New York, Settembre 2002

di Daniela Fubini

 

L’Undici Settembre 2002 ci sono state almeno due New York. Quella che la mattina era al sito del World Trade Center (come si chiama adesso il vecchio Ground Zero), e quella che era altrove.

Al sito c’erano i parenti delle vittime, i poliziotti, i pompieri, il Sindaco Bloomberg e l’ex Sindaco Giuliani, quelli che prima dell’attacco vivevano attorno al World Trade Center e le persone più o meno note cui era stato chiesto di aiutare nella lettura dei quasi 3.000 nomi. Altrove, tutti gli altri. Newyorchesi e turisti, bambini, persone in viaggio d’affari, e la gente che alle 9.00 doveva entrare in ufficio ma era scusata se faceva tardi. Nessuno è stato fiscale, quel giorno.

In realtà l’anniversario è iniziato molto prima: alle 8.46 del 9/11 (Nine Eleven, così viene chiamato qui) è stato il momento del saluto dei pubblici e privati cittadini, in tutti gli Stati Uniti e in buona parte del mondo. Ma la prima volta che ho acceso la televisione e ho sentito la temibile frase "in preparazione del primo anniversario..." ho guardato il calendario ed agosto era appena cominciato. È stato un lungo mese, di organizzazione e programmi commemorativi.

Quando io ho visto New York per la prima volta, il 27 novembre 2001, il Gound Zero era una pila di detriti metallici ed umani, che emanava un odore spaventoso di carne bruciata mista a gas e terra e che i pompieri non avevano ancora finito di spegnere. Solo il 19 dicembre, dopo 99 giorni, le fiamme sono state estinte del tutto. Non credo che sia un caso, se i sopravvissuti alla Shoah, qui, hanno detto di aver già sentito quell’odore. Si può discutere se il parallelo possa spingersi oltre.

A fine novembre, la città era un trionfo di bandiere. A noi italiani, disincantati e poco amanti – per ottimi motivi – della bandiera nazionale, l’uso americano delle stelle e strisce è sempre suonato tra il buffo e il patetico. Ma dopo aver visto New York in lutto, ricoperta di bandiere come nemmeno il 4 Luglio, non è più possibile avere quella sensazione di europeissima superiorità. C’è una pubblicità in questi giorni in televisione e sui giornali: una foto di una via qualsiasi, con sovrascritto "L’Undici Settembre i terroristi volevano cambiare l’America per sempre", e subito la foto successiva, la stessa via stracolma di bandiere di ogni foggia e misura, e la scritta "Ci sono riusciti".

Questo nazionalismo di sopravvivenza può anche fare un po’ paura, a livello di governanti e di politici. Ma l’americano medio, nel momento dell’unico attacco straniero in patria dall’inizio della storia degli Stati Uniti (se vogliamo escludere Pearl Harbour, che non era una capitale finanziaria ma una base militare) ha avuto bisogno di raccogliersi attorno a qualcosa, e la bandiera, simbolo di unità e di cooperazione, era lì pronta.

Che poi nessun americano sappia se le stelle (che rappresentano gli Stati) siano 50, 51 o 52, questo è un dettaglio. L’essenziale era mettere alle finestre, alle vetrine dei negozi e alle porte di casa il segno di riconoscimento "Io sono americano". Il più delle volte, in barba all’Ufficio Immigrazione.

Poi in qualche modo l’anno è passato. A febbraio era già chiaro che Osama Bin Laden non sarebbe stato catturato vivo, la guerra ha preso a languire e i telegiornali ormai la mettono come seconda o terza notizia.

La primavera è arrivata presto, e i newyorkesi si sono riversati come ogni anno in Central Park e negli altri parchi cittadini. Sembrava – a detta di tutti – una normale primavera stranamente senza turisti. Con l’estate i turisti sono aumentati, ma senza mai arrivare nemmeno alla metà del numero normale. In compenso, i newyorkesi si stavano riprendendo la città, aiutati da una campagna pubblicitaria su larga scala che incoraggiava la gente ad uscire di casa, andare al ristorante e al cinema, e a non stare in solitudine.

Ma downtown, nella zona intorno al Ground Zero, ogni cosa era immobile, congelata dalla distruzione delle torri. C’erano solo frotte di turisti in visita (per lo più americani) che scattavano fotografie e comperavano libri di foto ricordo di dubbio gusto, intitolati "American Heroes", che ritraggono pompieri o poliziotti con le divise imbiancate dalla polvere. Il mercato della memoria è iniziato meno di un mese dopo la tragedia.

Il "business", invece, era fermo al palo ancora al’arrivo dell’estate.

Ci sono voluti Rudolph Giuliani con tutta la sua forza politica e umana, e Robert De Niro che ha trascinato i suoi colleghi ad un Festival del Cinema in Tribeca (zona adiacente al fu WTC), per riportare i newyorkesi i a sud di Canal Street.

Canal Street è il confine fisico e amministrativo della zona disastrata. Abitare o avere una qualsiasi attività a Sud del confine significa esser stati evacuati nel giorno dell’attentato, e aver chiesto ospitalità ad amici o parenti per varie settimane, spesso senza poter ritornare a casa propria o in ufficio nemmeno per prendere gli effetti personali. I negozi che non sono stati danneggiati dal crollo delle torri hanno comunque perso da un giorno all’altro tutta la clientela, e molti dei locali notturni di Tribeca e Soho, meta serale dei colletti bianchi che lavoravano nel WTC, hanno chiuso per alcuni mesi o per sempre.

Soho in particolare, con Chinatown e altre zone non coinvolte direttamente nella tragedia, ha vissuto un declino economico che ancora un anno dopo è in via di assestamento. Non essendo al di sotto di Canal Street, non sono state distribuite sovvenzioni e molte attività hanno dovuto chiudere durante l’anno per mancanza di clienti. Altri stanno chiudendo adesso, sopraffatti dalla crisi economica che era in corso ben prima dell’attentato, ma che dopo l’Undici Settembre si è – come tutti sanno – violentemente inasprita.

Ma quel che preoccupa di più adesso è il morale di quelli che vivono a Manhattan, che incide sull’andamento della Borsa.

Si calcola che 57.000 persone abbiano perso il lavoro tra l’Undici Settembre e l’inizio di ottobre 2001 per causa diretta dell’attentato, e abbiano passato mediamente quattro/sei mesi senza lavoro. Poi hanno spesso accettato una posizione molto inferiore alla loro qualifica ed esperienza. 2.801 persone sono morte nel crollo delle Twin Towers, lasciando famiglie e amici. Più di 2.000 bambini hanno perso un genitore. Molti conoscevano qualcuno che è morto nell’attentato, o ne conoscono un famigliare. Un numero enorme di persone ha sentito – per pochi minuti o per settimane – l’odore del Ground Zero, e non potrà mai più dimenticarlo.

Non credo che siano calcolabili le conseguenze psicologiche a lungo termine dell’Undici Settembre. Il lavoro di ricostruzione, in questo, è appena cominciato, e la città è piena di piccoli manuali di sopravvivenza, che dovrebbero insegnare ai newyorkesi a valutare se il loro livello di depressione sia troppo alto e – nel caso – come comportarsi. C’è un fondo governativo per le spese di salute mentale, ma il problema è che tutti hanno cercato di ritornare per quanto possibile alla "normalità", e non riconoscono di essere depressi perché questo vorrebbe dire non esser stati abbastanza forti, avere in un certo senso fallito l’impegno comune di non darla vinta ai terroristi.

In occasione dell’anniversario, i media hanno aperto una nuova campagna di sensibilizzazione, mirata a insegnare ai newyorkesi in che cosa consiste il complesso del sopravvissuto. In più, la scuola è appena ricominciata e si cerca di concentrare l’attenzione sui bambini, che hanno vissuto l’attentato spesso senza nessun filtro, in prima linea. Banalmente, è stato tale lo shock dei genitori, che questi non sono stati capaci di proteggere i bambini dalle immagini del crollo e da quelle successive, ripetute ossessivamente da tutte le televisioni, come in Europa. L’invito, per l’anniversario, era di spegnere la televisione e giocare con i propri figli.

L’Undici Settembre 2002 a New York il cielo era di un azzurro perfetto, e c’era vento. È stato detto che quest’anno l’Undici Settembre era la copia esatta del precedente: uno splendido giorno di sole di fine estate, caldo e asciutto; solo, con l’aggiunta del vento, che sollevava la terra chiara del sito del WTC sui vestiti dei parenti delle vittime, e portava il pensiero alle immagini spettrali che tutti abbiamo in mente, dei disperati che fuggivano dalle torri ancora in piedi, completamente ricoperti di polvere bianca.

È stato un giorno lungo e complicato, pieno di persone con gli occhiali scuri che – finalmente, forse – si prendevano la libertà di piangere in pubblico. Sguardi bassi in metropolitana, espressioni confuse e tristi per le strade. Molte istituzioni (tra cui templi e centri culturali ebraici) hanno organizzato Open Microphones dal mattino alla sera, per lasciare che chi ne aveva la forza parlasse. Metà degli spettacoli di Broadway non sono andati in scena, e la città più iperattiva del mondo è stata per un giorno un po’ più lenta.

È stato il primo anniversario del giorno che ha cambiato il mondo occidentale. I newyorkesi si sono accorti di essere ancora vivi, e hanno cominciato a capire che il lutto non potrà durare per sempre. E se non ci saranno mai tombe su cui piangere i morti delle torri gemelle, ci sarà invece (i progetti saranno vagliati entro l’anno) un nuovo World Trade Center da riempire di persone e di affari.

Come si dice, la vita continua.

Daniela Fubini