Teshuvah e ambiguità
di David SoraniQualsiasi cosa se ne pensi, lintervista a tutto campo recentemente rilasciata da Gianfranco Fini al giornale israeliano Ha-aretz e ripresa con ampi, variegati commenti dalla stampa italiana è un fatto di notevole rilievo, che può essere interpretato in direzioni molteplici e tra loro anche assai diverse.
Molto è già stato scritto in proposito: è quantomeno discutibile che proprio Fini segretario di AN ed erede di fatto, anche se non coinvolto in prima persona e oggi del tutto "rinnegante", del fascismo chieda scusa per le leggi razziali a nome di tutti gli italiani (dunque anche degli antifascisti, anche degli ebrei, che fino a prova contraria sono italiani quanto i non ebrei); è discutibile che lo faccia quale Vicepresidente del Consiglio di uno Stato democratico nato proprio dallopposizione attiva al totalitarismo fascista e ai suoi princìpi di razzismo e antisemitismo, uno Stato che su questo tema non pare quindi dover chiedere scusa a nessuno; rispetto a questa sua posizione sembra singolare e addirittura schizofrenico, ma è in fondo assai chiaro dal punto di vista politico, il suo pieno appoggio alla legge sullimmigrazione che da lui stesso e da Bossi prende il nome: un provvedimento che reintroduce discriminazioni e limitazioni di tipo etnico (quindi razziale) in parte paragonabili a quelle del fascismo e che però affronta in maniera forte e demagogica unemergenza attuale che non può come le leggi razziali essere comodamente "sistemata" nei conti fatti con la storia a più di sessantanni di distanza.
Rispetto a queste ed altre cose che si sono lette sui nostri giornali, così come sullintervista in sé credo che tuttavia resti ancora qualche utile considerazione da fare.
1. Partiamo dal ruolo nazionale rivestito in questo momento da Fini, quello di Vicepremier. Ogni sua risposta o dichiarazione assume oggi un significato più ampio, coinvolgendo di fatto il governo e quindi lo Stato stesso. Quando afferma: "In quanto italiano devo accettare la responsabilità. Lo devo fare a nome degli italiani" (corsivo mio) egli parla evidentemente come rappresentante delle Istituzioni. In maniera indiretta, ma con il carattere quasi ufficiale che le interviste hanno ormai assunto, lo Stato fa dunque ammenda di fronte alla Comunità ebraica italiana. È un passaggio importante, nella misura in cui viene riconosciuta una responsabilità istituzionale (e non solo ideologica, non solo di una parte) nella persecuzione antiebraica e questa è in qualche modo fatta propria dalle istituzioni attuali.
2. Quanto alla legittimità di questa sua presa di posizione in nome di una collettività nazionale, è lecito metterla in discussione, ma questo vale allora per ogni altra affermazione e ogni altro atto politico: è la rappresentatività reale e globale di Fini, del suo partito e dellintero governo di centrodestra (Berlusconi e Forza Italia in testa) a suscitare profonde perplessità e sconsolate considerazioni. Ma finché saranno in carica, questo esecutivo e il suo vicepresidente continueranno ad avere il diritto-dovere di rappresentare le istituzioni, e saranno tenuti a farlo con stabilità, non a singhiozzo o in modo selettivo. Occorrerà poi giudicare con severo rigore se lazione di rappresentanza sarà stata condotta dal governo con equità ed equilibrio oppure in modo arbitrario e arrogante. Mi pare in ogni caso ingiusto e anche controproducente porre una censura preventiva a ogni intervento "governativo" di AN su un tema così delicato, sostenere a priori che Fini non può parlare a nome degli italiani quando il suo stesso ruolo attuale glielo impone: ascoltiamo cosa ha da dire e giudichiamo. Avremmo forse preferito che ignorasse largomento? O che rispondesse alle incalzanti domande del giornalista israeliano in modo genericamente assolutorio, sminuendo la portata del razzismo e dellantisemitismo durante il ventennio?
3. È vero, solo chi si è opposto con forza alle nefandezze dei totalitarismi può a pieno titolo assumere simbolicamente su di sé sia il peso delloffesa da essi arrecata sia quello delle sofferenze subite da tanti e chiedere con ciò, in simpatia con le vittime e a testimonianza del male compiuto da altri, perdono a un intero popolo a nome di un intero popolo: solo un Willy Brandt poteva inginocchiarsi davanti alla memoria del ghetto di Varsavia e fare di quel gesto un emblema del pentimento e della compartecipazione nazionali, o addirittura europee. Nel suo piccolo, anche Massimo DAlema con le sue dichiarazioni da premier di qualche anno fa interpretava questo ruolo di oppositore memore e consapevole, volto ad assumere una responsabilità collettiva di fronte a una vergogna nazionale. Ma, daltra parte, non è il responsabile o il corresponsabile o lerede dei responsabili il primo a dover fare marcia indietro, a dover ammettere le sue colpe o almeno le sue complicità o i suoi errori ideologici? E non è questo che da anni si chiede da più parti agli uomini e allidentità di AN? E se il suo Presidente mostra di volerlo fare nel suo attuale ruolo istituzionale di vicepremier, ciò non dovrebbe togliere bensì aggiungere forza e impegno alle sue intenzioni. Quella della non liceità della prospettiva nazionale invocata da Fini mi pare in sostanza una questione formale: dal punto di vista morale, cè chi ha più titoli a chiedere perdono anche per gli altri e chi ne ha meno; ma chi ne ha meno ha più bisogno di farlo per sé e per il suo passato (o per quello dei suoi), e il porsi in unottica collettiva può aiutarlo ad acquisire letica della responsabilità. Ciò che conta, mi pare, è piuttosto il modo in cui questo pentimento avviene, il suo contenuto e la sua ampiezza (il detto e il non detto), le sue prospettive, le sue finalità dichiarate e reali. Su questo cè molto da discutere e da dubitare allinterno dellintervista di Fini, come vedremo tra poco.
4. Ma prima di individuare i limiti e le ambiguità della posizione sua e di AN, mi pare che occorra mettere in rilievo un altro punto significativo dellintervista: il richiamo alla responsabilità degli italiani. "Devo accettare la responsabilità. Lo devo fare a nome degli italiani, i quali portano la responsabilità per ciò che accadde dopo il 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali. Hanno una responsabilità storica, una responsabilità che è inscritta nella storia, e quindi sono tenuti a pronunciare dichiarazioni, a chiedere perdono. Sto parlando di una responsabilità nazionale, non personale". Non è unaffermazione da poco, per quanto appaia generica e indifferenziata. Lapplicazione delle leggi razziali fu un fatto di massa, basato su una collaborazione diffusa, espressione anche in questo di un regime totalitario capace di mobilitare atteggiamenti e comportamenti collettivi: fu insomma una questione nazionale, non la follia delirante di unélite. Non appare quindi fuori luogo il riferimento di Fini agli italiani, poiché tutta la popolazione italiana fu allora complessivamente coinvolta nella discriminazione e nellemarginazione della minoranza ebraica.
5. E rispetto a questa responsabilità collettiva non mi pare sbagliato, né dal punto di vista storico né dal punto di vista etico né dal punto di vista politico, che proprio in considerazione dei valori antifascisti che gli dovrebbero appartenere lo Stato di oggi faccia ammenda a nome del suo antecedente: è una presa di coscienza, un coinvolgimento partecipe rispetto a una responsabilità istituzionale che pare invertire la tendenza sin qui preponderante a celare, a sminuire il ruolo dello Stato e della sua macchina burocratica nella tragedia degli ebrei italiani. Alla luce degli studi storici più aggiornati, sappiamo che non basta dire: "la colpa fu del fascismo e delle sue gerarchie dominanti". La responsabilità fu dellintero Stato fascistizzato.
6. Il contenuto di questo riesame del fascismo e dellantisemitismo tentato da Fini nellintervista appare però assai povero e superficiale, rimanendo a un livello di vaghezza che si rivela probabilmente utile a scopi politici ma non aiuta a fare chiarezza una volta per tutte, e non denota dunque in AN quella vera e propria svolta che sembrava promettere. Il vicepremier parla senza problemi e senza apparenti ambiguità del fascismo, qualificandolo correttamente come totalitarismo e indicandone apertamente il carattere antidemocratico; ma non analizza i processi che lo hanno prodotto e alimentato, il lavorio intenso della macchina fascista dello Stato che con lopera assidua dei suoi uomini lo ha fatto funzionare per ventanni alla costruzione del regime e alla distruzione di ogni libertà. Sulle leggi razziali, in particolare, non chiama direttamente in causa i vertici del fascismo che da Mussolini in giù le hanno volute e preparate, né lorganigramma politico e amministrativo-burocratico che le ha con tanta dovizia applicate. Finisce così per sommergere (e quindi nascondere) il colpevole primario nel mare magnum dellimpersonale regime, con la sua vischiosa burocrazia, e nel refugium peccatorum dellimplicazione collettiva, con la condivisione complice e utilitaristica delle scelte compiute dai capi. Il coinvolgimento nazionale che Fini attua in proposito e che costituisce come detto un positivo elemento nuovo capace di chiamare indirettamente in causa la massa della popolazione, rischia allora di vanificarsi in assenza di un preciso riferimento ai responsabili, finendo addirittura per apparire unabile mossa volta a sgravare di un peso la sua parte politica e a liberare lidentità di AN attraverso la condivisione da uno scomodo e sgradevole vizio dorigine. Nonostante le sollecitazioni del giornalista israeliano, inoltre, il Presidente di AN tace abilmente sui misfatti della Repubblica Sociale Italiana, sulla barbarie sanguinosa della caccia allebreo e degli eccidi di migliaia di civili che videro i repubblichini affiancare e talvolta superare in atrocità gli stessi nazisti. Su tutto, nelle sue parole, domina il giudizio della storia che, calando inesorabile dallalto, condanna senza appello quegli anni e tutto quello che li ha contraddistinti, fascismo incluso beninteso. Fini è un politico e fa il suo mestiere, daccordo; è forse eccessivo ed improprio pretendere che un leader politico indossi i panni dello storico e dia autentico spessore critico ai suoi giudizi. Ma almeno una riflessione aperta e circostanziata sulla verità dei fatti sarebbe stata possibile, certo auspicabile. Invece ogni analisi è da lui annacquata e affogata in un indistinto storicismo, in cui lente storia legato a un suo percorso predeterminato emette impersonali sentenze di colpevolezza generica, sentenze ormai passate in giudicato e non più specificabili. In soldoni, è come se Fini dicesse: "Certo, cè questa nostra responsabilità che comunque abbiamo già ammesso a Fiuggi e oltre; ma è roba vecchia e già processata dalla storia; chiediamo ancora scusa e mettiamoci una pietra sopra!". Già, ma per metterci una pietra sopra occorre prima ripercorrere, riesaminare, scandagliare, ammettere, spiegare, condannare, chiamarsi in causa, prendere le distanze e farlo con coraggio e chiarezza.
7. In questo settore centrale, insomma, Fini si destreggia come un abile pilota su un percorso difficile: grande disponibilità e apertura, sicura dialettica, innegabile sensibilità storica rispetto alle tragedie del Novecento (e in particolare rispetto a quelle provocate dai fascismi); ma al di là di ciò superficialità e ambiguità, probabilmente volute, anche circa la sua personale identità. Quale parte interpreta sulle pagine di Ha-aretz? Sino a che punto parla come rappresentante del governo e sino a che punto si esprime come leader di AN? Chiede scusa a nome dello Stato o dei nipotini di Salò? La duplicità delle funzioni, ripeto, mi sembra perfettamente lecita in sé, soprattutto quando è imposta dalle situazioni politico-istituzionali. Fini avrebbe però dovuto distinguere più chiaramente le dichiarazioni del vicepremier da quelle del leader di partito. I due ruoli invece, entrambi legittimi e importanti, tendono qui a confondersi, e ciò non pare del tutto accettabile, per quanto sia molto vantaggioso dal punto di vista politico. Finisce comunque per favorire il generico storicismo di cui sopra.
8. E finisce anche per indebolire le capacità di analisi sullItalia di oggi, fuori e dentro il suo partito. Come può il nostro vicepremier affermare che "in Italia non cè razzismo" quando tanti episodi, talvolta drammatici e tragici, dimostrano il contrario? E dovè tutta la diversità da lui notata fra razzismo e xenofobia? Non sa che vi sono state e vi sono tuttora diverse tipologie di razzismo? E non coglie come una xenofobia diffusa e talvolta capillare possa degenerare in un rifiuto etnico che è già di fatto una forma di razzismo? E come può poi essere sicuro che AN non abbia frange antisemite e razziste al suo interno e che neanche tra gli iscritti al MSI ci sia mai stato un antisemita (!) ?
9. A smentire tali convinzioni e a far dubitare del carattere pienamente democratico di AN basta latteggiamento palesemente nostalgico di settori non sempre marginali del partito ora al potere, che si concretizza in riabilitazioni di personaggi del regime ai quali vengono intitolate vie e altre strutture urbane, in cerimonie dedicate a Salò e ai suoi "martiri", in una vergognosa campagna contro molti manuali di storia delle scuole superiori (cioè contro la libertà di analisi critica e di insegnamento). Su questi fatti reali significativamente in aumento da quando il centrodestra è al governo e controlla diverse amministrazioni locali Fini "glissa" con eleganza e passa oltre, per non guastare limmagine pulita moderna e progressista di AN, della destra italiana, dellesecutivo, del Paese intero sotto la gestione della Casa delle Libertà. Nel contesto di unintervista "promozionale" ciò può anche essere comprensibile, anche se avrebbe fatto piacere una netta sconfessione. Ma se non sulle pagine di un giornale israeliano, almeno tra le mura di casa sua allinterno del suo partito saprà il Presidente fare davvero "pulizia" delle tendenze filofasciste e autoritarie? Altrimenti a cosa valgono le scuse di cui vuole farsi sincero portatore a livello nazionale?
10. In sostanza, come definire nel suo assieme lintervento di Fini? Unintervista "promozionale", appunto. Un tentativo articolato e a suo modo accattivante di conquistare lopinione pubblica israeliana (e, di riflesso, quella ebraica italiana). Un tentativo anche un po ambiguo, per la verità, ricco come visto di detto e di non detto. Ambiguo è anche chiedere scusa al mondo ebraico italiano attraverso i lettori israeliani, scambiando volutamente un ebraismo con laltro. Nonostante gli elogi di Fiamma Nirenstein su La Stampa (elogi che sono unevidente e gratuita polemica contro il carattere "di sinistra" e saldamente "antifascista" di parte consistente dellebraismo italiano), mi pare che questo scavalcamento sia stato irriguardoso e poco consapevole di quale sia il reale interlocutore degli eredi "pentiti" del fascismo italiano. Irrispettoso ma funzionale allintento di promozione perseguito da Fini,desideroso di trovare uno"specchio" politico, una sintonia di valori e prospettive con Israele e in particolare con la destra di Sharon che guida il governo di coalizione. Così si spiega linsistenza sulla condanna (certo pienamente condivisibile) del terrorismo palestinese, il giudizio negativo (condivisibile anchesso) sulla figura di Arafat e sul ruolo da lui giocato nella seconda Intifada. Così si spiega il tentativo di rivalutare, rispetto al quadro che giunge dai mass media occidentali e specialmente italiani, limmagine della società e della democrazia israeliane: un riconoscimento intelligente che denota autonomia di giudizio rispetto agli stereotipi negativi che spesso accompagnano i servizi da Israele. Senonché Fini non distingue, non nota i drammatici strappi, le stridenti dissonanze che caratterizzano Israele nel bene e nel male: "Israele è lunica democrazia in Medio Oriente, mentre i regimi delle nazioni arabe sono diversi da quelli che troviamo nellOccidente democratico". È verissimo, ma è un po poco. E soprattutto si tratta, inequivocabilmente, di captatio benevolentiae. Come captatio è linsistente europeismo di Fini, teso ad avvicinare Israele stesso allEuropa, indicata come un nuovo punto di riferimento e di forza a cui lo Stato ebraico può guardare per uscire dal tunnel. Operazione di immagine, dunque? Certo e in gran parte, in vista di una futura visita ufficiale in Israele e non solo. Anche unapertura significativa, però; e alcune affermazioni importanti non adeguatamente sviluppate. Resta comunque lamarezza di fondo per il ricorso prevalentemente strumentale (ancorché sincero nelle intenzioni di partenza) alla storia e alla memoria. Non è il caso di essere schizzinosi o puristi: storia e memoria sono di per sé una scelta politica. Il momento critico interviene quando dalla valutazione politica si passa allo sfruttamento partitico e gli eventi storici col loro carico di ingiustizie, violenze, oppressioni perdono la loro specificità e il loro carattere di punti di riferimento per divenire mezzo di espansione, di influenza a livello individuale, di partito, di governo.
David Sorani