Recensioni

Un convegno infelice

Gentili amici della redazione di Hakeillah, nel numero del mese di giugno a firma di Tewje il lattaio, a pag 21, è comparso un articoletto, del quale condivido pienamente lo spirito e il contenuto, che citava fra i promotori della manifestazione svoltasi a Torino alle carceri nuove anche l’Amicizia ebraico- cristiana.

A proposito vi informo che siamo stati invitati ad intervenire, come peraltro anche alcuni amici della Comunità, come me intervenuti ai lavori in perfetta buona fede; per cui sarebbe stato più appropriato definire nell’articolo "adesione" e non promozione da parte dell’AEC Torinese.

Purtroppo, nostro malgrado, siamo risultati in qualche modo coinvolti ufficialmente, per una serie di spiacevoli equivoci che non sto qui ad elencare. Già nel corso del mio intervento al Convegno ho espresso una netta posizione di critica e preso le distanze dallo svolgimento dei "lavori". Immediatamente dopo ho inviato la lettera che allego ai promotori effettivi dell’iniziativa.

Vi informo, con l’occasione, che anche tutto il Direttivo dell’AEC ha reputato che la manifestazione sia stata organizzata male per non dire in modo indegno. Purtroppo l’ esperienza ci ha insegnato che non si é ma abbastanza vigili...

Anche se non molti avranno avuto occasione di leggere l’articolo, penso che per completezza di informazione nei confronti di quanti l’hanno letto, sia opportuno che pubblichiate anche la lettera da me scritta subito dopo il Convegno.

Cordiali saluti

Maria Ludovica Chiambretto

 

Gentili don Oreste Favaro e prof. Felice Tagliente,

desidero innanzitutto ringraziarvi per l’ottima e ineccepibile accoglienza ed ospitalità riservate a Sua Eccellenza l’Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, nonché per l’allestimento all’interno del Carcere delle due mostre. In così poco tempo non sarebbe stato possibile fare di meglio! Sono anche molto riconoscente per la circostanza che i due vice presidenti dell’A.E.C., il dr. Ettore Nacamuli ed il Prof. Ernesto Riva, abbiano potuto intrattenersi a lungo con l’Ambasciatore.

Mi duole invece di aver avuto conferma delle perplessità da sempre espresse nel merito dell’iniziativa e del Convegno pomeridiano.

Vale la spesa qui ritornare sull’equivoco che l’ A.E.C. sia risultata tra i promotori quando inizialmente mi era stato prospettato un semplice intervento nel corso del Convegno: è anche vero che avrei, forse, dovuto chiarirlo in modo esplicito ma, di consueto, occorre un assenso per risultare fra i promotori ed, in genere, chi promuove un’iniziativa è interpellato sull’intero impianto della stessa e non viene messo di fronte al programma compiuto. Su questo sgradevole "disguido", ho già avuto modo di esporre le mie lamentele a voce ma sento la necessità di ribadirle per una questione di chiarezza e franchezza di rapporti.

Inoltre, conoscendo Don Oreste da lungo tempo ed avendo avuto modo di lavorare con la Commissione diocesana per l’ecumenismo ed il dialogo fra le religioni in più occasioni, da parte mia ad un certo punto è prevalsa la volontà di collaborare, soprassedendo sui troppi distinguo, considerata la fiducia e stima che nutro nei suoi confronti.

Nel merito dei lavori del Convegno, vorrei esporre di seguito i maggiori punti di disaccordo e le ragioni del mio disappunto:

• è mancato un intervento di carattere storico che inquadrasse bene il passaggio dei circa 1200 prigionieri ebrei alle Nuove, nonché la loro successiva sorte; troppo si è insistito sui pur meritori episodi di aiuto, creando confusione;

• Il lavoro degli studenti avrebbe dovuto essere impostato diversamente, poiché è risultato frettoloso e con numerosi errori e inesattezze, con esito non coerente con le pur evidenti buone intenzioni. I numerosi aspetti di contenuto antiebraico, presenti nelle relazioni, potrebbero produrre nei giovani pregiudizi, disinformazione e sentimenti antisemiti. Mi chiedo che idea si siano fatta dell’ebraismo e quale immagine, alla luce del lavoro svolto, abbiano degli ebrei nella storia e nel presente;

• L’idea di far leggere ai ragazzi alcuni passi è buona, ma la scelta dei testi è risultata unicamente su letture contro gli ebrei, non sottoposte ad esame critico. Tra l’altro l’unico testo "biblico" citato, non è neppure presente nel canone ebraico;

• altro aspetto inopportuno della manifestazione è risultato il calice da messa ricavato dalla fusione dei gioielli delle donne ebree, quasi a simboleggiare una naturale evoluzione verso il cristianesimo! A questo proposito si ripropone l’osservazione già da me espressa rispetto al sottotitolo dell’iniziativa.." un percorso storico-religioso", che vuole dire? Se vi era l’intenzione di esprimere che il Cristianesimo è il punto di arrivo di un percorso religioso per gli ebrei, tale idea è da rigettare nettamente ed è contrarissima al dialogo interreligioso.

• Molto apprezzabile è stata invece la lettura della lettera della mamma di Massimo Foa, di cui gradirei avere copia.

Alla luce delle considerazioni suesposte è bene incontrarsi per approfondire le questioni e, a tal fine, il Direttivo dell’AEC è disponibile, perché ci rendiamo sempre più conto che c’è molto da lavorare per abbattere i pregiudizi e la disinformazione.

Cordiali saluti.

Maria Ludovica Chiambretto

 

 

 

Arcastella

Quando è giunto il pieghevole di ARCASTELLA-tevathcochav - rassegna di cultura ebraica, la mia prima impressione è stata quella di un eccesso di eventi in programma, dislocati in luoghi diversi e anche lontani tra loro (Teatro Gobetti, Archivio di Stato, Sesamo’s Kitchen, Asylum a Collegno, La Miniera a Calea di Lessolo, Santa Marta a Ivrea, Piazzetta Primo Levi per itinerari a sinagoghe di altre città), con un epicentro o cuore della rassegna: L’Espace, mai conosciuto prima, in una via decentrata.

"Che sarà mai? Mah! Si parlerà delle solite cose su ebrei ed ebraismo, shoah, musica klezmer, Israele, ecc. ecc.". Queste le mie considerazioni.

Poi, la rassegna è iniziata e tutti questi miei pregiudizi caddero di colpo.Non si videro, né si ascoltarono le "solite cose" o, almeno non nel solito modo.C’erano idee nuove nella progettazione e nell’attuazione.Innanzi tutto, la sede di riferimento: L’Espace, un ampio e accogliente spazio, adibito in passato a studi cinematografici, spazio che ben si adattava a molti incontri: per incontri "ravvicinati", con sedie a circolo; per quelli di più ampio respiro, quasi una platea.Mostre d’arte di varia natura (sculture, fotografie, pitture) trovavano la loro collocazione senza incombere troppo. Banchi di vendita di libri e gadgets vari, nonché punti di degustazioni, anch’essi erano presenti con discrezione.

E poi la "padrona di casa", Maria Pia Simonetti, ideatrice, insieme a Marina Bassani, dell’intero progetto.È lei che, con fare cordiale, famigliare e sorridente, senza nulla togliere però alla sua competenza e professionalità, ha accolto, presentato, coordinato, messo a proprio agio, invitati e convenuti.

I contenuti o "eventi" erano davvero molto vari, dando così la possibilità a ciascuno di scegliere secondo i propri gusti. Spaziavano da mostre d’arte, ben presentate e illustrate, a brevi concerti.Da passeggiate a luoghi ebraici in Torino e regione, a pièces teatrali.Da corsi di cucina e pranzi, a conversazioni con autori di libri.Da un laboratorio di scrittura on line, a conversazioni varie su cinema ebraico o su noti personaggi.Iniziava e chiudeva la rassegna un incontro con varie persone su "Gli ebrei italiani e Israele.Scelte a confronto.Ieri e oggi".

Non posso fare qui un elenco di tutti gli ospiti invertenuti o presenti con le loro opere, uomini e donne, artisti, autori, esecutori, presentatori, attori, oratori.Senza contare gli organizzatori e consulent a vari livelli, e i numerosi ragazzi della Comunità Ebraica e non, che hanno collaborato alla buona riuscita logistica.Dovrei fare un elenco decisamente troppo lungo, rischiando di dimenticare qualcuno.Per questo penso si possa consultare il sito internet www.ebraicafestiva.it; arcastella@libero.it.

Giustamente scrive Maria Pia Simonetti nella prefazione all’opuscolo illustrativo: "...Non luccica, l’ebraismo di questa rassegna, né dà pugni nello stomaco, non cerca il clamore né si nasconde. Insomma non ammicca, non strizza l’occhio alle mode".

È vero, aggiungo io, ci è stato presentato un ebraismo fuori dai soliti clichés, sdrammatizzato e, udite, udite, perfino rasserenante.E, vi assicuro, non è impresa da poco.

Nedelia Tedeschi

 

Tutti ricchi, tutti di sinistra

Ci vuole molto amore, senso civile e coraggio politico per lanciare proprio in questo momento il tuo Arcastella. Pensi di poter stanare gli ebrei di Torino, evoluti e di cultura risorgimentale, dal guscio e dal cunicolo in cui si stanno rinserrando per riaprirli alla Città, ai compagni di un tempo, alla democrazia? Ti proponi di parlare al mondo di fuori con una voce di umanità e di tolleranza? "Non luccica l’ebraismo di questa rassegna…, non cerca il clamore, né si nasconde. C’è …. una moda … vincente …: un po’ di klezmer, un po’ di shoah, qualche intelligenza brillante rubata alle pagine dei giornali… La … tragedia israelo-palestinese l’ha spazzata via… Sempre vittime…, sempre superintelligenti…, sempre ricchi, deicidi e … palestinesicidi…, tutti di sinistra (in Italia) e tutti di destra (in Israele) … L’augurio … (è) mettere qualche punto interrogativo in più in fondo a tante asserzioni di moda" (Maria Pia Simonetti, anima e motore della rassegna Arcastella).

H.K. Vorresti portare una corretta conoscenza del mondo ebraico alla società civile. Non è un obiettivo un po’ ambizioso?

M.P.S. Sì è un obiettivo ambizioso, ma la gente ha un livello di informazione e di conoscenza tale che qualsiasi notizia in più è un’occasione di civiltà.

H.K. Il mio timore è che ne esca comunque una immagine stereotipa e di maniera.

M.P.S. È un rischio vero perché è chiaro che quando tu fai un programma fissi delle cose. Però il vaccino contro questo pericolo è la presenza di molti pensieri diversi. Ciò è stato immaginato da più persone che a loro volta hanno coinvolto una partecipazione di altri ancora.

H.K. Hai voluto toccare di passata il dramma israelo-palestinese. Pur con la dovuta delicatezza, non possiamo tacere.

M.P.S. Quest’idea è maturata all’interno del Comitato Scientifico e, in particolare, ci è stata sottolineata la necessità di affrontare il problema prima che ci venisse buttato addosso.

H.K. Non mi nascondo il rischio che a fare da claque vengano praticamente solo gli amici e gli amici degli amici. Come tu sai la Comunità di Torino viene anche chiamata in gergo la keillah dei cugini.

M.P.S. Festival dei cugini? Io ho sempre pensato che non lo sarebbe stato e che non doveva esserlo. Nelle intenzioni questa rassegna parla anche ai non ebrei e la scommessa sta nel riuscire a dire cose semplici e comprensibili senza per questo scadere nella banalità di ragionamenti che per gli ebrei potrebbero essere scontati.

H.K. Forse una piccola lode e un segno di apprezzamento te li sei meritati anche tu.

 

(a cura di Dibbuk)

 

  

Un canto ritrovato

 

Parlare del repertorio musicale ebraico-italiano, delle specifiche tradizioni musicali che le comunità ebraiche hanno realizzato in Italia nel corso dei secoli, non è impresa facile. Intanto perché molte comunità sono nel frattempo scomparse, talvolta senza lasciare tracce musicali, talvolta lasciando qualche frammentaria testimonianza nella memoria di pochi, anziani ebrei del luogo. Poi perché, soprattutto nel corso dell’Ottocento, la corsa verso l’assimilazione ha comportato anche una voluta "dimenticanza" verso tradizioni sentite come lontane dal mondo circostante; e la stessa comparsa, nel repertorio musicale, di lavori che prevedono l’uso dell’organo, oppure di brani mutuati dal movimento di riforma ebraica attivo nei paesi di lingua tedesca, è una spia di tale fenomeno.

Quello che sappiamo sulle tradizioni musicali nell’Italia ebraica lo dobbiamo quasi del tutto al lavoro di Leo Levi: curiosa e affascinante figura di intellettuale e di ebreo. Nato a Casale Monferrato nel 1912, studiò a Torino, manifestando subito i suoi atteggiamenti antifascisti. Fervente sionista, nel 1936 fece la sua alià, ritornando in Italia solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per riprendere un progetto di studio sulla musica delle comunità ebraiche italiane. Tra il 1954 e il 1959 raccolse una mole impressionante di materiale (più di 1.000 tra brani e varianti!) realizzando la più ampia ricerca "sul campo" mai realizzata in ambito ebraico: una raccolta di dati indispensabile per qualunque studio successivo, disponibile finora per gli studiosi in due copie, una conservata a Roma, presso gli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’altra a Gerusalemme.

La collaborazione tra Roma e Gerusalemme ha portato alla pubblicazione di un CD (Italian Jewish Musical Traditions. >From the Leo Levi Collection, reperibile presso il Centro Yuval di Milano), spledidamente curato da Francesco Spagnolo, contenente 42 melodie provenienti da tutte le regioni italiane. All’interesse per l’aspetto etno-musicologico si aggiunge il fascino di questi reperti, il profumo di una vita ebraica lontana ma forse non perduta per sempre.

Il CD è stato presentato in varie sedi, in Italia e in Israele; a Torino la serata è divenuta un’ampia ricognizione sulla figura e sull’opera di Leo Levi, anche grazie alla presenza del figlio, Rav Joseph Levi, che ha rivelato aspetti inediti o scarsamente conosciuti della vita del padre. Francesco Spagnolo ha parlato del repertorio musicale ebraico-italiano e dello stato attuale della ricerca, in dialogo con Enrico Fubini e Franco Segre. Tutti hanno sottolineato l’importanza di iniziative di questo tipo e la necessità che il repertorio di canti ebraici italiani non diventi un oggetto da collezione, un reperto musicale da conservare, sia pure con affetto, insieme agli altri dischi di casa, ma possa essere rivitalizzato e utilizzato nelle famiglie e nelle sinagoghe: quando queste melodie, e altre simili, torneranno a risuonare nella pratica quotidiana il sogno di Leo Levi acquisterà corpo e la sua opera rivelerà a tutti le sue potenzialità, il suo aspetto rivolto al futuro.

Gilberto Bosco

 

 

Sotto il caffettano... il Libro

 

"Malgrado tutto, questa è anche la vostra storia. A noi è rimasta oltre la vostra, anche la nostra vergogna". Ci si può domandare se a quasi sessant’anni dal crollo del Terzo Reich ci sia ancora di che dire qualcosa di inedito sulla (non) esistenza riservata agli ost juden del 1939-1945. Ce li fa rivivere con amore e passione Sandor Lukacs, illustre clinico milanese, nato a Ujpest nel 1922, profugo e apolide di professione in gioventù, deportato e internato in Ungheria, Romania e Austria: destinazione Mauthasen1. Fuori tempo rispetto agli appuntamenti che Hitler gli aveva fissato ha resistito alla catastrofe ed oggi ci racconta la sua storia. "Sono nato con un anno di ritardo rispetto alla preordinata disposizione burocratica dei tedeschi..., ho girato molti campi di sterminio – a piedi, da parente povero – ho trovato tutte le ‘camere occupate’". Qualche divertimento, ricordo dei giorni d’infanzia trascorsi al paese della mamma, illumina come un piccolo sprazzo di serenità un quadro cupo e desolante senza remissione. Come se i bravi sudditi del reggente Horty percepissero fin dagli anni ’20-’30 quello che sarebbe loro caduto addosso nel decennio successivo. Questa era la Bucovina del secolo scorso: "Il grande Impero Austro-Ungarico aveva raccolto in questo lembo di terra quello che era superfluo e indesiderabile altrove..., le fedi e le etnie più sfigurate... L’ebreo è stato cacciato... con zelo... Gli abitanti rimasero sempre buoni cristiani e buoni patrioti... La povertà divenne un elemento immutabile come lo è per tutti i poveri del mondo... In questa aspra e inospitale terra non scorreva né latte né miele... Non si chiedevano e non si concedevano prestiti... erano tutti poveri... Solo strade sterrate con buche la cui profondità dipendeva dal tempo trascorso tra la fine delle piogge e il passaggio del primo carro". Anche le professioni erano di tipo dinastico familiare. Gli ebrei, più morigerati, gestivano le mescite di vino, i polacchi dalle loro misere botteghe provvedevano alle poche cianfrusaglie dei bisogni quotidiani, gli ucraini e i ruteni trattavano indumenti usati mentre i rumeni fornivano la manodopera per i lavori di fatica. Gli ebrei, da morti non ponevano molti problemi: con 10 adulti si poteva recitare il kaddish. Bastava chiamare "il batlen, ‘il senza mestieri’ che dall’osservanza dei precetti traeva il proprio sostentamento..., ‘decimo di mestiere’..., sapeva di essere un lavoratore insostituibile delle preghiere". Aveva una sola preoccupazione: la presenza a due matrimoni celebrati in uno stesso momento. C’era poi una piccola stanza, il heder; appunto, adibita a scuola pluriclasse. Per i bambini era una pacchia. Mentre gli uni lavoravano, gli altri si riposavano. Il maestro, equanime, non guardava in faccia nessuno e distribuiva con imparziale senso di giustizia ben meritate bacchettate utilizzando una lunga canna di bambù. Per capire il senso profondo di questa storia non dimentichiamo che "gli ebrei sono stati sempre una minoranza anche quando costituivano la maggior parte della popolazione. Non è una questione statistica, è uno stato d’animo". Amavano indossare il caffettano nero e lungo, alcuni costumi della nobiltà polacca, "cappelli di feltro a larga falda, barba lunga sovente incolta, riccioli pendenti alle tempie... Se strappassero il caffettano, sotto si troverebbe... solo il Libro... Il caffettano è eterno, è legato al Signore". Poi c’erano i rabbini di campagna, pii e miracolosi e quelli moderni ed evoluti delle grandi città. Pur diversi gli uni dagli altri, "su una cosa tutti erano d’accordo: qualunque problema poteva avete due soluzioni, il ché non era poco in un mondo che sovente non ne aveva neanche una". Il rombo delle cannonate si faceva sempre più vicino. L’Armata Rossa non avrebbe tardato ad arrivare. Ma le Croci Frecciate in stretta collaborazione con le SS erano ormai scatenate nelle crudeli mattanze in riva al Danubio. "Kun pater, un prete francescano indossava un saio marrone stretto da una cintura militare cui era appesa una fondina. Aveva una grande croce pendente sul petto e una larga fascia del distintivo delle Croci Frecciate – ‘portateli tutti sulla riva, e non spaventateli’ – ... Due prigionieri... legati l’uno all’altro potevano anche salvarsi..., ma se non fossero ottimi nuotatori, che ungheresi sarebbero?". In carcere, pigiati sul pavimento, in attesa del nulla si affrontavano anche le piccole comodità e i conforti. "I pidocchi... ognuno teneva i suoi. Bastava appendere la camicia a un chiodo e la mattina dopo... tutti erano sul risvolto del collo...". Se sbattevi una o due volte tutto tornava in ordine. Anche la fame talvolta può dar di volta il cervello. "L’oggetto da rubare era quello che mancava di più: il cibo..., non ci poteva essere pietà per il ladro... Se lo prendevano... i compagni di baracca, per tre giorni la sua razione veniva sequestrata... Il colpevole... rimaneva isolato... e da soli era difficile sopravvivere...". Di tanto in tanto, in quell’ambiente da sottomondo, le SS di scorta si passavano qualche modesto diversivo. Murdok, il sergente, "tirò fuori una bella mela grande... e la pose sulla testa del disgraziato... Il ragazzo... non la mangiò, la guardò solo... stava andando verso l’aldilà dove i piccoli o i grandi Tell non esistono neanche nella leggenda". L’ambiente del campo e il panorama ricordavano più una bolgia dantesca che il mondo dei semivivi. "Era uno scenario ridotto all’essenziale... I cadaveri accatastati con rigore geometrico sembravano identici l’uno all’altro... affastellati come la legna per la stagione invernale". Quando mai un ebreo interrompe il colloquio con il Kadosh Baruchù? Semmai sulla soglia dell’‘Olam HaBà il dibattito si fa più serrato, al limite dell’imprecazione. Nei lager le condizioni non erano le più indicate per una serena meditazione. "La fede è diventata pietra come le tavole di Mosè. ‘Riconsegno il mio corpo e la mia anima alla tua indulgenza..., mormorava e gemeva un vecchio tzadik stremato dalle sofferenze e dagli stenti. Ma tu perché ci rendi tanto difficile amarti?’. Morì così rimproverando il Signore". Precipitò in una buca senza nome. "Il Messia avrebbe riconosciuto la sua tomba lo stesso". Amarissimo, Sandor Lukacs trae un bilancio provvisorio. "Non è stato raccontato ancora tutto... la propria vergogna è la vergogna degli altri".

Hannan Noded

1 Alessandro Sandor Lukacs, Via Mala, Como-Pavia, Ibis, 2001, pp. 202, _ 12,39.

 

 

 

Susan Zuccotti, Il Vaticano e l’Olocausto in Italia, Bruno Mondadori, pp. 373

 

L’autrice, nota studiosa nordamericana della Shoah, ha consultato ben 28 archivi italiani, francesi, americani compreso quanto il Vaticano ha sinora permesso di pubblicare, ossia "Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale", per spiegare, attraverso rigorosissime analisi, il silenzio politico del papa Pio XII contro lo sterminio degli ebrei, compiuto, come inizia il titolo in inglese dell’opera "Under His Very Windows", ripetuto come titolo del cap. 12 sul rastrellamento di Roma del 16 ottobre 1943: "Proprio sotto le finestre del papa".

L’opera consiste in una documentazione critica dell’antigiudaismo manifestato già da Pio XI, seguita dalla storia dettagliatissima dell’antigiudaismo del più importante suo successore Pio XII. È una storia che attraversa tutti i particolari della Shoah in Italia e di questa diventa anche un testo pressoché completo. Sin dall’introduzione l’autrice sottolinea – preliminare significativo – che Pio XII durante il periodo bellico non usò mai i termini "ebreo", "antisemitismo" o "razza": due volte accennò alle differenze di "stirpe".

Della impressionante miniera di notizie e osservazioni critiche che costantemente segnalano la immensa cautela di Pio XII nel trattare i temi degli eccidi e delle deportazioni degli ebrei nei suoi vari discorsi, colloqui e documenti scritti, la parte dell’opera che riveste per noi italiani un interesse particolare è costituita dagli ultimi cinque capitoli che trattano dell’opera del Vaticano nelle varie regioni italiane. Ne emerge il coraggioso, a volte eroico aiuto e rifugio dato agli ebrei italiani e stranieri dai vari strati del clero, a partire dai vescovi sino al parroco di campagna: un’eccezione negativa fu il patriarca di Venezia, acceso antibolscevico che vedeva negli ebrei gli uccisori di Cristo. Merita di essere segnalata la costante collaborazione fra clero e Delasem là dove fu possibile.

Nell’ultimo capoverso delle "Conclusioni" della sua monumentale opera di eccezionale importanza storica Susan Zuccotti dichiara: "La Chiesa non ha ancora completato il processo di onesto confronto con la propria storia durante l’Olocausto.. Non ha ancora espresso dolore e pentimento per le omissioni di Pio XI e di Pio XII negli anni delle persecuzioni e dello sterminio degli ebrei europei. Sembra che voglia scusarsi solo per le manchevolezze dei religiosi comuni e dei fedeli. Ironicamente, alcuni, anche se non tutti, di quegli uomini e quelle donne sono decisamente meno colpevoli dei loro superiori in Vaticano. In Italia, almeno, molti preti, suore, monaci e laici cattolici rischiarono la propria vita per salvare gli ebrei con uno scarso appoggio da parte del papa".

Giorgina Arian Levi