Memoria
Come una festa, una signora
Dina Dorigati sulla soglia
a cura di Emilio Jona
Da vari anni intrattengo una corrispondenza con un amico, Marco Borghesi, un letterato schivo, di alto ingegno e scrittura (La questione dellorizzonte, Bollati-Boringheri 1991, Doppio animale, Bollati-Boringheri 1994), che vive a Brescia e insegna filosofia in un liceo. Ci scambiamo pensieri e commenti, cercando di fare insieme qualche chiarezza su di noi e sulle cose del mondo.
Ad una mia lettera che parlava di ebraismo e Medioriente Marco Borghesi rispondeva, nel giugno scorso, raccontandomi una storia che ritengo doveroso, col suo consenso, rendere pubblica.
A proposito di ebraismi
La situazione mediorientale, che da troppi mesi produce la scena nefasta di unincomprensione tra culture, avrebbe bisogno di molto, moltissimo, su cui non so nemmeno argomentare. Laggiù, lebraismo è messo alle strette, la costrizione storica lo va sfigurando. Nel numero di aprile di Ha Keillah ho apprezzato gli interventi illuminati di Israel De Benedetti e di Giorgio Gomel.
Adesso ti voglio raccontare una vicenda che, nonostante lorribile istorico in cui versiamo, ha aperto un varco di bellezza nel mio quotidiano. Una piccola storia che mi ha bussato alla porta, porgendomi il privilegio di sentire il sapore buono che a volte si insinua clandestino nella cronaca. Una specie di Storia segreta del mondo che, sotto le apparenze notorie del disumano, diffuso a piene mani, accade tenace in minuscole faville.
La vicenda è questa: tempo fa, mi telefona una signora anziana; ha avuto il mio nome da una comune conoscente, mia ex collega. Questa signora mi parla di certi "libretti", ma per telefono capisco ben poco e, volendo lei raggiungermi a scuola, le do appuntamento nella biblioteca del mio Istituto. La ricevo il giorno convenuto: una donna più che settantenne, assai dimessa e popolana, di scarsa grammatica, senza alcuna pretesa. Porta con sé, in un involto di plastica di recupero, un pacco di libri (i "libretti"): circa trenta copie de "Il Diario di Dawid Rubinowicz", edito da Einaudi. Si tratta di una lettura che laveva commossa nel 1960, alla sua prima pubblicazione. Poi, nel corso del tempo e dei decenni, visto che non veniva ristampato a differenza di molta diaristica ebraica della Shoah, scrive a Giulio Einaudi e, poiché lui temporeggia, gli offre di rilevare in anticipo copie del libro, ancora da ristampare, per un importo di circa un paio di milioni. Questa sua offerta è necessaria per dare stimolo alla ristampa, che allEinaudi giudicano commercialmente inopportuna. Passa del tempo, le rispondono che va bene: Rubinowicz torna alla luce nellanno 2000, con grande soddisfazione di questa signora che lha patrocinato anche economicamente. Lei, ora, si incarica di distribuire gratis nelle scuole questo volumetto in edizione economica (costa L. 12.000, _ 6,20), sperando che magari altre copie vengano acquistate per merito suo presso la Einaudi. Lei non ci guadagna nulla, anzi la sua è unimpresa tutta in perdita. Mi ha segnalato, caso mai non bastassero le trenta copie regalatemi, il fornitore Einaudi di Milano presso il quale ne potrei ottenere altre con il 30% di sconto a suo nome. Come mai ha compiuto questo gesto, e perché viaggia per le scuole del circondario a offrire tutto ciò? Per non disperdere la voce di un bambino ebreo di dodici anni, mi ha detto, morto presumibilmente sessanta anni orsono in lager, e per adottarlo in testimonianza, per dargli ancora unoccasione di sopravvivenza.
Questa vicenda, che mi ha spinto sulla soglia della commozione già in presenza della signora dei "libretti" (si chiama Dina Dorigati), ha un sapore benjaminiano così semplice ed essenziale da interpretare, come meglio non saprei, linvito storico delluomo morto a Port Bou: dare la propria "debole forza messianica" a coloro che la storia ha travolto e dimenticato. La signora dei "libretti" non conosce Benjamin, e come potrebbe? È benjaminiana distinto. Proprio per questo mi ha lasciato stupefatto e ammirato, sprofondato tra la muffa dei libri, mentre lei sorvola la nostra epoca idiota con uninconsapevole eleganza morale che a me manca, ma che so riconoscere e ringraziare.
Questo episodio mi è accaduto in marzo. Pochi giorni fa ho saputo che il marito della signora Dorigati, già da allora malato di cancro (ma io lo ignoravo), è morto in ospedale. E in questo, senza che vi sia alcun risentimento da parte mia nellaffermarlo, cè unulteriore sconfitta della vita buona, un incenerirsi, un farsi polvere, ???, afar, pulvis (come già ti scrissi), che le piccole faville della Storia segreta non bastano a riscattare. Esse, tuttavia, perdurano nella memoria come la brace che sospira sottola cenere perché sempre, unaltra volta, ci conforti col baluginare onesto della pietas.
Intanto la primavera, quasi lestate, gli uccelli sfrenati, le piogge sul tetto, il primo caldo, e letà che mi comincia a contare. Conta fino a dieci, volta la pagina ed è unaltra storia.
Un saluto affettuoso e, come sempre, riconoscente.
Replicavo a questo scritto esprimendo in modo commosso la mia gratitudine per il fatto che esistessero ancora persone come Marco Borghesi e la signora Dina Dorigati. Marco mi rispose con una pagina che trascrivo; anchessa nella sua luminosità e bellezza non sopporta commento.
Sono felicemente stupito dalla rapidità della tua risposta alla mia lettera del 3 giugno: hai davvero battuto ogni possibile primato! Poi, leggendo quanto mi hai scritto soprattutto riguardo il piccolo episodio della "Storia segreta del mondo", ho capito la tua urgenza, essendo io partecipe della tua stessa commozione. (Intendo per "Storia segreta" il pulviscolo di azioni "messianiche" che si intravedono talvolta nel torbido della storia ufficiale: compito di un buon ingegno sarebbe magari di addensare il pulviscolo in costellazione, in una specie di "stella della redenzione" per la "guida dei perplessi").
Cè un allegato, a questa piccola vicenda, che ora ti riferisco. Non te lavevo comunicato subito per non farla lunga, non sapendo che avresti segnalato questo piccolo episodio su Ha Keillah cosa che mi piacerebbe avvenisse, ça va sans dire. La signora Dorigati, dopo aver ricevuto la missiva di ringraziamento che le ho fatto inviare dal direttore della Biblioteca dIstituto (cera anche un messaggio di cordoglio per il suo lutto sopraggiunto), ci ha ringraziati a sua volta con umiltà e gratitudine. Come mai? Le abbiamo chiesto sentendoci noialtri, invece, in debito. Perché, ha detto, "è la prima volta in settantadue anni che qualcuno mi ha voluto conoscere". Intendeva che, per la prima volta nella sua vita, qualcuno fuori dalla famiglia ha trovato importante una sua iniziativa e, insomma, la sua stessa vita. Un riconoscimento insperato.
Sarebbe meraviglioso che almeno una volta allanno, come una festa ricorrente ma a data incerta, ci fosse per ognuno una tale sorpresa, una Signora Dina Dorigati sulla soglia!
a cura di Emilio Jona