1938

 

 

Ebrei, avvocati e avvocati ebrei a Torino

di Paola De Benedetti

 

Nell’agosto 1939 entrava in vigore la l. 29.6.1938 n.1054, che disciplinava, con pesanti limitazioni, l’esercizio delle professioni da parte di professionisti ebrei: architetti, ingegneri, medici, avvocati ragionieri e ancora altri in un lungo elenco; vietata la professione di notaio; consentita soltanto a ebrei discriminati quella di giornalista. La legge prevedeva due categorie di professionisti ebrei: quelli che avevano ottenuto la discriminazione ministeriale per meriti di guerra o fascisti, e tutti gli altri.

Per quanto riguarda l’avvocatura - prescindendo quindi dagli innumerevoli provvedimenti limitativi dei diritti degli ebrei in genere - si può risalire ad anni addietro, alla l. 27. 11.1933 che dava vita al direttorio del sindacato fascista degli avvocati e procuratori, i cui componenti non venivano eletti dagli avvocati, bensì nominati da una commissione ministeriale approvata dal segretario del Partito Nazionale Fascista. Il regime faceva sentire pesantemente la sua presenza in tutte le attività, in tutti i servizi, non soltanto in quelli pubblici.

In questo clima si inserisce la breve storia degli avvocati torinesi ebrei tra il 1938 e il 1940; piccola minoranza in campo nazionale (in base al censimento degli ebrei del 1938 si contava all’incirca un ebreo piemontese ogni diecimila italiani); componente sensibile nel foro torinese in cui i quarantacinque avvocati ebrei cancellati tra il giugno 1938 e il febbraio 1940 costituivano il 5,5% degli ottocento avvocati iscritti nell’Albo professionale. Sotto altro profilo, confrontando gli 849 avvocati iscritti nell’Albo pubblicato nel 1936 e i 722 apparenti in quello pubblicato nel 1941, nella differenza di 127 mancanti i 45 ebrei cancellati rappresentavano più di un terzo.

Il primo compito assegnato al direttorio fu quello di raccogliere la dichiarazione di appartenere alla razza ebraica, con pesanti sanzioni sia pecuniarie sia detentive per i professionisti ebrei che non avessero provveduto. La legge assegnava 180 giorni dalla sua entrata in vigore (quindi fino a fine febbraio 1940) per “ripulire” gli albi: entro quella data gli avvocati ebrei discriminati potevano richiedere l’iscrizione all’ “elenco aggiunto” (quindi fuori dall’albo professionale); i non discriminati potevano chiedere ad una commissione distrettuale di nomina governativa presieduta dal primo presidente della Corte d’appello l’iscrizione all’“elenco speciale” che consentiva di svolgere attività esclusivamente a favore di clientela ebraica. Tutti gli altri sarebbero stati cancellati d’ufficio. Dei 45 avvocati cancellati dall’albo erano stati iscritti 10 nell’elenco dei discriminati e 22 nell’elenco speciale che comprendeva gli avvocati ebrei di tutto il Piemonte (16 esercenti a Torino, 6 tra Alessandria, Biella, Bra, Casale Monferrato e Vercelli).

L’atteggiamento sia del direttorio sia della commissione distrettuale fu non solo rigido, ma anche vessatorio: un professore che, esonerato dall’insegnamento, aveva chiesto l’abilitazione al patrocinio avanti alla Pretura di Ciriè si vide respingere la domanda con la motivazione, priva di pudore, che a Ciriè c’era poco lavoro e un numero sufficiente di avvocati “cosicché l’esercizio professionale da parte di un abilitato al patrocinio costituirebbe una concorrenza sensibile”. Un avvocato discriminato che, stante il divieto di qualsiasi forma di collaborazione tra ebrei e ariani, aveva inviato a colleghi ebrei di altre città una lettera per ricostruire la rete di corrispondenti venne addirittura radiato dall’albo con l’accusa di aver dimostrato “assoluto difetto di sensibilità morale, politica e professionale”; il direttorio, che aveva voluto costruire un “caso” coinvolgendo la stampa fascista più antisemita, nella motivazione arrivava ad adombrare nell’iniziativa dell’avvocato un intento di creare reti tra ebrei, di organizzarsi, di stringere le fila per “riconquistare quella preponderanza” (ma quale?).

La commissione distrettuale non fu da meno quando ci mise dieci mesi per formare l’elenco speciale e consentire agli avvocati che ne avevano fatto domanda di riprendere l’attività dopo la forzata chiusura. E l’iniziativa del presidente che nel febbraio 1944 chiedeva al ministro della giustizia della Repubblica Sociale di ricostituire la commissione, scaduta per il compimento del triennio, “per la cancellazione degli iscritti negli elenchi speciali” , come se ignorasse la sorte degli ebrei, non merita commenti.

Un’ultima annotazione: nel gennaio 1955 (frequentavo il 3° anno di Giurisprudenza) ho cominciato a girare per gli uffici giudiziari,venendo in contatto con numerosi avvocati che esercitavano da prima del 1938: non ho mai sentito da loro alcun commento sull’espulsione dei colleghi ebrei; ripensandoci oggi, devo constatare che io stessa ero in qualche modo complice di questo silenzio, lo accoglievo come cosa normale. Ci sono voluti decenni per romperlo.

Paola De Benedetti

 

 Vignetta di Davì

 

 

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