Italia

 

 

 

Il triello

di Giorgio Berruto

 

 

Nello spiazzo centrale di un cimitero messicano tre uomini si affrontano in un triello che fa parte delle scene da antologia del cinema. Il confronto armato a tre - triello, appunto, dal nome del pezzo di Ennio Morricone che ha un ruolo di primo piano nell’episodio - è uno “stallo alla messicana”, una situazione cioè in cui i protagonisti armati si minacciano l’un l’altro, e dopo essere stato introdotto da Sergio Leone nella scena apicale di questo film, Il buono, il brutto, il cattivo, sarà imitato e riproposto da numerosi altri registi, tra cui Quentin Tarantino (Le iene, Pulp Fiction, Bastardi senza gloria), autentico cultore dell’opera di Leone, e Steven Spielberg (Salvate il soldato Ryan, Munich). Ma torniamo al polveroso cimitero in cui tre uomini si affrontano per l’oro. Nel film di Leone l’esito del triello è viziato dal fatto che uno dei tre contendenti bara, a insaputa degli altri due, per mettere fuori gioco uno degli avversari e trasformare dunque il triplo confronto in un più tradizionale duello, che ha evidentemente molte meno variabili: salvo imprevisti, chi spara più veloce e con mira migliore vince. Proviamo invece a ipotizzare che il triello si svolga secondo le regole e che i tre pistoleros non sappiano nulla o quasi degli altri due. In questo caso ciascuno dei tre sarebbe legittimato a pensare che gli altri due possano essere d’accordo per cercare di eliminarlo e magari, in un secondo momento, spartire il bottino oppure decidere di vedersela in un classico duello: ma possiamo assumere che gli sviluppi successivi, per l’ormai defunto primo contendente, siano del tutto irrilevanti. Supporre una possibile alleanza degli altri due sarebbe probabilmente per il terzo causa di notevole timore o addirittura di panico. Abbiamo assunto per ipotesi che ciascun tiratore non conosca a fondo gli avversari, quindi neanche la loro abilità armi in pugno. Se anche fossero bravi tiratori come me, pensa il primo, alleandosi mi farebbero probabilmente secco in men che non si dica. E così, naturalmente, è portato a pensare ciascuno dei tre. Uno dei risultati probabili è che ciascuno, nel timore di subire la coalizione degli altri due, tenderà a enfatizzare i loro tratti di somiglianza, cioè gli elementi che li avvicinano. In altre parole: la paura può facilmente far trovare a ciascuno i motivi per cui gli altri potrebbero allearsi e mandarlo all’altro mondo.

 

Anni ’30

Vorrei provare ad applicare il caso del triello ad alcune situazioni, a partire da quella che ha visto contrapporsi, negli anni trenta del Novecento, tre sistemi politici e modelli ideologici reciprocamente conflittuali. Si tratta del comunismo, a unica guida sovietica dopo la svolta della Terza internazionale (1919); del fascismo, a trazione nazionalsocialista almeno dall’anno del riarmo (1935); e della democrazia, rappresentata con continuità tra le due guerre da Stati Uniti, Regno Unito e, prima dell’occupazione tedesca, da alcuni altri paesi tra cui Francia e Cecoslovacchia.

Per il comunismo la grande minaccia che allinea i due antagonisti è il fascismo. Il sesto congresso del Comintern, nel 1928, vara la teoria secondo cui fascismo, capitalismo e perfino socialdemocrazia (definita socialfascismo) sono da ricondurre a un’unica denominazione, il fascismo. Dalla metà degli anni trenta, imboccando il percorso che porta alla breve stagione dei fronti popolari, questa lettura viene rivista e resa meno rozza e dogmatica. Fascismo, liberalismo e socialdemocrazia non sono più indistintamente raggruppati, ma considerati stadi differenti di un medesimo processo. Lo stato liberale, quindi, non è più considerato fascismo anche se ne contiene i germi di inevitabile sviluppo. Questa seconda tesi, diversamente dalla prima, non è palesemente assurda anche se continua a lasciare molti punti interrogativi: per esempio, non riesce a spiegare perché il fascismo non abbia attecchito nei paesi del capitalismo liberaldemocratico classico, come Regno Unito e Francia.

Per il fascismo, il cui faro è la Germania hitleriana, la grande minaccia è il dominio planetario degli ebrei. Questo progetto unisce il comunismo e il capitalismo delle liberaldemocrazie, considerati entrambi invenzioni ebraiche. Marx, Bernstein e Trotzkij, da questo punto di vista, stringono la mano ai Rothschild, magari all’ombra delle tombe del cimitero della vecchia Praga. Il pericolo rappresentato da comunismo e capitalismo, cioè dagli ebrei, è quello della modernità e dell’internazionalismo, che minano alla base la bella unità della comunità di popolo, che assume un carattere esplicitamente e anzi orgogliosamente razzista. Gli ebrei, secondo quanto scrive Martin Heidegger nei Quaderni neri, sono gli agenti della modernità, i senza suolo (bodenlos), senza focolare domestico e patria (heimlos), senza mondo (weltlos). La stessa decisione, da parte della Germania, di attaccare l’Unione Sovietica nel giugno 1941, cioè ben prima di aver vinto la guerra contro le democrazie, correndo un rischio che con il senno di poi possiamo ritenere fatale, va in questa direzione: la guerra scatenata dal nazismo - e in ultima analisi il nazismo stesso - è innanzitutto una “guerra contro gli ebrei”, secondo la definizione del volume omonimo della storica statunitense Lucy Dawidowicz.

Per la democrazia, infine, comunismo e fascismo sono due varianti del totalitarismo. “Totalitario” è in principio un carattere che il fascismo italiano rivendica a se stesso con fierezza, ma si afferma in seguito come ipotesi storiografica di grande successo. Da questo punto di vista i due regimi temuti tentano di concretizzare progetti di società organizzata dall’alto. Nonostante alcune differenze permangano (la più rilevante è che il fascismo è nazionalista e razzista, il comunismo internazionalista), il patto segreto di non aggressione e spartizione della Polonia firmato da Molotov e von Ribbentrop il 23 agosto 1939, unito alla presenza di imponenti sistemi concentrazionari e al terrore di stato, sembra confermare la fondatezza di questa ipotesi agli occhi degli alfieri della democrazia. La degenerazione di questo approccio è invece il bieco paragone tra gulag e lager, che in anni non lontani è giunto perfino alla palese mistificazione per cui il secondo non sarebbe altro che una reazione al primo, e la becera conta dei morti fuori contesto sulla falsariga di volumi da autogrill come Il libro nero del comunismo, dal punto di vista storiografico semplicemente ridicole.

La guerra segna la sconfitta totale - militare, ideologica, politica - del fascismo, che sopravvive solo come fenomeno minoritario, salvo rialzare la testa in alcuni frangenti, per esempio a fine anni sessanta, quando Roma è l’unica capitale del Mediterraneo settentrionale a guida di una democrazia, oppure oggi sulle ali del vento sovranista, largamente xenofobo. Da parte sua, il comunismo cede ben prima della distruzione del muro di Berlino e, al di là degli slogan, rimane in vita più come suggestione che come concreto modello in grado di proporsi e di dialogare con le esigenze delle persone nell’età della terziarizzazione del lavoro.

 

Italia, 2013

Le elezioni, per la prima volta dopo un ventennio di sostanziale alternanza bipolaristica - e un precedente quarantennio abbondante di bipolarismo senza alternanza, squadernato solo in piccola parte dal ruolo del Psi dagli anni della congiuntura al pentapartito - parlano di tre poli contrapposti: Partito democratico, Movimento 5 stelle e Popolo delle libertà. Ciascuno dei tre si propone come alternativa a un modello in cui inserisce gli altri due avversari, e ciascuno teme le possibili alleanze tra questi ultimi. Per il Pd, portato a elezioni da Pierluigi Bersani, il pericolo è la vittoria dell’anomalo centrodestra italiano, e in particolare il populismo, l’irresponsabilità e i conflitti di interesse che attribuisce ai governi Berlusconi. Per il Pdl la minaccia è evidente: la plausibile cordata antiberlusconiana tra i “giustizialisti” a 5 stelle e i “comunisti” del Pd. Ma anche per il M5s il nemico ha un volto ben identificabile, quello dei partiti tradizionali, delle istituzioni, nel linguaggio del movimento nato su Internet dei “poteri forti”. Beppe Grillo parla di “Pdl e Pd meno l”, ricordate? Come dire: la cricca è una sola e si spartisce la torta. Tra i contendenti, quello che ha un avversario sensibilmente meno delineato è il Pd, che a mio avviso stenta a comprendere la nuova dinamica a tre e rimane vincolato all’opposizione a Berlusconi, e in quest’ottica stempera le differenze con il M5s (che invece da parte propria le enfatizza). È verosimile che questa difficoltà a leggere il cambiamento costituisca uno dei motivi della perdita di consenso in prossimità delle elezioni, anche se la coalizione di centrosinistra è comunque in grado di presentare una maggioranza parlamentare per il quinquennio.

 

Italia, 2018

È ancora tempo di triello? Sembrerebbe di sì, se guardiamo ai risultati delle elezioni del 4 marzo scorso, che hanno visto l’affermazione di fatto di tre formazioni principali. Un primo fronte è quello costituito dal Pd - un partito sicuramente erede del Pci ma che è come minimo discutibile definire di sinistra - e appoggiato da numerosi giornali, dalla Repubblica al Foglio, da istituzioni importanti come Confindustria e soprattutto dalla Chiesa cattolica di papa Francesco. Questo gruppo - il “partito della nazione” di cui si parlava dopo le elezioni europee del 2014 e che non è mai stato tale, o almeno non è più - identifica il proprio avversario nel movimentismo antistituzionale e si propone come difensore delle istituzioni.

Gli altri due giocatori sono Lega Nord e M5s. La novità significativa non è tanto l’affermazione di questi attori, ma la loro alleanza di governo, che ha apparentemente scombinato la logica triellare. Queste due parti del paese, messe insieme, costituiscono una maggioranza che conferma i timori, presenti nel Pd anche prima della débâcle elettorale, di un fronte ribellista-complottista sufficientemente unito. È un mélange che rifiuta di definirsi con chiarezza e preferisce ricorrere a slogan improbabili come “governo del cambiamento”, ma che a mio avviso andrebbe serenamente catalogato come estrema destra. Il nemico, in ogni caso, è chiaro: i “poteri forti” e, dietro gli appelli contro avversari tendenzialmente immaginari come i “radical chic” o i “comunisti con il rolex”, le istituzioni e le strutture dello stato e del paese. Questo gruppo contrappone alla rivendicazione di “cattivismo” il “buonismo”, a nazionalismo e sovranismo la crociata contro l’internazionalismo nelle sue varie forme, dai movimenti di merci e persone, alle politiche migratorie, all’inclusione europea, ed è splendidamente rappresentato da una testata come Libero e, in larga misura, dal giustizialismo tra peronista e giacobino del Fatto Quotidiano.

Gli altri partiti sono oggi troppo deboli per ambire a un ruolo da protagonisti. Tra questi Forza Italia (e il Giornale), un partito spaesato, incerto tra l’inseguimento a Salvini e una tranquilla e inconsistente senilità, come quella del suo capo Silvio Berlusconi.

Tra le comparse, merita una riflessione anche la sinistra radicale, che reputa il Pd un partito conservatore al pari, o comunque in linea, con la destra movimentista e estrema. L’opposizione di coloro che si reputano la “vera” sinistra è dunque, in questo caso, contrapposta alla “destra”. Inserire in un continuum tutto quello che si muove da Renzi a CasaPound richiama abbastanza da vicino la posizione del blocco comunista sovietico negli anni venti e trenta, mai sopita d’altronde anche in periodi più recenti. Quarant’anni fa, tanto per fare un esempio, il recentemente scomparso Claudio Lolli cantava contro il Pci del compromesso storico “la socialdemocrazia è / un mostro senza testa”, riprendendo la vetusta lotta al “socialfascismo” condotta dalla variegata galassia della sinistra extraparlamentare, allora una realtà significativa. Si tratta di un gruppo oggi in Italia molto minoritario, ma che in altri paesi gioca un ruolo di primo piano, per esempio in Francia con Jean-Luc Mélenchon e nel Regno Unito con Jeremy Corbyn, ma dalla candidatura di Bernie Sanders sempre più anche all’interno del partito democratico statunitense.

Più interessante è forse spostare l’attenzione all’interno del campo della sinistra, dove possiamo intravedere un triello su scala ridotta. Qui abbiamo il Pd, che come detto identifica centrale l’opposizione tra istituzionale e antistituzionale, e sotto questa luce ritiene che sia ormai da considerare superato il discrimine destra/sinistra. C’è poi una parte del M5s, rappresentato per esempio da Roberto Fico, ma anche da Alessandro Di Battista, per cui la frattura è popolo/“poteri forti”, e fin dalla propria denominazione vuole valorizzare un’identità movimentista, reputando antiquato il sistema dei partiti. Infine ancora quella sinistra che ritiene più o meno tutto tranne se stessa “destra”. È evidente, in questo caso, che si tratta di un triello sbilanciato, perché è molto più forte l’opposizione tra i primi due contendenti che quella degli stessi con il terzo, indubbiamente più debole.

È in ogni caso indubitabile che i giochi siano fatti altrove, e cioè nel confronto succitato tra polo attualmente al governo e Pd. La vera notizia, in altre parole, è che l’equilibrio oggi è rotto, perché l’asse gialloverde (e, bisogna onestamente aggiungere, anche molto bruno) da solo ha la maggioranza dei consensi. E allora il triello? Forse è giunto il momento di cambiare sceneggiatura, archiviandolo a favore di un tradizionale duello. Sospetto, in realtà, che l’immagine del triello sia ancora quella giusta: un confronto senza equilibrio però, in cui due pistoleros sparano insieme contro il terzo. Non è peraltro una prospettiva inedita, perché strutturalmente richiama l’alleanza tra paesi liberaldemocratici e Urss contro il fascismo nel corso della Seconda guerra mondiale. Ancora un triello, dunque, ma con regole truccate, come quello messo in scena da Sergio Leone in un cimitero messicano. La differenza, oggi, è che i cattivi sono due, e sono loro a essere rimasti in piedi.

Giorgio Berruto

 

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