Israele

 

Uri Avnery, il profeta disarmato

di Giorgio Gomel

 

Isaac Deutscher definì Trotskij il profeta disarmato negli anni della sua sconfitta contro lo stalinismo e dell’esilio dall’Unione Sovietica.

Uri Avnery è stato un profeta disarmato, un difensore impenitente dei diritti umani, assertore dai primordi della soluzione “a due stati del conflitto fra israeliani e palestinesi, militante da sempre per la pace, geniale, scevro da conformismi e mosso da passione per gli ideali che perseguiva.

È morto lo scorso agosto vicino ai 95 anni, colpito da un ictus mentre era diretto alla manifestazione di protesta a Tel Aviv promossa dalla comunità drusa contro le aberrazioni della legge sullo stato-nazione da poco approvata dalla Knesset, sulla quale Uri appena due settimane prima della morte aveva scritto un articolo fortemente critico. Ogni settimana sul sito di Gush Shalom, il Fronte della pace - un movimento pacifista che guidava dal 1993, fondato sull’idea del dare vita ad uno stato palestinese con Gerusalemme est come capitale, evacuando gli insediamenti dai territori e ponendo fine all’occupazione militare degli stessi -compariva un suo editoriale, redatto in quattro lingue (ebraico, inglese, francese, tedesco).

In quest’ultimo scriveva: “È in atto un processo di ebraizzazione in ogni ambito. Atti frenetici del governo tendono ad ebraizzare l’istruzione, la cultura, persino lo sport. Gli ebrei ortodossi, minoranza nel paese, esercitano un’influenza immensa sul paese e sul governo… C’e una nazione israeliana? Certamente sì. C’e una nazione ebraica? No. Gli ebrei sono membri di un gruppo etnico-religioso disperso nel mondo e appartenente a più nazioni con forti legami di affinità con Israele. Noi in questo paese apparteniamo alla nazione israeliana i cui membri ebrei sono parte del popolo ebraico. Dobbiamo riconoscere questo fatto… e il fatto che la pace con i palestinesi è il compito primario di questa generazione… La nuova legge nella sua natura semi-fascista ci mostra quanto sia urgente questo dibattito. Decidere che cosa siamo, cosa vogliamo, di cosa siamo parte…

Una vita complessa quella di Uri Avnery. Era nato in Germania nel 1923 in una famiglia tipica della borghesia ebraico-tedesca, che immigrò come altri Yekkes in Palestina all’avvento del nazismo. A 15 anni aderì all’ Irgun Zwai Leumi, il movimento estremista ebraico ispirato ai dettami del sionismo revisionista di destra nella battaglia contro il dominio britannico, che poi abbandonò in contrasto con le sue azioni terroristiche contro gli arabi. Ferito gravemente nella guerra di indipendenza, fondò nel 1950 il giornale Ha-Olam Hazeh, piccolo, battagliero, severo nelle inchieste sulle malefatte del potere, con toni a volte scandalistici ma che esercitò negli anni una grossa influenza sul giornalismo israeliano e sulla stessa formazione di una generazione di giornalisti divenuti celebri. Fu eletto alla Knesset nel 1969, nel 1973 e ancora nel 1979, candidato di piccoli partiti della sinistra. Già dai primi anni ‘50 fu tra i primi in Israele a riconoscere un’identità nazionale in fieri dei palestinesi, diversi e distinti dal resto del mondo arabo circostante, e meritevoli di un proprio stato. Da allora è stato un fermo assertore della soluzione “a due stati”, anche in anni recenti opponendosi a coloro che in Israele e nel mondo sostengono che essa sia fallita e che si debba giungere a un unico stato binazionale con parità di diritti fra i due popoli. Nel 1982 incontrò e intervistò a Beirut Yasser Arafat nel pieno della guerra lanciata da Israele contro l’OLP in Libano. Successivamente fu tra gli israeliani che negoziarono più o meno clandestinamente con la stessa OLP quando incontri del genere erano illegali secondo le norme israeliane prima degli accordi di Oslo. Avnery è stato convinto fino all’ultimo - lo disse in un’intervista a Haaretz per i suoi 90 anni (“Uri Avnery at 90: still leftist after all these years, Haaretz, 25/4/2014), lo scrisse nella sua autobiografia, L’ottimista - che il principio di autodeterminazione e la forte, distinta identità nazionale dei due popoli non potevano che condurre ad una configurazione a due stati, alla fine dell’occupazione e a un futuro di coesistenza fra Israele e Palestina.

Il suo altro punto cardine in anni di attività pubblicistica e politica, oltre al tema della pace, è stato quello della battaglia contro l’integralismo religioso, anzi più precisamente il connubio nefasto fra integralismo religioso ed estremismo nazionalista che ha avviluppato Israele dagli anni ‘70.

Mi piace riportare alcune frasi dal piglio polemico tipico dell’uomo da un suo editoriale su Gush Shalom del 2015, dal titolo significativo “lo stato degli ebrei (ivri in ebraico, hebrew in inglese) sta scomparendo, lo stato ebraico (jewish, in inglese) sta prendendo piede: … dopo la seconda guerra mondiale tutto ciò che riguardava la comunità ebraica in terra d’Israele era degli ebrei (hebrew). Tutto ciò che riguardava la Diaspora era ebraico (jewish). Il sentire comune era che la religione ebraica stesse morendo e che il sionismo avesse soppiantato la religione. Anche Ben Gurion pensava allo stesso modo. Altrimenti non avrebbe mai accettato di esonerare gli studenti delle yeshivot dal servizio militare, che riteneva qualcosa di sacro. Allo stesso modo consentì di formare scuole religiose di stato perché riteneva che la religione stesse scomparendo e non avrebbe costituito una minaccia allo stato. … Il punto di svolta fu la guerra del 1967, in cui la vittoria militare divenne una celebrazione religiosa… I coloni religiosi sono oggi una minaccia a ciò che è stato costruito in questo paese.

Stiamo ora assistendo ad una mutazione nell’ebraismo in qualcosa di fanatizzato e violento destinato a distruggere lo stato, come distrusse il Secondo Tempio nel primo secolo d.C. Lo stato può ancora essere salvato, ma per fare ciò l’Israele laico e nazionale deve destarsi, lottare prima che il disastro si compia.

 

Giorgio Gomel

Uri Avnery

 

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