Israele
Israele e il terrorismo suicida
di Giorgio Gomel
1. Nonostante il ricorso massiccio di Israele alla forza repressiva delle armi, gli "assassinii mirati" di mandanti, sospetti o complici di atti terroristici, la brutalità delloccupazione, dei blocchi e del coprifuoco imposto a città e villaggi palestinesi, il potere devastante del terrorismo suicida sembra invincibile. Le stragi di civili israeliani, come metodo deliberato di azione politica, non solo mietono vittime (oltre 350 dallo scoppio dellintifada) e segnano per la vita, costringendo a unesistenza di sofferenze, molti di coloro che sopravvivono, spesso in condizioni di permanente disabilità. Non solo. Esse impediscono la normalità del vivere civile di una nazione intera; alimentano un senso angoscioso di insicurezza psicologica; rinnovano la condizione "ebraica" di sradicamento e di solitudine; vanificano la percezione, così intima e fondativa nel sionismo, di un Israele luogo di rifugio sicuro dalle persecuzioni e di riscatto di una nazione finalmente "normale" (1)
2. La diagnosi del terrorismo suicida come fenomeno politico-sociale è complessa, ma è un compito essenziale per cercare non solo di annientarlo politicamente e militarmente, ma di comprendere ed estirpare le sue radici nella società arabo-palestinese odierna.
Esso non ha precedenti, tranne che nella guerriglia scatenata per anni dalla minoranza Tamil in Sri Lanka. Rappresenta un crimine contro lumanità, come documenta un recente rapporto di Amnesty International. Contiene in sé gli elementi distintivi del terrorismo per il metodo di azione lomicidio di civili al fine di incutere terrore e il contesto quello di un conflitto fra popoli in cui altre forme di lotta sono possibili, dallazione non-violenta alla resistenza anche armata contro lesercito occupante (2). Sconvolge per le sue dimensioni: 29 episodi dal 1993 al settembre 2000; 130 da quella data ad oggi, con un intensificarsi impressionante nellanno e mezzo del governo di Ariel Sharon.
3. I suoi moventi sono diversi, ma è dalla loro confluenza che nasce quellhumus di fanatismo e di predicazione della violenza che alimenta il "volontariato" aberrante degli uomini-bomba.
Vi è lodio ossessivo degli ebrei, nutrito da un sistema educativo e di comunicazione nefasto che lANP e il mondo arabo hanno sostenuto o tollerato. Vi è lideologia islamico-fondamentalista che glorifica lomicidio di ebrei come atto di "martirio", viatico di futura felicità ultraterrena. Vi è la volontà illusoria nei risultati, ma figlia di una strategia politica precisa di piegare Israele con lazione terroristica, imitando i successi degli Hezbollah in Libano, riscattando limpotenza delle generazioni più vecchie incapaci di liberare la Palestina dalloccupante israeliano, impartendo con la propria morte un colpo letale a Israele, nemico irriducibile. Vi è lanelito alla vendetta personale di giovani spesso legati da parentela con persone uccise dallesercito israeliano nella quasi guerra in corso da due anni, come rivelano la loro biografia o le confessioni dopo attentati falliti.
Vi è, infine, un substrato di disperazione di un intero popolo, soggetto alle vessazioni quotidiane e umilianti delloccupazione, segregato dal coprifuoco, impoverito dal protrarsi dello stato di guerra, dalla devastazione delleconomia e delle infrastrutture civili nei territori.
4. Dal 21 giugno scorso circa 700.000 palestinesi residenti in città e villaggi occupati vivono in condizioni subumane, privati della facoltà di svolgere le attività quotidiane, dal lavoro alla scuola alla salute allacquisto di beni di prima necessità. Città e villaggi si sono tramutati in campi di prigionia le "colonie penali" di Israele, secondo lespressione di N. Barnea, commentatore di Yedioth Aharonoth. Secondo lUfficio statistico dellANP due terzi delle famiglie palestinesi vivono al di sotto della soglia di povertà (stimata in 340 dollari al mese). Il 50% degli occupati ha visto il proprio reddito dimezzarsi dallinizio dellintifada; il tasso di disoccupazione supera il 50% (3). Circa 30.000 bambini palestinesi sotto i 14 anni di età, abbandonata la scuola, vivono per le strade dei territori o persino nelle zone arabe di Israele, cercando qualche lavoro saltuario che li sostenti.
Secondo un rapporto della Agency for International Development statunitense, il 21,5 % dei bambini palestinesi al sotto dei 5 anni di età soffre di denutrizione acuta valori prossimi a quelli di nazioni come il Chad o la Nigeria
5. I sondaggi dopinione suggeriscono che vi è un consenso popolare intorno alle azioni dei terroristi suicidi, perché queste sono percepite come forme di resistenza alla violenza delloccupante. Il documento promosso da S. Nusseibeh, H. Seniora, H. Ashrawi, S. Tamari e altre figure di spicco del mondo politico-intellettuale palestinese e sottoscritto da oltre 2000 firmatari dimostra però che vi sono fra i palestinesi opinioni opposte: si condanna la follia massimalista di queste azioni che acuiscono lodio fra le due comunità e rischiano di portare al suicidio collettivo della nazione palestinese, identificata con i terroristi ed esposta alla repressione di Israele. Si può ritenere che il consenso al terrore suicida si sfalderebbe qualora vi fosse uno spiraglio di trattativa fra le parti, qualora il governo di Israele desse espressione politica a quella maggioranza senza voce dellopinione pubblica israeliana che, nonostante lo smarrimento e langoscia, si dice disponibile nei sondaggi alla ripresa dei negoziati, allo sgombero degli insediamenti, al riconoscimento di uno stato palestinese sovrano.
6. Il terrorismo non sarà debellato con il mero ricorso alla forza; non basteranno le uccisioni o la cattura di militanti, le demolizioni delle case delle famiglie dei terroristi o le espulsioni dei loro parenti. Al contrario lesperienza deprimente di questi mesi dimostra che linasprirsi della rappresaglia israeliana, oltre a essere moralmente e giuridicamente inaccettabile (4), è un detonatore di ulteriore violenza, in uno stillicidio ininterrotto di reciproche vendette. Le radici del terrorismo si potranno estirpare solo dallinterno, in seno a quella società palestinese che lo ha nutrito e protetto. È essenziale il concorso di quella società a questo fine. A meno di ritenere che i palestinesi nella loro interezza mirino alla distruzione dello stato ebraico e alla riconquista di una "Palestina araba", non come sogno visionario-mitologico così come quello omologo del "Grande Israele", ma come un effettivo progetto politico da perseguire.
Il disegno politico di Israele dovrebbe essere quindi quello di cercare di dissociare la società palestinese dai mandanti e manovali del terrore, da coloro che si oppongono fanaticamente a ogni ipotesi di coesistenza fra i due popoli e i due stati. Occorre dare a una generazione di giovani palestinesi il senso che essi hanno "qualcosa da perdere" nellintraprendere la strada nichilista e impotente del terrore suicida. Quel "qualcosa da perdere" è la possibilità di studiare, la speranza di un lavoro, di un futuro normale: quei benefici tangibili della pace, economici, sociali, civili di cui gli artefici degli accordi di Oslo erano ben consapevoli e che a metà degli anni novanta avevano iniziato ad avverarsi. La percezione che si va affermando in Israele è invece quella dei palestinesi come nemico ingrato e irriducibile, un qualcosa di metastoricamente indistinto, che non merita fiducia né i diritti di un popolo e di uno stato. È un regresso profondo dalla filosofia di Oslo, il cui presupposto era il riconoscimento reciproco dei diritti: il diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello palestinese a uno stato indipendente e degno di questo nome. Occorre tornare a quella presa di coscienza, pena la devastazione di violenze e sofferenze ulteriori.
Giorgio Gomel
(1) Sulla psicologia dellIsraele odierno, il senso di esclusione dal resto del mondo, la crisi dellillusione del sionismo di fare di Israele uno stato normale pienamente accettato nel consesso delle nazioni e che salvasse gli ebrei dalla disperazione conseguente alla Shoah, si veda Y. Klein Halevi, The wall: how despair is transforming Israel, The New Republic, 8.7.2002.
(2) In assenza di una definizione internazionalmente riconosciuta di terrorismo mi avvalgo qui delle categorie delineate da T. Garton Ash sul-la New York Review of Books di alcuni mesi orsono.
(3) Le statistiche sono ovviamente molto incerte. Secondo G. Al-Khatib, Ministro del lavoro dellANP, la disoccupazione sarebbe all80% (cfr. Danny Rubenstein, More on Palestinian children at risk, Haaretz, 18.8.2002).
(4) "È immorale uccidere donne o bambini innocenti israeliani o palestinesi. È anche immorale dominare unaltra nazione e portarla alla perdita di umanità. È immorale lanciare una bomba che uccide palestinesi innocenti. È immorale colpire con atti di vendetta passanti inconsapevoli e innocenti. Al contrario è morale prevenire la morte di ogni essere umano, ma se quella prevenzione causa la morte inutile di altri, i fondamenti etici di quella prevenzione sono perduti . Noi israeliani abbiamo perso di vista la nostra moralità ben prima degli attacchi suicidi. Il punto di rottura è quando abbiamo iniziato a esercitare il nostro dominio su un altro popolo". Da Y. Frankenthal, Letica della vendetta: un padre che ha perso un figlio, discorso tenuto ad una manifestazione di protesta dinanzi alla residenza del Primo Ministro a Gerusalemme il 27 luglio 2002. Y. Frankenthal è il presidente di Bereaved Parents Circle, associazione israeliana delle famiglie delle vittime (www.parentscircle. israel.net)