Israele

 

 

 

Trump, Netanyahu e l'opzione nucleare palestinese

di Giuseppe Gigliotti

 

Pochi potranno dubitare sul clima di trionfante esaltazione, permeante in questi giorni la destra ultra-nazionalista israeliana. Anche mettendo da parte la continua crescita economica e demografica, così come l'ormai imminente crollo elettorale della sinistra sionista, Netanyahu e Bennett hanno importanti motivi di giubilo. Per la prima volta nella storia del conflitto israelo-palestinese un'amministrazione americana, gettata alle ortiche qualsivoglia pretesa d'imparzialità, si è imbarcata in un'autentica crociata finalizzata ad imporre ai Palestinesi le condizioni della destra estremista israeliana. Con il suo solito linguaggio magniloquente, Donald Trump ha annunciato di essere pronto a conseguire quello da lui definito “l'accordo del secolo”, e molti commentatori filo-israeliani, consci della sua volontà di andare contro schemi precostituiti, non hanno mancato ad esaltare il suo supposto contributo alla pace. Nessun dubbio che le azioni di Trump stiano sparigliando le carte sul tavolo. E tuttavia, come questo pezzo dimostrerà, lungi dal favorire Israele, l'azione dell'amministrazione Trump rischia invece di mandare in bancarotta l'intero progetto sionista.

Le ragioni per dubitare della saggezza del presidente americano sono molteplici. Infatti, sebbene oggi derisi dai partiti della destra israeliana come una svendita al nemico, gli accordi di Oslo furono dettati da motivazioni di carattere strettamente sionista; ovverosia, se la ragione d'essere d'Israele sta nel mantenimento di una maggioranza ebraica, allora la rinuncia a Gaza ed alla West Bank costituisce il meritevole prezzo da pagare, per evitare uno Stato binazionale destinato ad avere una maggioranza araba. Disgraziatamente per le sorti del progetto sionista, tale semplice lezione è andata perduta negli anni successivi ad Oslo. Descrivere le ragioni che hanno condotto allo stato attuale esula dallo scopo di questo articolo. Quel che preme sottolineare, a mio giudizio, è che la maggiore ipoteca, dal punto di vista del movimento sionista, creata dai decenni successivi ad Oslo è stata quella di aver definitivamente consegnato le chiavi del futuro della nazione a quegli stessi palestinesi, che meno di tutti hanno interesse alla sua sopravvivenza.

La ragione di questo stato di cose è semplice: al di là delle vuote formule pronunciate nel corso di comunicati ufficiali, la verità è che gli insediamenti israeliani hanno ucciso ogni realistica chance di dar vita ad uno stato palestinese. Ma, lungi dal segnare l'avvio di una ghettizzazione palestinese nella West Bank, come pure prefigurato da molteplici esponenti della destra israeliana, tale situazione potrebbe invece indurre i palestinesi ad attivare la loro carta estrema, un'autentica “opzione nucleare” destinata a spazzare via i deliri di Netanyahu ed accoliti: quella di dissolvere l'ANP e chiedere la cittadinanza israeliana. Una simile possibilità potrà certamente costituire per Israele quel “totale nonsenso che in realtà sottintende l'eliminazione dello Stato d'Israele come stato ebraico e democratico”, evocato dal Professor della Pergola nella sua recente intervista con Anna Segre. Ma non vi è dubbio che, agli occhi palestinesi, esso costituisca un'alternativa di gran lunga preferibile, comportando il recupero delle “terre del 1948”, la cui perdita gioca un ruolo centrale nella mitologia palestinese. L'accantonamento di una simile opzione da parte di Fatah, ed in anni recenti dello stesso Hamas, è il frutto di quel medesimo calcolo razionale, che aveva indotto Yitzhak Rabin a giungere al compromesso di Oslo: in questo caso la consapevolezza dell'impossibilità di sconfiggere militarmente Israele, così come d'imporre uno stato arabo e d'ispirazione islamica alla popolazione ebraica.

Tuttavia, nell'assaltare i simboli della resistenza nazionale palestinese (Gerusalemme, il diritto al ritorno, lo status di milioni di rifugiati) Donald Trump sta involontariamente rendendo tali argomenti irrilevanti, rendendo l'esercizio dell'opzione nucleare estremamente appetibile. E, ciò che dovrebbe far tremare qualsiasi sionista, per la prima volta nella storia del conflitto le condizioni per una simile manovra potrebbero rivelarsi fattibili per i palestinesi.

Le ragioni di questo ampliamento nei margini di manovra palestinesi sono molteplici, alcune attribuibili agli stessi palestinesi, altre frutto della deriva ultra-nazionalista che sta divorando Israele. Iniziando coi primi non vi è dubbio che, a dispetto dei toni trionfalistici con cui certi israeliani descrivono la presunta disfatta del movimento palestinese, il periodo successivo alla Seconda Intifada abbia visto un efficiente riorientamento di strategia, articolato nel movimento internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Fiumi di parole sarebbero ancora una volta necessari, per spiegare gli obiettivi e la portata di questo movimento. Ciò che qui conta è che, come recentemente ricordato sul The Guardian da Nathan Thrall nel suo penetrante saggio sull'argomento, il maggior successo del BDS è di aver rilegittimato a livello internazionale la posizione di quei milioni di palestinesi, per i quali un'equa soluzione del conflitto sta nell'eguaglianza di diritti per chiunque risieda sul territorio dell'ex Mandato Palestinese.

Di fronte ad una simile richiesta, il mantenimento dello status quo ante è destinato a non essere sostenibile: il ricorso all'argomento della difesa contro la violenza palestinese sta perdendo terreno, a causa della crescita del ricorso, tra i palestinesi, a metodi non belligeranti (emblematici i casi della Marcia del Ritorno, così come di Ahed Tamimi, ambedue risoltisi in debacle propagandistiche per Israele ed i governi occidentali schieratisi al suo fianco). E soprattutto, le recenti mosse del governo israeliano e dell'amministrazione Trump potrebbero, nel medio-lungo periodo, indurre gli Stati membri dell'UE a votare sanzioni punitive contro Israele.

Vi sono pochi dubbi che il già risicato credito, goduto da Israele in Europa occidentale, sia ulteriormente andato a fondo, a seguito della recente approvazione della Legge Fondamentale sulla Nazione. Fortemente voluta da Netanyahu, questa vergognosa legislazione ha legalizzato a livelli semi-costituzionali le discriminazioni nei confronti degli arabi-israeliani, e persino aperto la strada ad una ri-Palestinizzazione della comunità drusa. Dinnanzi ad una simile svolta, unita al ripudio della soluzione due stati per due popoli, Mogherini ed il suo successore verranno sottoposti ad enormi pressioni, affinché l'Unione adotti un provvedimento invocato da almeno un decennio dai sostenitori del BDS, e destinato a mandare in recessione l'economia israeliana: la pubblicazione di sanzioni contro gli istituti finanziari complici nel finanziare gli insediamenti. In un calcolo di fredda realpolitik, sembra che Netanyahu sia convinto che tale eventualità possa essere sventata, grazie al veto esercitato dai paesi del Blocco Visegrad, così come dall'Italia salviniana. Sennonché, ci sono fondati motivi per ritenere che lo stesso Trump, nel dar corso agli intimi desideri dell'estrema destra israeliana, possa affondare tale sostegno a favore d'Israele. Analisti nei campi libanesi e giordani hanno già dato per certo che, qualora Trump persistesse nelle sue politiche contro i rifugiati palestinesi, questi ultimi prenderebbero la strada dell'Europa. E, posti di fronte ad una nuova ondata di milioni d'individui causata da Israele, gli attuali sostenitori di Netanyahu si trasformerebbero nei primi sostenitori di provvedimenti sanzionatori.

In definitiva, è ormai evidente che nel breve periodo l'esercizio dell'opzione nucleare si configuri, agli occhi dei giovani attivisti e leader palestinesi, come l'unica, non violenta e realistica opzione con cui il proprio popolo possa conquistare autodeterminazione ed eguaglianza. La morte od il ritiro di Abbas, ormai imminenti considerando il dato anagrafico e fisico, potrebbero costituire la scintilla per manifestazioni popolari, modellate sulla Grande Marcia del Ritorno di Gaza, e destinate a comunicare all'opinione mondiale il definitivo abbandono da parte palestinese della soluzione dei due stati per due popoli. Nessun dubbio che, come osservato dal Professor Della Pergola, questa opzione rappresenterebbe la conclusione dell'ideale sionista. Ma poiché soltanto disfatte attendono colui che incateni il proprio fato a quello del proprio nemico, si tratterebbe di un disastro di cui imputare la stessa vittima, e nessun altro.

Giuseppe Gigliotti

 

 

Riteniamo questo articolo interessante soprattutto per il tema dell’opzione nucleare palestinese, una questione importante di cui forse non si tiene sufficientemente conto. Tuttavia desideriamo chiarire alcune cose.

La nostra posizione riguardo al movimento BDS è di netta contrarietà, che deriva dall’evidente sproporzione tra la severità con cui viene giudicata ogni azione da parte di Israele e la quasi totale mancanza di attenzione nei confronti di altre situazioni ben più gravi (guerre, massacri, repressione) anche nello stesso Medio Oriente; tale sproporzione può essere giustificata da parte dei palestinesi stessi, ma da parte del mondo occidentale ci sembra un’evidente prova di malafede, anche perché quando i palestinesi sono vittima di qualcuno che non è Israele l’interesse per la loro sorte appare quasi sempre scarso o nullo.

Inoltre ci sembra quanto meno discutibile la definizione “metodi non belligeranti” a proposito della Marcia del Ritorno.

Infine, anche a causa della sproporzione che abbiamo evidenziato in precedenza, ci appaiono un po’ azzardate le previsioni conclusive circa un esodo milioni di palestinesi verso l’Europa tale da mutarne gli equilibri politici; come se i palestinesi fossero gli unici al mondo ad avere buone ragioni per desiderare di emigrare nel nostro continente.

HK

 

 

Orna Ben Ami, Trascinare un'intera vita in un sacco, 2016

 

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