Israele

Una bomba a orologeria

di Anna Segre

 

Il Jerusalem Report del 26 agosto 2002 dedica un ampio servizio ai russi non alakhicamente ebrei immigrati in Israele grazie alla Legge del Ritorno (che, ricordiamo, garantisce la cittadinanza per sé e per il proprio nucleo famigliare a chiunque abbia un nonno ebreo). Molti di questi sono stati spinti all’alià unicamente da considerazioni economiche, e non da un particolare interesse per l’identità ebraica dello stato; questa, anzi, è percepita da qualcuno come un’imposizione, al punto che è nato persino un movimento nazionalista russo (per ora di dimensioni limitate, un centinaio di membri), l’Unione Slava; "Noi siamo leali cittadini di Israele, combattiamo nell’esercito e paghiamo le tasse. Ma non vogliamo avere niente a che fare con la cultura ebraica" dichiara il fondatore, Alexei Korobov, che in Russia era un seguace della destra nazionalista di Zhirinovsky, e poi di Lebed. Tra le loro richieste: matrimonio e divorzio civili, la possibilità di usare il russo come lingua primaria nelle scuole statali, studio obbligatorio per tutti della storia russa.

Si registrano anche episodi di antisemitismo attribuiti a skinheads russi: svastiche, saluti nazisti, ed anche un attacco a una "Bet Taharah" (dove si preparano i corpi per la sepoltura).

C’è chi propone di restringere la Legge del Ritorno a chi è alakhicamente ebreo, o almeno abbia un genitore ebreo, ma questo non risolverebbe completamente il problema: nulla può indurre a pensare che le opinioni di Korobov sarebbero diverse se avesse avuto la nonna materna ebrea anziché il nonno, e infatti i nazionalisti russi dichiarano di avere seguaci anche tra gli immigrati alakhicamente ebrei. Molti auspicano una maggiore separazione tra stato e religione, come avviene, o dovrebbe avvenire, nelle democrazie occidentali; si rientra così nella più vasta tematica del rapporto tra identità ebraica e israeliana, già trattato nei numeri precedenti di Ha Keillah per quanto riguarda gli arabi e su cui non è il caso di ritornare in queste brevi note. Rispetto agli arabi israeliani, o agli immigrati di varia provenienza, la situazione degli immigrati dall’ex Unione Sovietica appare comunque singolarmente paradossale perché la loro presenza in Israele è dovuta ad una legge nata appositamente per riunire gli ebrei della diaspora in uno stato ebraico.

C’è poi un altro aspetto della questione che mi sembra particolarmente inquietante e su cui vorrei richiamare l’attenzione dei lettori: la quasi completa impossibilità di convertirsi all’ebraismo anche per coloro che lo desiderano. Secondo le stime riportate dal Jerusalem Report i non ebrei provenienti dall’ex URSS in Israele sarebbero circa duecentosettantamila, di cui circa cinquanta-settantamila cristiani o musulmani praticanti, centomila indifferenti e gli altri centomila interessati a essere identificati come ebrei, e quindi disponibili ad intraprendere il processo di conversione; questo tuttavia è divenuto negli ultimi anni estremamente difficoltoso, perché il Rabbinato Centrale, dominato dagli ultra-ortodossi, adotta criteri molto più rigidi di un tempo, quando aveva a capo rabbini sionisti. Dunque, in Israele ci sono oggi circa centomila israeliani che si sentono ebrei e vorrebbero essere considerati tali, ma per lo stato sono e resteranno russi, e così sono classificati sui documenti. Appare davvero triste e paradossale la condizione di coloro che magari nel loro paese di origine erano considerati ebrei (identificazione non sempre indolore), si sentono ebrei, parlano l’ebraico, studiano il Tanakh a scuola e festeggiano le ricorrenze ebraiche, ma per lo stato di Israele non sono ebrei. Questi cittadini contribuiscono alla vita quotidiana del paese e partecipano della sua cultura, fanno il servizio militare, sono soggetti agli attentati come tutti gli altri, ma non sono trattati come gli altri: pensiamo per esempio a un soldato che non può essere seppellito accanto ai suoi commilitoni o a una studentessa che non può sposare un suo compagno di corso se non andando all’estero, e i cui figli non saranno mai ebrei (quindi il problema è destinato a crescere in modo esponenziale con la prossima generazione).

Molti, anche tra gli ortodossi, invocano un’interpretazione meno rigida dell’alakhà per quanto riguarda le conversioni; per esempio Zvi Zohar di Bar Ilan, autore di uno studio sull’argomento, sostiene che gli attuali criteri restrittivi non sono in linea con la tradizione ortodossa. Naturalmente le conversioni di massa non risolverebbero i problemi di identità dei nazionalisti russi, ma il loro caso diventerebbe analogo a quello degli arabi israeliani e delle altre minoranze, che si sentono estranee alla cultura ebraica per scelta e non per imposizione. Invece il Rabbinato parrebbe orientato in direzione opposta: il capo del tribunale rabbinico di Haifa, Rabbi Gedalia Axelrod, avrebbe addirittura proposto di permettere ai tribunali rabbinici di revocare lo status di ebreo ai convertiti che cessano di osservare le mitzvot.

Personalmente ho sempre trovato paradossale che per entrare a far parte di una collettività una persona debba impegnarsi ad assumere comportamenti propri non di quella collettività, o almeno di buona parte di essa, ma di un’esigua minoranza; mi rendo conto, comunque, che è possibile trovare argomenti ragionevoli (anche se discutibili) in difesa di questo paradosso: l’alakhà, la storia, il tasso di assimilazione, ecc. Il dibattito su questi temi pervade da anni le nostre comunità, e continuerà a pervaderle in futuro. Ma per quanto riguarda Israele il problema diventa mille volte più grave ed urgente: la definizione di bomba a orologeria data da Zvi Zohar non pare certo un’esagerazione.

Anna Segre