Israele
Keshet: Il documento Morantinos e il commento di Marco Maestro
di Paolo Di Motoli
Il numero 2-3 della rivista di vita e cultura ebraica Keshet pubblica integralmente il documento stilato da Miguel Angel Moratinos ai negoziati di Taba del gennaio del 2001.
Il resoconto dei positivi negoziati di Taba era già stato anticipato da Alain Gresh nel suo articolo sulla pace mancata in Medioriente pubblicato su Le Monde Diplomatique del settembre del 2001 che anticipava i contenuti delle trattative tenutesi tra israeliani e palestinesi che parevano aver superato tutte le difficoltà sorte a Camp David. Larticolo era tra laltro corredato dalle mappe delle famose offerte israeliane di Camp David e di Taba stilate dal geografo olandese Jan De Jong sulla base delle testimonianze offerte dai negoziatori. Le mappe di Jang De Jong si possono trovare sul sito ufficiale di Le Monde Diplomatique (www.lemondediplomatique.fr) e su quello della Foundation for Middle east Peace (www.fmep.org).
Resoconti altrettanto precisi si hanno leggendo il testo del giornalista di France 2 Charles Enderlin intitolato Le Reve Brisé o il libro intervista del già Ministro degli Esteri Shlomo Ben Ami Quel avenir pour Israel? Inoltre è da segnalare il bellarticolo di Alessandra Schiavo sul numero 2/2002 di Limes intitolato La vera storia di Camp David.
Pare senza dubbio condivisibile la sforzo di ottimismo compiuto da Marco Maestro che evidenzia come su moltissimi punti palestinesi e israeliani hanno fatto notevoli passi in avanti in maniera piuttosto laica e pronta ad un vero compromesso rispettoso delle due sensibilità.
Il 23 dicembre 2001 il presidente Clinton rendeva tardivamente nota la sua ultima proposta meglio conosciuta come "Parametri Clinton" che prendeva spunto dai precedenti negoziati per spingere verso un accordo definitivo.
I parametri prevedevano per i territori una sovranità palestinese sul 94-96% della Cisgiordania, uno scambio di terre israeliane tra l1 e il 3% con passaggi protetti tra Gaza e Cisgiordania. L80% dei coloni sarebbe stato raggruppato nei territori annessi ad Israele riducendo al minimo le annessioni e il numero di palestinesi che sarebbero finiti sotto sovranità israeliana, offrendo al contempo una continuità territoriale allo stato di Palestina. Per la sicurezza era prevista una presenza internazionale e lattivazione nella Valle del Giordano di tre stazioni di allerta e di avvistamento israeliane per fronteggiare eventuali attacchi da est come temuto da alcuni generali israeliani, inoltre si parlava di zone di dispiegamento a favore di Israele in caso di urgenza, con una specifica definizione del termine. La Palestina sarebbe diventata uno "stato non militarizzato" con polizia propria e forze internazionali ai confini. Per Gerusalemme si prevedeva una sorta di sovranità divisa a strati: la Spianata ai palestinesi e il Muro del Pianto e i sotterranei della Spianata, dove secondo gli ebrei ci sono tracce dellantico tempio, agli israeliani. Accordi reciproci su passaggio e impedimenti relativi a nuovi scavi archeologici completavano la proposta del presidente. Per i rifugiati si prevedevano varie opzioni compatibili con la politica sullimmigrazione del paese che era pronto ad ospitarli compreso lo Stato di Israele.
Proprio queste tardive ma efficaci proposte hanno portato agli incontri segreti di Taba nel gennaio 2001, con il governo Barak ormai dimissionario. I negoziatori israeliani questa volta rappresentavano tutta la sinistra pacifista al gran completo: Shlomo Ben Ami, Amnon Lipkin-Shakhak, Yossi Beilin, Yossi Sarid, Gilad Sher, Israel Hasson, Pini Medan e Avraham Diechter. Le proposte israeliane erano anche frutto dei "parametri Clinton".
Israele chiedeva lannessione di circa il 7% della Cisgiordania che comprendeva le colonie più popolose offrendo in cambio parti corrispondenti al 3% nella zona desertica del Negev nella parte meridionale dello stato ebraico e un corridoio di collegamento tra Gaza e Cisgiordania corrispondente ad un altro 3% non sottoposto però alla sovranità palestinese.
La delegazione palestinese era pronta ad accettare la cessione del 2% della Cisgiordania, dove si concentra il 65% dei coloni israeliani, in cambio di territori di eguale valore. Levacuazione dalle rispettive zone avrebbe dovuto essere rapida: 3 anni per gli israeliani e 18 mesi per i palestinesi.
Gerusalemme sarebbe diventata la capitale dei due stati con pretese israeliane di sovranità sul Muro del Pianto e sui quartieri ebraici della città mentre i palestinesi esigevano la sovranità sulla spianata delle moschee. Circolava anche lipotesi di un affidamento della sovranità, per un periodo limitato, ai 5 membri del Consiglio di sicurezza dellOnu con laggiunta del Marocco. La proposta era in effetti molto positiva poiché oltre ad eliminare i corridoi e lasciare il confine con la Giordania libero dal controllo di Israele azzerava il tabù israeliano riguardo alla sovranità a Gerusalemme.
Sui rifugiati palestinesi vennero avanzate 5 soluzioni: il ritorno di alcuni in Israele, il ritorno nei territori israeliani ceduti allo stato palestinese, linsediamento nel luogo di residenza in un paese terzo come la Siria o la Giordania, la partenza per un altro paese con la disponibilità canadese ad accettare un gran numero di rifugiati, linsediamento nello stato palestinese. Il dramma dei 3,7 milioni di rifugiati è stato il maggiore ostacolo ed è oggi la fonte più grave di polemiche. Molti commentatori sostengono che Arafat voleva in realtà sommergere Israele (già in svantaggio demografico) di palestinesi dissolvendo di fatto lebraicità dello stato. Il problema dei rifugiati poteva risolversi solo se Arafat fosse stato accontentato sul piano territoriale con la concessione della quasi totalità della Cisgiordania e di Gerusalemme est.
Israele riconobbe addirittura un "dovere morale" per la risoluzione della situazione dei profughi richiedendo in cambio un riconoscimento da parte araba delle sofferenze e delle perdite patite anche dai numerosi rifugiati ebrei cacciati dai paesi arabi o fuggiti in seguito al conflitto.
Il governo israeliano non ha presentato cartine ufficiali e la ricostruzione effettuata dal cartografo Jang de Jong si basa sulle testimonianze di alcuni delegati presenti ai due vertici. Limpressione che si ricava, confortata dalle testimonianze di Yossi Sarid leader del partito della sinistra radicale israeliana Meretz e di Yasser Abdel Rabbo per la parte palestinese, è la estrema vicinanza delle posizioni che in tre settimane avrebbero potuto giungere ad un accordo finale. Mancava il tempo e Barak sapeva bene che alle elezioni di febbraio, in piena seconda Intifada, probabilmente, Ariel Sharon lo avrebbe sconfitto. Una dichiarazione di principi non venne redatta poiché ritenuta inutile data la scadenza elettorale che avrebbe reso gli accordi sconfessabili dal nuovo governo. I palestinesi inoltre come gli israeliani avevano bisogno di tempo per convincere le rispettive opinioni pubbliche.
Lottimismo di Marco Maestro è condiviso da autorevoli commentatori come quello delleditorialista dellEspresso Wlodek Goldkorn che nel suo articolo per il numero 2 di Limes intitolato Laccordo di pace esiste già, ma chi lo firmerà? sostiene che siamo in attesa di qualcuno che dica chiaramente che si deve tornare agli accordi di Taba dove lintesa esiste già. Altro moderato ottimismo viene dal direttore di Limes Lucio Caracciolo che nel suo editoriale Vita vita mea chiede una forza internazionale di interposizione. Questo ottimismo alla luce della libanizzazione del conflitto appare più sorprendente ma è ovvio che la parola vada comunque restituita a chi ha saputo avviare il dialogo.
Paolo Di Motoli