Identità 

Identità e "memoria storica"

di Silvio Ortona

 

Ricordiamo come la nostra identità nazional-religiosa si è formata e ci è stata tramandata.

La congiunzione di massa della fede dei padri con il popolo di Giuda si è fatta nel periodo persiano della nostra storia, intorno al potere sacerdotale riconosciuto dalla politica imperiale achemenide. Lì si forma il popolo ebraico quale si ritrova nella successiva storia, portatore di e individuato da una ricostruzione ideologica religiosa del suo passato.

Possiamo denominare, con qualche approssimazione, biblico il periodo – storico, ed anche precedente alla storia – vissuto dagli ebrei in Canaan, poi Erez Israel.

Nei successivi secoli, quelli diasporici, la mutevole costellazione delle nostre comunità continuò ad essere popolo in virtù del tessuto connettivo fornito dalla storia sacra comune, sulla cui trama lavorarono nei secoli generazioni di intellettuali organici.

Nei microcosmi comunitari si accumulò un grande bagaglio di esperienze individuali e collettive, che vennero avvolte in una rete di norme abitudinarie e comportamentali elaborate dai maestri e poste di seguito alla storia ideologica. Accanto ai legami storico-ideali e, così, in loro dipendenza si intessevano legami pratici e funzionali, quelli familiari – portati dalla scelta-obbligo dell’endogamia –, poi quelli economici ed altri.

Nel frattempo le vicissitudini, sovente drammatiche, della storia presente venivano avulse dalla grande storia del passato e dalla ripresa di questa, collocata in un indeterminato futuro.

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Da due secoli questo schema tradizionale è entrato progressivamente in crisi.

Certo, anche in passato non tutti gli ebrei (e non in tutto) erano stati osservanti, ma la non osservanza era stata generalmente considerata violazione della tradizione o insegnamento o patto (con Dio e tra uomini), la cui validità non era (se non eccezionalmente) contestata.

La crisi si manifestò e si manifesta non soltanto e non tanto nell’allargamento dell’area della non osservanza, ma soprattutto nella crescita del numero, ormai rilevante, di "ebrei non ebrei", quelli che non si riconoscono nel patto, non sono o sono scarsamente credenti/osservanti, adottano criteri-guida di comportamento provenienti da altre fonti, ma insistono nel continuare ad essere ebrei.

La conseguente crisi dell’identità storica ebraica, nazional-religiosa, può mettere a rischio l’esistenza stessa del popolo, il suo futuro?

Non mancano sintomi e indizi tendenti a suggerire una risposta affermativa e cioè pessimista a questa domanda. Basti pensare ai matrimoni misti e alla bassa natalità prevalenti negli ambienti non religiosi.

Ma l’ebreo religioso non sarà preoccupato, le sue conoscenze e convinzioni gli consentono di "stare tranquillo, non temere", secondo la parola di Isaia (7,4; 6,13; ecc.), nella fiducia che, malgrado gli abbandoni, il "resto santo" sarà comunque "seme" del rifiorire del popolo.

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Più preoccupato dovrebbe essere l’ebreo non religioso, privo quindi di quella certezza, il quale inoltre sa di contribuire, con la sua posizione, all’allentamento del tessuto connettivo del popolo.

Nasce da questa parte il quesito sulle motivazioni per le quali gli ebrei – e sono ormai legione – che si pongono consapevolmente fuori o ai margini della nostra identità storica, quella nazional-religiosa, continuano fermamente a considerarsi ebrei.

Al di là delle ricerche individuali (ognuno a suo modo) il fenomeno ormai massiccio può essere ricondotto alla "memoria storica" propria degli ebrei, memoria che va oltre il momento religioso, ma che per molti dei suoi contenuti non è o non è ancora entrata a far parte, come sentire comune, dell’identità ebraica.

Intorno a quell’ancora sopra sottolineato e di seguito agli undici precedenti articoli di questa serie mi propongo di lavorare.

Silvio Ortona