaurito, era tornata a Livorno. Io non potevo lavorare per mantenermi nel sud della Francia filonazista di Vichy, con primo ministro Pierre Laval, feroce antisemita: men che meno nell’Italia con le leggi razziste o nella Francia del Nord occupata dai tedeschi. L’unica possibilità era la Svizzera, dove però per entrare occorreva un lasciapassare, che non potevo ottenere perché ebreo. Sono riuscito ad ottenerlo, grazie all’intervento del padre di un mio compagno di liceo, funzionario del governo di Vichy ma non filonazista. Al confine svizzero i militi francesi mi hanno fermato per un’intera giornata, perché si erano chiesti come mai un giovane in buona salute non fosse sotto le armi: sospettavano che i miei documenti fossero falsi. Finalmente mi hanno lasciato passare, dopo aver ricevuto informazioni sull’autenticità dei miei papiri. Molti ebrei più sfortunati di me sono stati respinti. Arrestati dai nazisti, sono stati deportati e assassinati.

Giunto senza soldi in Svizzera, dove c’erano centinaia di migliaia di rifugiati di tutti i tipi, a Ginevra mi sono rivolto ad un centro di assistenza ai giovani rifugiati politici. Dopo diversi giorni mi hanno consentito di iscrivermi alla facoltà di ingegneria chimica e mi hanno concesso una piccola paga, che mi ha consentito di trovarmi una stanzetta senza riscaldamento. Per sopravvivere ho dato anche lezioni di italiano ai francofoni e di francese agli italiani, ma non essendo un vero insegnante mi limitavo tradurre i testi da una lingua all’altra. Nell’estate del ’43 mi trovavo nel Luganese con altri studenti francesi, tedeschi e polacchi, dove aiutavamo i contadini svizzeri nei lavori agricoli, e questo ci consentiva di risparmiare nelle spese alimentari. È lì che abbiamo saputo della destituzione di Mussolini e ci siamo tutti sbronzati di Valpolicella. Finita la guerra, prima di concludere gli studi, sono venuto in Italia alla ricerca dei miei di cui non sapevo niente. Ho così saputo che i miei genitori ed i miei fratelli si erano salvati, anche grazie a documenti falsi. Mamma e papà, che a Livorno erano troppo conosciuti, si erano nascosti a Firenze in un alloggio dal quale mio padre usciva solo di notte per fumare su una panchina. Solo mia madre poteva uscire, perché non aveva per nulla l’aspetto di un’ebrea. Dei miei due fratelli medici uno si era nascosto in un ospedale psichiatrico sulle colline di Livorno, dove in caso di pericolo si fingeva malato, l’altro si era salvato nascondendosi nel laboratorio di analisi allergologica del fratello di Giovanni Spadolini (che sarebbe diventato Presidente del Consiglio).

Sono poi tornato in Svizzera, dove, nei primi mesi del ’46, mi sono laureato in ingegneria chimica. (In seguito avrei anche conseguito al Politecnico di Torino la laurea in chimica industriale.) Nell’estate di quell’anno ho ricevuto una lettera della mamma di Marisa Fubini: Caro Aldo, so che sei in Svizzera, noi siamo in vacanza a Pavarolo, sulla collina di Torino, e ci farebbe piacere di rivederti… Io ho mangiato la foglia e sono sceso in Italia. Un amico mi ha imprestato una bicicletta, l’ho caricata sulla tramvia a dentiera di Superga e di lì sono sceso a Pavarolo. Dalla Svizzera avevo portato sette o otto stupende tavolette di cioccolato che ho regalato a Marisa, dicendole che erano anche per la sua famiglia. Solo dopo il nostro matrimonio Marisa mi ha confessato che quelle tavolette se le era mangiate tutte lei…

Intervista di
David Terracini

 

 

Aldo Liscia e la moglie Marisa

Aldo Liscia tra i due fratelli, Rinaldo e Rodolfo

 

   

 

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