Ungheria

 

 

 

Il pregiudizio antiebraico nell’Ungheria illiberale di oggi

di David Calef

 

Fino a pochi anni fa, Jobbik, il partito di destra radicale fondato nel 2003, era considerato titolare esclusivo del marchio Antisemitismo in Ungheria. Fin dalla nascita, il partito ha rivendicato orgogliosamente un programma xenofobo, anti-rom e antisemita. Nel 2012, un esponente di primo piano del partito, Marton Gyongyosi, propose al governo di compilare una lista di tutti gli ebrei ungheresi considerandoli “un rischio per la sicurezza nazionale”. Negli ultimi due anni Jobbik ha cercato di diventare più rispettabile moderando la propria immagine pubblica. L’anno scorso il leader Gábor Vona ha mandato gli auguri per Hannukah al rabbino capo della comunità Chabad, partecipato a un dibattito nel quartiere ebraico con una nota giornalista liberal e dato altri segnali di volersi sbarazzare delle punte estremiste che impediscono l’accettazione da parte della borghesia conservatrice ma non radicale. Si può essere scettici sulla sincerità delle manovre di Jobbik - che resta un partito di estrema destra -, ma il processo di moderazione ha già sortito effetti concreti. Nel giugno scorso, Laszlo Torczkai, vice presidente del partito e leader della sua ala radicale, è stato espulso da Jobbik e ha creato una nuova formazione politica, il Mi Hazánk Mozgalom (MHM), anch’esso di ispirazione etno-nazionalista ma privo dei “freni” moderati del partito di Vona.

Ma la forma più subdola di pregiudizio antiebraico e fin qui più la più eclatante è quella coltivata da Fidesz, il partito di governo. Per cominciare, sotto la guida di Viktor Orbán, Fidesz ha promosso la riabilitazione dell’ammiraglio Miklós Horthy, alleato di Mussolini e di Hitler e responsabile delle prime leggi antisemite nell’Europa del Novecento e soprattutto della collaborazione con lo sterminio degli ebrei ungheresi. La glorificazione di Horthy come eroe e “statista eccezionale” è parte integrante di una strategia che ha come obiettivo quello di assolvere il popolo ungherese da qualunque responsabilità riguardo allo sterminio degli ebrei. Per Orbán, l’Ungheria è sempre l’eterna vittima - prima dell’umiliazione del trattato del Trianon, poi dei nazisti e poi del comunismo.

La strategia di revisione del passato riguarda spesso i rapporti con l’ebraismo. Qui basterà richiamare due esempi. Budapest ospita da anni un Memoriale dell’Olocausto. Agli occhi del governo, il museo ha il difetto di ricordare attraverso foto e didascalie le responsabilità dirette del regime di Horthy nella Shoah ungherese. Quindi Orbán ha concepito un nuovo museo per ricordare l’Olocausto, la Casa dei Fati, affidandone la direzione alla storica revisionista Maria Schmidt, nota per aver definito l’Olocausto come questione “secondaria” e “marginale”. Il progetto della Casa dei Fati, che verrà inaugurata nel 2019, è stato considerato inaccettabile e inopportuno dal Yad Vashem e dal Museo dell’Olocausto di Washington, nonché da Mazsihisz, la federazione delle comunità ebraiche ungheresi. Anche il mondo accademico ha sconfessato i tentativi di manipolazione della storia. Nel 2014 il decano degli studi dell’Olocausto in Ungheria Randolph L. Braham ha restituito un’onorificenza al governo ungherese in segno di protesta per il sistematico tentativo di falsificare la storia ridimensionando la collaborazione degli ungheresi con i nazisti.

Ma ciò che più di ogni altra cosa mostra l’impudenza di Orbán è accaduto nel 2017 quando Fidesz ha organizzato un’imponente campagna mediatica contro il finanziere-filantropo George Soros, nato a Budapest e naturalizzato americano, additandolo all’opinione pubblica come architetto di una strategia internazionale mirante a sostenere l’immigrazione illegale e a distruggere gli stati nazionali europei trasformando il continente in una regione meticcia e islamica. Senza peraltro menzionare l’origine ebraica di Soros, Fidesz ha sfruttato uno dei più solidi stereotipi dell’antisemitismo internazionale: il finanziere ebreo che complotta per corrompere le virtù di una nazione cristiana. Ed è penoso constatare (cfr. articolo nel Jerusalem Post del 2017) che, in vista della campagna mediatica, il Likud e Fidesz abbiano scambiato - in perfetta sintonia - informazioni sulle iniziative di Soros nei rispettivi paesi visto che i due partiti vedono nel miliardario americano un nemico degli interessi nazionali.

Come reagisce la comunità ebraica ungherese all’ideologia cristiano-nazionalista di Orbán? Senza alcun entusiasmo. Secondo la recente indagine sociologica Gli Ebrei nell’Ungheria del 2017 - Risultati di una ricerca sociologica (2018), la maggior parte degli ebrei ungheresi dichiara - a differenza dei concittadini di religione cristiana - simpatie per idee liberal su questioni interne come aborto, immigrazione, omosessualità e su affari esteri (atteggiamenti verso l’Europa e Israele). Solo la metà sostiene le politiche dell’attuale governo israeliano. L’eccezione a questo quadro è costituita dal gruppo affiliato al movimento Chabad-Lubavitch che non perde occasioni per sostenere le iniziative del governo anche quando queste oltraggiano la memoria della Shoah ungherese com’è il caso della Casa dei Fati.

Il ricorso a stereotipi antisemiti è comunque solo uno degli elementi del programma del primo ministro ungherese, forse il più esecrabile ma non necessariamente il più pericoloso. L’ideologia di Orbán ha tutte le caratteristiche dell’autoritarismo illiberale (i modelli a cui dichiara di ispirarsi sono Cina, Russia e Turchia) in voga di questi tempi: euroscetticismo, xenofobia, ecc. A questo, Orbán aggiunge una gran faccia tosta: nonostante le sue invettive contro l’Europa, l’Ungheria beneficia infatti di fondi europei per più di 4 miliardi di euro l’anno, pari al 4% del PIL.

L’Italia, in piena deriva xenofoba, ha motivi per preoccuparsi del sovranismo autoritario, xenofobo  ungherese? Credo di sì. Orbán è contrario ad accogliere gli immigrati che arrivano nei paesi mediterranei mentre l’Italia dovrebbe avere forti motivi per allearsi con paesi che favoriscono la redistribuzione dei profughi che sbarcano sulle nostre coste. Viceversa, uno degli alleati più stretti di Orbán è il nostro ministro degli Interni. Non c`è da stupirsi. Sappiamo già che l'intolleranza e la mancanza di scrupoli possono dar vita a ignobili alleanze. C’è, appunto, da preoccuparsi. Come ebrei, come italiani e come europei.

David Calef

 

Poster contro Soros (2017):

Consultazione Nazionale: il 99% [degli ungheresi] rifiuta l’immigrazione illegale.

Non lasciare che Soros abbia l’ultima parola

 

 

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