Ungheria

 

 

 

Il ritorno dei sopravvissuti in Ungheria

di David Calef

 

La primavera scorsa, in una manciata di città italiane (Milano, Roma, Torino) è stato proiettato 1945, un bellissimo film ungherese uscito nel 2017 per lo più ignorato dai maggiori quotidiani italiani.

1945 comincia con l’arrivo di un treno nella stazione di un anonimo paese della campagna ungherese. Siamo nell’agosto del 1945, al mattino la radio annuncia il lancio della bomba atomica su Nagasaki e l’ingresso delle truppe sovietiche in Manciuria (9 agosto 1945). Dal treno scendono due uomini, probabilmente padre e figlio. I due - vestiti di nero con camicie bianche, indubbiamente ebrei ortodossi - non hanno bagaglio personale ma solo due casse di legno che contengono non si sa bene cosa. Li aspetta un carro tirato da un cavallo per trasportare le casse dalla stazione al paese. I due ebrei intraprendono una lenta marcia verso l’abitato preceduti dal capostazione che in bici porta la notizia del loro arrivo al padre-padrone del paese Istvan Szentes, benestante farmacista, che comincia a chiedersi cosa abbia portato due forestieri fin lì.

Nel frattempo, la comunità locale è in fermento. Szentes sta preparandosi per il matrimonio del figlio Arpàd che nel pomeriggio sposerà Rozsi, bella contadina, più innamorata dell’imminente prosperità borghese che del promesso sposo.

Sullo sfondo, pattuglie di soldati sovietici si aggirano per le campagne con l’aria impunita di chi sa di essere ormai il padrone.

Non è solo Szentes a interrogarsi sui forestieri. Domande se le fanno un po’ tutti: che cosa c’è veramente nelle casse e perché i due ebrei sono lì? “Gli ebrei sono tornati” dice ad un certo punto Szentes. “Quanti sono?” domanda il poliziotto del paese. “Due” risponde Szentes. “Per ora”.

Nonostante padre e figlio non dicano pressoché una parola in tutto il film e si limitino a camminare in silenzio dietro al carro, la loro presenza ancor prima di arrivare alla meta provoca il panico. Senza attendere conferme dirette la popolazione si persuade che i due ebrei siano gli eredi dei sopravvissuti alla Soluzione Finale venuti a reclamare i beni sottratti durante l’occupazione nazista dell’anno prima. Ed è tutto un correre a occultare il maltolto e giustificare (Ci sono le carte! un notaio ha certificato il passaggio di proprietà) la propria meschinità.

In effetti molti sono stati gli abitanti - il film lo rivela gradualmente - che hanno approfittato della deportazione dei loro vicini appropriandosi di argenteria, candelabri, tappeti, case. C’è chi ha negato aiuto, chi si è voltato dall’altra parte e chi ha fatto il delatore. In ogni caso, i buoni vicini hanno lasciato intorpidire la propria coscienza senza opporsi alla deportazione dei concittadini ebrei. Con la consapevolezza del proprio tradimento e, in qualcuno, con senso di colpa, la comunità contadina deduce che gli ebrei sono tornati a riprendersi ciò che era loro e ad esigere vendetta. La tensione sale fino al punto da far saltare il matrimonio, progetti di vita e rapporti famigliari, svelando l’ipocrisia che aveva unito una comunità complice dello sterminio dei vicini di casa.

Non ci vuole una conoscenza approfondita delle vicende storiche ungheresi per comprendere la verosimiglianza dei turbamenti dei contadini magiari. La Shoah in Ungheria è stata messa in atto con rapidità ed efficacia uniche. Nella primavera del 1944, in un paio di mesi, sotto la supervisione del Sonderkommando di Eichmann, oltre 430.000 ebrei ungheresi furono trasportati ad Auschwitz. All’inizio di luglio, tutto il paese, ad eccezione di Budapest, era judenrein. Gli ungheresi, prima sotto l’ammiraglio Miklós Horthy e poi (ottobre 1944) guidati dal partito fascista delle Croci Frecciate, si prestarono volentieri ad eseguire i piani di Eichmann.

Il cammino dei due ebrei termina al cimitero, dove viene rivelato il motivo del loro viaggio, non prima che una folla minacciosa si sia radunata evocando così l’atmosfera dei pogrom che ebbero effettivamente luogo in Ungheria a guerra finita a Kunmadaras (21 maggio 1946) e a Miskolc (30 luglio 1946).

A dispetto delle previsioni degli abitanti del villaggio, i due ebrei non sono venuti ad esigere alcunché e ripartono in silenzio così come erano arrivati. Il film si chiude con la partenza del treno tornato a riprendersi i due ebrei mostrando una locomotiva che sbuffa un vapore nerissimo, richiamo al fumo delle camere a gas dove furono sterminati gli ebrei ungheresi.

Tratto da Hazatérés (Ritorno a Casa), racconto di Gabor T. Szántó, co-sceneggiatore del film e direttore del mensile ebraico Szombat, 1945 racconta un tabù sin qui mai rappresentato nel cinema ungherese: il ruolo complice della società civile ungherese nella deportazione dei concittadini ebrei. Perché senza la collaborazione - spesso entusiasta e spontanea - degli ungheresi, Eichmann non sarebbe riuscito nei suoi intenti genocidi.

1945 è un film straordinario. Molti gli elementi che concorrono a renderlo tale: il bianco e nero austero e al tempo stesso elegante che trasmette inquietudine sin dalla prima scena, un’abilità nel comporre le immagini che rende memorabili molte scene soprattutto nella seconda parte del film e attori di grande bravura. Ma soprattutto il film del regista Ferenc Török è straordinario perché ci mostra senza affettazione e con grande efficacia come sia facile - per individui ordinari - diventare complici del male nella sua forma più atroce.

David Calef

 

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