Ungheria

 

 

La luce prima del buio

Brevissima storia dell’età dell’oro degli ebrei ungheresi
a cavallo tra Ottocento e Novecento
 

di David Calef

 

Associare il fenomeno dell’antisemitismo all’Ungheria risulta facile. Basta considerare due fatti:

-   Nel 1944, in Ungheria, la soluzione finale fu messa in atto con una rapidità sconosciuta nel resto d’Europa. E in nessun modo l’eliminazione degli ebrei ungheresi sarebbe stata possibile senza la solerte partecipazione delle istituzioni e di una parte significativa della popolazione.

-   Nel 2017, Fidesz, il partito di governo ungherese (48% di consensi alle elezioni del 2018 e due terzi dei seggi in parlamento) ha organizzato una campagna mediatica contro il finanziere Soros ricorrendo ad espliciti stereotipi antisemiti. E mentre Fidesz non ha mai avuto - almeno ufficialmente - un’agenda antisemita, Jobbik, il secondo partito in termini di voti, non ha mai nascosto - almeno fino a pochi mesi fa - di considerare ebrei e rom come nemici della nazione ungherese.

É dunque chiaro che l’Ungheria ha una storia di tutto rispetto quanto a pregiudizio anti-ebraico. Eppure, per molti decenni l’Ungheria è stato un paese accogliente per gli ebrei. Anzi, in nessun paese dell’Europa centro-orientale la comunità ebraica ha conosciuto la prosperità sperimentata nell’Ungheria asburgica. Il periodo d’oro cominciò nel 1867, quando il parlamento ungherese riconobbe agli ebrei gli stessi diritti dei cittadini cattolici e protestanti. Nel 1895, i parlamentari votarono all’unanimità la Legge di Ricezione con cui la religione ebraica fu equiparata alle altre confessioni. Dall’emancipazione nel 1867 fino allo scoppio della Prima guerra mondiale e anche oltre la comunità ebraica partecipò con crescente successo alla vita del paese. Due furono i fattori chiave che permisero agli ebrei di prosperare per oltre mezzo secolo: l’Ungheria della seconda metà dell’Ottocento era dominata da un’aristocrazia fondiaria legata a privilegi feudali, riluttante ad occuparsi della modernizzazione del paese esercitando direttamente il commercio, l’industria e, in generale, le professioni borghesi e intellettuali. Al contrario la borghesia ebraica magiara - significativamente più istruita del resto della popolazione - era pronta a guidare lo sviluppo economico e industriale del paese.

La nobiltà ungherese aveva un altro motivo per favorire gli ebrei. Fino al 1920, il territorio ungherese, con un’estensione molto più grande dell’attuale Ungheria, comprendeva diversi gruppi nazionali (croati, rumeni, serbi, slovacchi e ucraini) di origine non magiara, nessuno dei quali parlava l’ungherese né tantomeno si sentiva legato all’identità nazionale magiara. L’unica minoranza a proprio agio con la lingua e con un forte senso patriottico era la comunità ebraica che non coltivava né aspirazioni nazionali né sioniste. In un paese multietnico a rischio di spinte centrifughe, gli ebrei erano considerati come fidati patrioti. Il filosemitismo del ceto aristocratico era dunque di natura contingente, legato ai benefici apportati da una comunità capace di giocare un ruolo di primo piano nel processo di rinnovamento economico.

In questo contesto, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, la comunità prosperò in misura tale da far ombra a quelle di Berlino, Praga e Varsavia. Nel giro di trent’anni, a Budapest nacquero molti scienziati e artisti che diedero un contributo straordinario alla fisica, alla matematica e alle arti in genere. La stragrande maggioranza era di origine ebraica. Si trattava di ebrei assimilati, educati in ottimi licei di cultura tedesca, motivati ad eccellere in un ambiente cosmopolita dove ogni aspirazione intellettuale era possibile, spesso incoraggiata e coronata da successo. Un elenco parziale degli scienziati nati a Budapest nel giro di 30 anni rivela fino a che punto la capitale ungherese sia stata un’irripetibile culla di creatività: Dennis Gabor (1900) premio Nobel per la Fisica, Eugene Wigner (1902) premio Nobel per la fisica, George Charles de Hevesy (1885) premio Nobel per la chimica, Leo Szilard (1898), Edward Teller (1908) e John von Neumann (1905). Senza contare registi come Michael Curtiz (Casablanca) (1886), Alexander Korda (produttore del Terzo Uomo), scrittori e fotoreporter del calibro rispettivamente di Arthur Koestler (1905) e Robert Capa (1913), tutti nati a Budapest a cavallo tra i due secoli.

Il periodo d’oro subì una battuta d’arresto con la fine della Prima Guerra mondiale e il crollo dell’impero austro-ungarico. Un primo punto di svolta per gli ebrei ungheresi arrivò nel marzo 1919 quando un gruppo di intellettuali, in gran parte di origine ebraica, instaurò la Repubblica dei Consigli sull’esempio di quella sovietica in Russia. L’esperimento comunista sotto la guida di Béla Kun, fallimentare e di breve durata (133 giorni), contribuì a rendere l’ebraismo impopolare agli occhi di molti ungheresi, soprattutto a causa della collettivizzazione forzata delle terre agricole e della repressione violenta del dissenso. Due terzi dei dirigenti della Repubblica bolscevica erano ebrei; e il fatto che Kun e i suoi commissari fossero ebrei assimilati, incuranti della propria identità culturale e religiosa, importò poco ai molti ungheresi che si persuasero che la rivoluzione era stato un tentativo ebraico di impadronirsi del paese e di imporre un’ideologia estranea alla sua identità conservatrice e cristiana.

Questa convinzione si rafforzò con un secondo evento traumatico che ebbe luogo nel giugno del 1920 agli inizi del regime controrivoluzionario di Miklós Horthy: il trattato di pace del Trianon imposto all’Ungheria dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale. Il trattato sancì lo smembramento dell’Ungheria, che perse due terzi circa del proprio territorio e vide più che dimezzata la propria popolazione. L’Ungheria cessava di essere una grande nazione multietnica per diventare un piccolo stato etnicamente omogeneo che ancora oggi fatica a elaborare il lutto del Trianon.

Nell’Ungheria post-Trianon, gli ebrei persero rapidamente il ruolo privilegiato avuto nell’impero austro-ungarico e vennero additati sempre più spesso come responsabili della breve esperienza comunista e allo stesso tempo come sfruttatori capitalisti in sintonia con le potenze straniere che avevano smembrato il paese. In breve l’antisemitismo divenne un elemento fondante del regime autoritario e cristiano di Hórthy. Nel 1920 l’Ungheria divenne il primo paese europeo ad approvare una legge antisemita, la legge del Numerus Clausus, con cui si limitava la proporzione degli ebrei ammessi all’università al 6%, ovvero la percentuale degli ebrei rispetto alla popolazione ungherese. Nel periodo interbellico, fu spesso il clero a mantenere vivi sentimenti antisemiti e diventò comune ascoltare affermazioni come quelle del vescovo Prohászka: “Il cancro giudaico ha divorato la nazione cristiana ungherese fino a consumarla e a ridurla ad un nudo scheletro. Ha trasformato la maggior parte degli ungheresi in mendicanti”.

Non è quindi strano che persino in Italia nel 1938 la rivista Civiltà Cattolica echeggiasse il pensiero della borghesia cristiana ungherese a proposito dei concittadini ebrei:

“Ma vi ha, purtroppo, un altro loro [degli ebrei] predominio, funesto per la vita religiosa, morale e sociale del popolo ungherese, ed è che che quasi tutti i giudei del ceto intellettuale e dirigente non sono credenti, ma liberi pensatori, o rivoluzionari, o massoni e organizzatori della massoneria: anticristiani nella vita morale e nella vita intellettuale, capitalisti nella vita economica sono poi socialisti o filosocialisti nella vita sociale... la loro legge di vita e cioé la loro vita morale pratica è il successo nel mondo per qualsiasi mezzo”.

Nonostante ciò, fino all’arrivo delle truppe tedesche nel marzo 1944, gli ebrei ungheresi erano sopravvissuti relativamente indenni. Ma quattro mesi più tardi, grazie alla cooperazione di Hórthy prima e delle Croci Frecciate, poi, l’Ungheria era - ad eccezione di Budapest - Judenrein. Solo l’arrivo dell’Armata Rossa alla vigilia del Natale 1944 impedì che gli ebrei residenti della capitale seguissero tutti la sorte dei compatrioti delle province. Nel gennaio del 1945 quasi 600.000 ebrei erano stati assassinati. La breve, effimera età dell’oro degli ebrei ungheresi era un ricordo lontano.

David Calef

 

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