Israele

Il linguaggio comune. Rav Sacks al Guardian

di Giulio Tedeschi

 

Scrive Ehud Gol, ambasciatore israeliano a Roma, su La Stampa dell’11 settembre 2002, che Agli occhi degli Europei un attentatore suicida è – nel migliore dei casi – un criminale che dovrebbe essere processato e dovrebbe godere di tutte le garanzie e i diritti previsti dall’ordinamento giuridico israeliano.

Ora tutti noi, anche in Italia, abbiamo vissuto momenti, meno gravi, in cui si discuteva al mercato e sul tram, ma anche in Parlamento, se una situazione di emergenza potesse in certi momenti attenuare l’efficacia di certi diritti. E l’impulsività e il particolarismo che abbiamo tollerato nei singoli, mai abbiamo sopportato in un rappresentante ufficiale dello Stato. Perché un uomo dello Stato deve capire che proprio dal mantenere la tensione sulla certezza del diritto, e da quanto pochi compromessi si finisce coll’accettare che si misura la forza e la democrazia di uno Stato. Così forse è a frasi un po’ sprezzanti di questo genere buttate lì senza una esitazione o un dubbio che pensa Jonathan Sacks, Rabbino Capo di Gran Bretagna, nella sua intervista al Guardian del 27 agosto, quando afferma: Non si può ignorare un comando ripetuto trentasei volte nei libri di Mosè: siete stati esiliati per poter provare come ci si sente ad essere un esiliato. Per me questa è una idea centrale per uno Stato che si voglia veramente basare su principî ebraici. Perciò considero la situazione attuale veramente tragica, perché sta forzando Israele ad atteggiamenti che – nel lungo periodo – sono incompatibili con i nostri ideali più profondi. E più avanti: Ci sono cose che accadono quotidianamente e che mi fanno sentire profondamente a disagio in quanto Ebreo; e  ancora: Senza dubbio questo tipo di conflitto prolungato, insieme con l’assenza di speranze, genera odio e insensibilità che, alla lunga, corrompono una cultura.

Beh, noi lo diciamo da molto tempo, anche se, certo, detto dal Rabbino Capo di tutti gli Ebrei di Gran Bretagna fa un altro effetto. Non lo diciamo agli Israeliani. Ci ammoniscono i Pirké Avoth: Non tentare di placare il tuo compagno nell’ora della sua ira, non cercare di confortarlo mentre il suo morto è steso ancora davanti a lui. Non lo diciamo quindi a Ehud Gol, le cui parole cerchiamo in silenzio di capire con doveroso rispetto. Però certo è difficile dirlo anche agli altri Ebrei. Ci si scontra con litanie: Israele unico stato democratico del Medio Oriente, la stampa e la TV tutte solo e sempre filopalestinesi, l’ostilità ad Israele non è che la nuova faccia dell’antisemitismo. Un po’ vere, un po’ false, un po’ boomerang. Ma appunto litanie. Frasi fatte e chiuse, in difesa, che bloccano il dialogo. E che bloccano l’affermarsi all’esterno di una immagine dell’ebraismo come variegato, contrastato e non monolitico. Non si tratta della trita distinzione tra Ebrei buoni ed Ebrei cattivi. Si tratta di vedere se tutti gli Ebrei, ognuno con il condizionamento della propria esperienza di vita e del luogo in cui risiede, riescono a produrre una immagine esterna globale di buoni. Perché è poi questo che la Torah ci indica come fine del nostro essere Ebrei e dell’osservanza delle mitswoth.

Tutto questo crea antisemitismo. Non nel senso che più gente lancia bombe nelle sinagoghe. Il problema è il consenso. Il problema è che ad ogni bomba nelle sinagoghe si dovrebbe levare alto e unanime il coro dei quasi tutti che riconoscono l’ovvia bontà dell’ebraismo e di quasi tutti gli Ebrei. Ma dice ancora l’Ambasciatore Gol: (...) Ecco perché continuiamo a sentire i leader d’Europa dire che "la libertà di movimento per i palestinesi non deve subire restrizioni a causa delle preoccupazioni di sicurezza di Israele". Un altro grosso tema che tutti noi abbiamo incontrato, un altra grossa misura della morale e della forza di uno Stato. Ma se invece l’Ambasciatore non ha tentennamenti, e la maggioranza degli Ebrei non insorge, come fa il coro a levarsi alto e unanime, come si può trovare una risposta immediata ed elementare che isoli subito chi la bomba l’ha lanciata? Come si può convincere di essere preda di un infame pre-giudizio chi si sente invece – e con qualche frammento di ragione – attore folle, ma di un post-giudizio ?

L’intervista sul Guardian continua. Spiega rav Sacks che non si riferisce qui a valori laici di tolleranza e pluralismo, ma che vuole ricercare proprio nei fondamenti religiosi di Ebraismo, Islam e Cristianesimo le ragioni teoretiche del loro possibile e fruttuoso dialogo. Racconta un incontro con l’Ayatollah iraniano Abdullah Javadi Amoli: In pochi minuti abbiamo stabilito un linguaggio comune, perché entrambi prendiamo alcune cose molto sul serio. Prendiamo sul serio la fede, prendiamo sul serio i testi. È un linguaggio particolare che i credenti condividono. Un linguaggio, dice Sacks, che molti Musulmani sentono che non è capito in occidente. Incontrerebbe anche, per esempio, Abu Hamza, lo sceicco di Finsbury Park, un simpatizzante dei Talebani che ammette di condividere le vedute di Osama bin Laden ? Sì.

Nei giorni un po’ agitati dopo l’undici settembre l’imam torinese Bouricki Buchtà proclamò a voce ferma che Osama bin Laden non era solo un criminale ordinario. Ma anche un criminale islamico, perché un buon mussulmano non può assolutamente fare queste cose. Ma la stampa tradusse: non è stato lui perché è un buon Mussulmano. Ci cascò anche il Sindaco di Torino che prese le distanze. Pochi giorni dopo a Bouricki Buchtà devastarono la casa.

Per anni abbiamo visto gli ambienti rabbinici fornire ampie basi alachiche alla teoria dell’espansione territoriale. Abbiamo visto gli insediamenti in Cisgiordania abitati da giovani di Milwakee e Cincinnati dalla teshuvah allegra e dal grilletto facile. E abbiamo giurato che solo dalla condivisione di un freddo rigore laico potessero venire la soluzione e la pace. Ma chi è più laico al mondo di Sharon e Arafat? Totalmente laici sono i temi e le rivendicazioni di Oslo e di Camp David. E del tutto laicamente sono incazzati il giovane medio di Haifa e di Chevron. Però la soluzione non arriva.

Rav Sacks ritorna allora ad offrirci la collaborazione del linguaggio della alachah. Per provare a sedersi e discutere non laicamente con persone forse molto sgradevoli. Fino ad alzarsi ed andare l’uno a convincere il giovane incazzato di Chevron che non è islamico andare a far saltare in aria un giovane di Haifa. E l’altro, si spera, a convincere il giovane incazzato di Haifa che non è alachico andare ad abitare a Chevron.

Giulio Tedeschi