Israele

Tra melting pot ebraico e società multietnica

di Reuvèn Ravenna

 

"Assimilazione", "matrimoni misti", "demografia", "minoranze": temi trattati da sempre nella diaspora, eccoli ribaltati nel contesto israeliano.

Il convegno dedicato all’Assimilazione israeliana; l’assorbimento dei non-ebrei nella società israeliana e la sua influenza sull’identità collettiva (Università Bar-Ilan, 12-13 giugno/2-3 tamuz) ha messo a fuoco la problematica del mosaico etnico-comunitario dell’entità politica del popolo ebraico. Il "Centro Rapaport di ricerca sull’assimilazione e sul rafforzamento dell’ebraismo positivo" ha promosso l’incontro dedicato ai problemi della demografia ebraica e ai problemi dei gruppi non-ebraici, oltre al milione e duecentomila arabi, drusi e circassi, che vivono e lavorano al di qua della linea verde.

Si tratta della componente non ebraica dell’alyà dall’ex-Unione Sovietica e dei lavoratori stranieri, che in termini europei chiamiamo extra-comunitari.

Il Prof. Sergio Della Pergola ci ha aggiornato sullo stato globale della demografia ebraica mondiale: il popolo ebraico consta attualmente di 13 milioni e duecentomila individui circa, di cui cinque milioni e mezzo vivono negli Stati Uniti e cinque milioni nello Stato d’Israele. Attualmente la maggioranza ebraica nello stato ebraico è dell’82% e si prevede un calo consistente nei prossimi decenni, con le conseguenze politiche, sociali e culturali che già vediamo acutizzarsi nel nostro presente.

Il dott. Asher Cohen, della facoltà di scienze politiche della B.I., mette in guardia, da tempo, sui pericoli che minacciano la società israeliana, non solo per il continuo aumento delle minoranze "tradizionali". Egli indica nei due gruppi sopra indicati alcuni tra i problemi più scottanti per il nostro futuro. Nell’ambito degli ‘olìm dalla Federazione russa e dagli stati ex-sovietici (un milione all’incirca in un decennio), duecentosettantamila hanno beneficiato della clausola della "legge del ritorno" che estende ai congiunti di terzo grado degli ebrei secondo l’Halachà lo status di olè. Le coppie miste sono attualmente 120.000. Non è un segreto che la maggior parte degli ‘olìm negli ultimi tempi è costituita da congiunti non-ebrei (secondo l’halachà), attratti, per lo più, da miraggi di benefici economici, e, raramente, da spinte ideologiche o idealistiche.

Nel contesto di settantacinque anni di regime sovietico, il parametro di identità è stato la "nazionalità", non la "religione". Gli ebrei costituirono un’etnia sparsa (il Birobijan è stata una eccezione, fallita) e la dichiarazione d’appartenenza è stata lasciata alla discrezione dei singoli.

Così migliaia di olìm ex-sovietici, non ebrei secondo l’halachà (figli di madre ebrea o convertiti in un ghiùr ortodosso) si sono inserite nei settori più rilevanti del Paese, segnalandosi in particolar modo nel servizio militare. I media hanno riportato, con rilievo, le tragedie del seppellimento di caduti nell’attuale Intifada in campi separati, in quanto risultati non-ebrei nel succitato contesto. Una sessione del convegno ha trattato esaurientemente la problematica del ghiùr. Salvo il Rav Aksalrod, Av beith-din di Haifa, la maggior parte degli interventi ha auspicato soluzioni radicali per uno stato di cose che trascende i casi individuali e assume i connotati di un fatto collettivo. Alcuni hanno chiesto una revisione della "Legge del ritorno" che restringa i diritti ai congiunti di primo e secondo grado.

Il Rav Ben Nun, Capo della Yeshivà del Kibbuz hadatì, lamentando lo scarso numero delle conversioni negli ultimi anni, considera l’esercito l’istituzione più adatta per l’assorbimento anche spirituale degli olìm non ebrei.

Il prof. Beniamìn Ish-Shalom, presidente dell’istituto di studi ebraici, che coordina centinaia di ulpanei ghiùr comuni alle tre correnti religiose, preparando alla conversione ortodossa, ha riferito sulla attività della sua istituzione, nata, tra contrasti non indifferenti, dalle conclusioni della Commissione Neeman, creata per affrontare lo spinoso problema.

Il dott. Beilin ha sostenuto la tesi del ghiùr laico, quale esame d’accesso per le migliaia di aderenti al popolo ebraico, senza riconoscersi in nessuno dei movimenti "religiosi", dall’ortodossia più rigorosa all’ebraismo liberale e riformato.

Il ministro degli interni Eli Ishay (Shas) ha suscitato non poche polemiche segnalando il "pericolo" di centinaia di soldati che hanno richiesto di giurare fedeltà allo Stato sul "nuovo testamento", mettendone in dubbio la lealtà.

In Europa la guerra contro l’immigrazione extra-comunitaria è, senza dubbio, la causa più rilevante della crescita dei movimenti e dei partiti della estrema destra. In Israele il dibattito tra sinistra e destra verte sulle visioni differenti circa il conflitto ebraico-palestinese e le sue soluzioni, quasi neutralizzando l’interesse per i problemi sociali.

Sebbene la presenza degli "immigrati per lavoro", di cui la metà senza un regolare permesso di soggiorno, sia sempre più dominante in settori importanti quali l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza agli anziani e agli invalidi, il pubblico non ha ancora recepito la sua influenza sulla nostra vita. Le statistiche sono incerte. Si parla di duecentoottantamila immigrati, di cui centomila-centoventimila nella sola Tel Aviv. Edna Etner, direttrice dell’organizzazione municipale che assiste gli immigrati nella città, ci ha illustrato con dovizia di dati il mondo di queste minoranze, per lo più di origine africana, asiatica e est-europea, con una crescente percentuale di nati in Israele. L’opinione pubblica afferra il bastone "alle estremità". Da un canto, nonostante i disoccupati ebrei, si cercano lavoratori stranieri per salvare interi settori produttivi, dall’altro certi politici, indicando i pericoli di una nuova minoranza, richiedono senza eccessivo successo misure restrittive alle frontiere, la limitazione delle autorizzazioni e l’espulsione dei clandestini. Questa contraddizione è più che una prova dello sbandamento sociale israeliano, anche se lo giustifichiamo con un trend in atto nel mondo sviluppato di cui facciamo parte. Nel frattempo il mosaico plurietnico si allarga e si complica, come possiamo verificare in determinati quartieri telavivesi, che ricordano più Harlem che non la "città bianca" dei primordi sionistici...

Le ore che abbiamo trascorso nel Convegno ci hanno confermato ancora una volta come i grandi problemi della condizione israeliana non si possono accantonare, a dispetto dei notiziari che ci informano su nuovi attentati o paventate azioni terroristiche. La nostra forza sta nella capacità di "andare avanti", a dispetto e nonostante l’angoscia di uno stato di cose di cui non si scorge l’attenuazione.

Reuvèn Ravenna