Israele

Tra rabbia e disperazione.

Una lettera

di Paola Vitale

 

Cari Emilio e Franco,

mi riferisco al vostro scambio di lettere del 10.4 e 24.5 scorsi e se tanto sono stata colpita dalla tua angoscia, Emilio, tanto più mi ha fatto piacere leggere che Franco pensa ad un Israele forte.

Ma a questo punto mi domando, cosa dà così profondamente fastidio agli ebrei della diaspora, e prendo voi come esempio, il pensiero che Israele possa venire distrutto o il vostro malessere personale in quanto ebrei che si vedono attorniati da un crescente antisemitismo che vi spaventa e che mette a repentaglio il vostro benessere personale, il vostro tran tran giornaliero ed al limite mette in dubbio il vostro diritto di vivere senza correre alcun pericolo in quanto ebrei.

Non entro in merito dalle varie idee politiche: destra-sinistra, ma è chiaro che se fino ad oggi, Israele è stato la vostra roccaforte, quello che vi ha permesso di continuare a vivere nella diaspora godendo indirettamente della sua forza (guerra dei sei giorni, l’impresa di Entebbe) ed acquisendo ogni giorno di più quella sicurezza che fu calpestata con la seconda guerra mondiale, oggi lo stesso Israele vi mette in una posizione scomoda.

Da una parte la sua forza di reazione ed auto difesa vi "imbarazza" e vi mette a disagio in quanto ha risvegliato un antisemitismo assopito e da tutti noi sperato morto e sepolto, dall’altra una non auspicabile caduta e distruzione di Israele vi lascerebbe senza quell’appiglio e quella certezza che in casi estremi: "ci si può sempre rifugiare là in quel piccolo fazzoletto di terra", un po’ di sionismo attivo non fa mai male.

Lasciamo da parte i discorsi ad alto livel-lo quali "facciamo parte della globalizzazione" e di un processo storico e veniamo alla realtà, quella che oggi noi stiamo vivendo.

Oggi Israele sta combattendo una vera e propria guerra di sopravvivenza, quando il campo di battaglia non è solo quello con i carri armati ma si è esteso alle strade di Tel Aviv, Haifa, ecc., praticamente tutto il paese.

Ma c’è anche un’altra battaglia che purtroppo Israele non sa combattere e che perde tutti i giorni: la battaglia dell’informazione, la battaglia dei media.

È inconcepibile che il mondo intero veda solo e soltanto i nostri carri armati di fronte ai "poveri bambini palestinesi", mentre non viene a conoscenza di quello che succede in questo Paese ogni momento, ogni ora, e non vede i nostri morti giornalieri, che neppure se superano il numero 13 vengono presi in considerazione.

Da voi non si racconta che giornalmente ci derubano di tutto, dall’acqua alle macchine, al bestiame, ai trattori e chi più ne ha più ne rubi, né si racconta che i bambini palestinesi sono regolarmente curati nei nostri ospedali. Qualcuno vi ha detto che una mamma è stata ammazzata a sangue freddo con i suoi tre figli mentre stava vedendo la televisione? O che due fratellini sono stati trucidati mentre dormivano nel loro letto?

E qui noi abbiamo perso la guerra, perché noi non usiamo in maniera cinica il nostro dolore per far ammutolire il mondo, in parole povere, siamo dei cretini che non solo non si sanno difendere davanti agli attacchi del mondo ma fanno quasi apposta a mettersi in difficoltà senza saper poi dare una spiegazione logica: e la spiegazione esiste, ma noi non la sappiamo tirare fuori, e se la tiriamo fuori, lo facciamo balbettando ed in maniera molto poco convincente.

Per cui cari miei signori, volete continuare a sviscerare i vostri timori e le vostre paure nei salotti del sabato sera o preferite prendere parte attiva all’aiuto che ogni ebreo deve dare oggi al nostro e vostro Paese?

Ed allora, mettete da parte le vostre posizioni politiche, come stiamo facendo noi qui nel fazzoletto di terra, riunitevi intorno a noi, dateci il vostro aiuto morale che molto spesso ci negate.

Aiutateci con la diffusione dell’informazione giusta, veritiera, non di parte, mettetevi in contatto con le autorità israeliane di stanza in Italia e mettete a nostra disposizione il vostro verbo sì fluido, andate ai dibattiti, non solo quelli fra ebrei, ma quelli dove il nemico, o meglio la disinformazione primeggiano, non temete di dire cose che possono non incontrare l’applauso della platea, ma soprattutto schieratevi in maniera attiva a nostro favore. E datevi da fare con la parola che da quel che ho letto non vi manca non vi chiedo di essere Oriana Fallaci, però potete provarci.

Tra parentesi caro Emilio, Sharon può piacere o meno (io faccio parte dei meno), ma dire che è l’immagine speculare di Arafat è proprio dargli del becero sputacchione urlante ed assassino, del terrorista prezzolato e del ladrone che si intasca tutti i soldi che l’Europa manda regolarmente alle autorità palestinesi. Lo sapevi che sua moglie nel 2001 ha speso ben 5 milioni di quei dollari? Per cui con tutto il rispetto dovutoti, non facciamo dei paragoni fuori posto.

Paola Vitale

 

Abbiamo discusso in redazione questa lettera da Israele di Paola Vitale, che ci ha chiesto fosse pubblicata su Ha Keillah, perché essa in realtà travalica il dialogo personale tra mittente e destinatari. Le rispondo quindi di persona ma tenendo conto anche delle voci della redazione.

Paola Vitale ci accusa di essere degli ebrei che privilegiano i loro malesseri personali diasporici e i loro timori salottieri al dovere di essere buoni ebrei, dovere che consisterebbe nel serrare le fila, schierarsi attivamente a favore del governo d’Israele, che lotta per la sopravvivenza dello stato, e combattere la disinformazione e la distorsione, che dominerebbero i media europei, di fronte alla realtà israelo-palestinese.

Ora lo scritto di Paola Vitale è emblematico, è dolorante e ci addolora, lo comprendiamo, ma ci è difficile condividerlo.

Esso per un verso documenta la presenza di quell’odio ormai diffuso, che pervade la società israeliana e che è speculare a quello palestinese. Ne cogliamo le ragioni, ma coltivarlo significa stare dentro a una spirale, che, in un crescendo di azione e reazione, non ha esito diverso da quello della distruzione del proprio avversario o di se stessi. E noi non vogliamo né l’una né l’altra cosa.

Per altro verso questo scritto registra il grado di incomprensione e di non comunicazione che si è venuto a creare tra una buona parte di Israele e una parte della diaspora.

Certo noi siamo qui al sicuro e loro sono là in prima linea, ma non è questo il problema centrale, perché anche in Israele c’è una minoranza importante che non è allineata con il governo del paese.

Ora noi non siamo affatto sicuri che facendo ciò che Paola Vitale ci chiede diventeremo dei buoni ebrei, più utili al futuro d’Israele, pensiamo invece di esserlo, mantenendo e coltivando delle qualità che sono pertinenti all’ebraismo, il pensiero critico, l’uso e la forza della ragione e la cocciuta pretesa della ricerca di un dialogo e, al fondo, della pace, anche in presenza di eventi che li contrastano per il loro forte e opposto impatto emotivo.

Così ci siamo orientati negli anni passati, ben prima degli accordi di Oslo, andando controcorrente e così ci orientiamo tuttora, nonostante quanto accade, anche perché riteniamo non vi siano alternative all’uso della ragione e alla ricerca della pace, e che sia sotto gli occhi di tutti che l’attuale politica israeliana ha contribuito ad accrescere di molto l’insicurezza e le sofferenze nel paese, senza aprire prospettive di futuro diverse dalla prosecuzione di una contrapposizione muro contro muro delle due comunità, che eleva ad ogni strage palestinese il livello dello scontro e dell’odio e ricompatta l’avversario nelle posizioni più estremiste. E non siamo i soli a pensare, dentro e fuori Israele, che bisogna battere altre strade.

Quanto poi ai media è vero che l’Occidente, e la sinistra in particolare, guarda con maggior favore alle ragioni dei palestinesi e che i loro morti sembrano morire più ingiustamente di quelli israeliani, ma dobbiamo anche chiederci se questo fatto è riconducibile solo ad un latente o esplicito antisemitismo. E poi non è esatto che manchi l’informazione. Essa esiste, e anche se è certo non immune da critica, ci consente ugualmente di farci un’idea non distorta di ciò che accade in Israele. Per altro è quanto noi tentiamo di fare, sia pure con i nostri modesti mezzi su Ha Keillah.

Emilio Jona