Una democrazia in pericolo

di Reuvèn Ravenna

 

L’anno ebraico or ora trascorso è stato, senza dubbio, uno dei più tempestosi degli ultimi decenni. Iniziato, a livello mondiale, subito dopo il trauma dell’undici settembre, è stato poi contrassegnato, ad un ritmo quasi giornaliero, dagli atti di violenza con, all’apice, i kamikaze palestinesi nel conflitto chiamato "Intifada el Akza", da definirsi più propriamente, miniguerra tra i due popoli di Erez Israel. La cronaca, concretizzata dai media, ha contrassegnato la nostra quotidianità con una intensità, si può affermare, oraria. Tralasciando il trattamento giornalistico dei fatti, da analizzare a parte, come abbiamo reagito, in Erez Israel e in Golà alla devastante catena di attentati e rappresaglie, prese di posizione e contrapposizioni? Vorrei fare il punto su un aspetto meno evidenziato nel susseguirsi febbrile degli avvenimenti, limitandomi al "settore" israeliano.

È quasi banale sottolineare come nel biennio dell’Intifada l’opinione pubblica si sia spostata "a destra", nell’accezione israeliana. Per naturale reazione al "tradimento" dell’avversario, dopo la "grande illusione" degli accordi di Oslo, allo stillicidio, senza precedenti, provocato dovunque dal terrorismo arabo e dalla totale incertezza sul futuro prossimo e lontano. Chi dal ’67, o anche prima, ha visto con costante pessimismo il succedersi degli avvenimenti come una lunga catena provocata dal Nemico arabo fin dagli inizi del Sionismo, una negazione totale delle aspirazioni ebraiche in Erez Israel, considera l’attuale fase come conferma lampante delle sue tesi, ostili, con coerenza più o meno costante, al "processo di pace" iniziato da una minoranza, al più animata, a suo dire, da "pie" illusioni e per alcuni da intenzioni "anti-nazionali", di odio di se stessi ("I criminali di Oslo"). Un tradimento nei confronti dell’aspirazione alla "Grande Israele", la Patria del popolo ebraico, da conservare a costo di qualsiasi sacrificio per noi stessi e per le future generazioni. Per queste fasce, direi dominanti nella società israeliana, argomenti quali il problema demografico o la corrosione morale derivante dal dominio su milioni di esseri umani privi di diritti politici da decenni sono di importanza minore rispetto al sogno millenario dell’Indipendenza d’Israele nella sua Terra. Solo la maniera forte, senza cedimenti e sentimentalismi, avrà il potere di stroncare o limitare il "cancro" (termine usato dal Capo di Stato Maggiore) del terrore palestinese, e come dicono molti "la forza è il linguaggio che gli arabi comprendono". C’è chi pensa così, basandosi sulle proprie radici religiose, interpretando i Testi tradizionali in un’ottica, direi, letteralmente fondamentalista e riferendosi, per le possibili soluzioni, alla Promessa Divina nella sua globalità che non permette compromessi territoriali e di sovranità. E in riferimento alle critiche internazionali, per molti non bisogna prendersela troppo a cuore perché "i goym" rimangono fondamentalmente ostili ai discendenti dei Patriarchi, nell’avversione al Sionismo, allo Stato d’Israele e agli ebrei della dispersione. Queste sono le posizioni, con sfumature, degli ortodossi di tutte le tendenze, con eccezione di una minoranza fedele alla moderazione del Sionismo religioso storico, o perlomeno di parte dell’antico movimento mizrachista. Non a caso la maggioranza dei coloni della Cisgiordania e della striscia di Gaza proviene dalla gioventù sionista-religiosa.

Il diritto storico è l’idea-forza che sta alla base della componente "laica" dei fedeli della "Grande Israele", definiti oggi come la "destra" nello spettro politico. I più liberali destinano alle popolazioni arabe al di là della linea verde un regime di autonomia, mentre i più estremisti parlano, sempre più senza mezzi termini, di trasferimento in massa "volontario" degli arabi, verso paesi che siano disposti ad accoglierli...

Il "Mazav", la situazione geopolitica, sta condizionando tutti gli altri argomenti dell’Agenda nazionale. Prima del settembre 2000, i dibattiti politici, sociologici, e culturali, nella convinzione che ci si stava avviando al conseguimento di uno status vivendi a breve termine con i palestinesi, avevano acutizzato i conflitti di lunga data: religiosi-laici, occidentali-orientali, abbienti-diseredati. L’intifada numero due ha, in gran parte, attenuato l’asprezza delle discussioni, in un clima di apparente "Unione Sacra" delle ore d’emergenza. Le voci dissonanti sono spinte ai margini, quasi fossero espressione di lesa maestà e tradimento.

Da tempo ci si è posti la domanda: la democrazia israeliana non è in pericolo, sottoposta al logorio dei conflitti esterni e interni senza uguali a livello internazionale? Nel ’48 l’indipendenza veniva conquistata da un Yishuv omogeneo, diretto da una leadership che, nonostante le critiche successive, era impregnata di ideali umanistici e sociali. La cornice democratica, con i suoi limiti e le sue deficienze, era eredità di un movimento pluralistico quale era stato, dagli inizi, il Sionismo. Le masse giunte in Erez Israel da allora sono provenute da paesi di scarsa o nulla democrazia, dal mondo islamico o dall’oriente europeo, fino all’ottantanove a regime autoritario.

L’israeliano d’origine nordafricana, per esempio, è influenzato dai ricordi negativi della sua condizione di minoranza tra gli arabi, e contraddittoriamente contrappone certi valori dell’oriente alla decadenza occidentale "laica e materialista". L’alyà russa, intellettualmente di alto livello, ha portato con sé i segni della brutalità sovietica, per cui alcuni dei suoi esponenti sono tra i più drastici sostenitori della "politica forte" tipo Cecenia, nel trattamento del terrore palestinese. E non dimentichiamo l’atavica ostilità verso il "goy" dell’ebreo haredì, attualmente oltranzista nelle sue dichiarazioni e nei suoi atti. In questo stato di cose, chi si è formato nell’Europa postbellica, in un clima di reazione ai totalitarismi, ai nazionalismi sfociati in forme estreme di xenofobia razzista, chi è stato combattente di battaglie per i diritti di tutti gli uomini e per il reciproco rispetto delle idee si trova, talvolta, alle prese con duri dilemmi di coscienza, scoraggiato in un’atmosfera scoraggiante. In cerca di nuove sintesi tra valori che al momento sembrano cozzare tra di loro, in una spietata e non dogmatica analisi di una realtà circostante, complessa, inquietante, traumatica.

Reuvèn Ravenna