Lettere

La sukká irrita?

Pubblichiamo volentieri questa lettera di Graziella Pilo, che segnala un episodio piuttosto inquietante. Ci chiediamo perché giornali e televisione non ne abbiano parlato, almeno a livello nazionale.

Al Sindaco di Milano Albertini

Al Prefetto di Milano

Agli organi di informazione

 

Gentili Signori,

Sabato 28 settembre alle ore 16 circa si è svolta a Milano una manifestazione del movimento per l’opposizione sociale.

Il percorso autorizzato prevedeva il passaggio davanti alla sukkà allestita  dagli ebrei milanesi in Piazza Cordusio a Milano in occasione di una ricorrenza ebraica.

Il giorno precedente  le autorità cittadine avevano chiesto alla Comunità Ebraica di togliere i simboli ebraici e le scritte in ebraico dalla capanna per "non irritare i partecipanti al corteo".

Prima del passaggio del corteo, poliziotti del commissariato del Duomo e il  viceprefetto hanno ancora insistito per far togliere le scritte e i simboli ebraici, con la minaccia di negare in caso contrario il permesso di mettere  la capanna in zona centrale in futuro (sono anni che la sukkà viene allestita in Piazza Cordusio).

È stato chiesto alle persone all’interno della capanna di togliere la kippà o coprirla con un cappello. Naturalmente nessuno l’ha fatto e nessuno ha tolto le scritte in ebraico. Nessuno ha accettato di cedere a tale sopruso   della propria dignità, a una simile vergognosa richiesta, al ricatto.

Gli organizzatori della manifestazione si aspettavano qualche migliaio di  persone, invece ne sono arrivate circa 500. C’erano molte bandiere palestinesi, e i manifestanti urlavano "Israele assassini" e "Palestina   libera".

Naturalmente le stesse autorità che avevano chiesto agli ebrei di nascondere la propria identità non si sono preoccupati di chiedere ai  manifestanti di non usare tali scritte indegne e offensive nei confronti di tutta la comunità civile.

Accanto al corteo c’erano una decina di poliziotti in tenuta antisommossa.

È scandaloso e pericoloso  che le autorità abbiano chiesto   agli ebrei di  nascondere simboli ebraici per paura di innervosire i teppisti antisemiti e antisraeliani. Lo scandalo è evidente e il pericolo consiste  nel cedimento di fronte alla prepotenza e alla violenza dei gruppi manifestanti a danno della giustizia e della dignità umana.

Noi come cittadini italiani ci aspettiamo che la polizia italiana ci protegga e protegga il  diritto di tutti alla libertà di culto sancita dalla Costituzione.

Noi cittadini  italiani chiediamo che venga rispettata la   dignità e l’ identità di ogni persona  e vogliamo che gli ebrei possano essere ebrei in Italia senza  il terrore e le umiliazioni, triste ricordo del periodo fascista.

Non siamo più nel 1938, le leggi razziali non ci sono più, nessuno deve più  avere paura di essere ebreo  e ogni ebreo  deve avere il diritto di esserlo a testa alta senza essere costretto a nascondere i simboli della propria appartenenza.

Il comportamento delle autorità milanesi è stato vergognoso e umiliante, molto più insultante e violento di quello dei teppisti che si sono   comportati semplicemente come tali.

Se i cittadini di Milano appartenenti alla Comunità ebraica devono  sentirsi in pericolo nel portare un piccolo copricapo simbolo della loro fede e se devono sentirsi invitare a toglierlo per non infastidire le moderne squadracce fasciste,   allora aveva ragione Herbert Pagani quando scriveva   che Israele  è l’unico paese dove uno "sporco ebreo" è solo un ebreo che non si lava.

distinti saluti

Graziella Pilo

 

Sui problemi mai risolti

 

Gent. Sig.ra Fiamma Bianchi Bandinelli,

forse non vede che da due anni ogni giorno tutti gli israeliani anche gli oppositori di Sharon, anche i bambini non possono più uscire, prendere gli autobus, andare a lavorare, a scuola, all’Università, a comprare, ecc., senza il terrore di saltare in aria o restare mutilati? Contro questa persecuzione, queste stragi a nulla servono elicotteri e tanks, il potente esercito israeliano è impotente.

Forse è per questo che i suoi amici ebrei cercano di evitare la discussione politica su Israele, sono stanchi di dover fare premesse e distinzioni, mea culpa e accuse sulla nascita e la politica di Israele, un sogno è diventato un incubo, uno Stato che doveva essere un rifugio è diventato una trappola in preda a un terrorismo spietato senza tregua.

Potrei ancora capire se i palestinesi attaccassero l’esercito israeliano nei territori occupati, ma ogni giorno fanno strage di persone indifese a Gerusalemme, Tel Aviv. Il terrorismo non si giustifica mai neppure con la disperazione. I kamikaze sono dei fanatici quasi tutti studenti universitari benestanti. Comunque il terrorismo è sempre manovrato e finanziato non da poveri diavoli, deve essere condannato, smascherato, combattuto senza mezzi termini da tutte le persone che provano un minimo di pietà.

Cosetta Levi

 

Cari amici di Ha-Keillah,

Sono iscritto alla Comunità di Torino e seguo da anni, pur vivendo in Sicilia, il vostro bel giornale. Mi è piaciuta molto la lettera di Fiamma Bianchi Bandinelli ("I problemi mai risolti", H.K. n°4, Luglio–Agosto 2002); mi è piaciuta meno la vostra risposta.

Credo che, in particolare al punto 5 della vostra risposta, vi sfugga il problema principale: la risposta militare di oggi, che viene dopo anni di creazione di insediamenti nei territori, aiuta la ricerca di una pace giusta o non finisce invece per allargare il consenso alle componenti violente e integraliste tra i Palestinesi? Possibile che tanti ebrei della diaspora non riescano ad immedesimarsi nei sentimenti dei Palestinesi (dove è finito il Levitico 19, 18?) che più Sharon e i suoi generali "lavorano sporco" meno possono vedere Israele come un vicino anzichè un occupante?

Sul numero di luglio-agosto di Foreign Affairs, l’ex colonnello dell’IDF, Gal Luft, ci offre a questo proposito ampia e documentato materia di riflessione: sondaggi attendibili misurano nel tempo il consenso crescente, nell’opinione pubblica palestinese, per le bombe umane ("The Palestinan H.-Bomb"). E il consenso cresce con le rappresaglie di Sharon. Circa il "peccato originale" di Israele, il bel libro di L. Cremonesi (per la Giuntina) sui primi Kibutzim mi sembra sufficiente. L’utopismo dell’ebreo dello shtetl che vuol diventare contadino, compra dal latifondista arabo e caccia il "fellah", unito alle bombe dell’IRGUN: lì, in quegli anni si è gettato il seme del risentimento.

Certo, questo è ragionare col senno di poi. Ma è ragionare. Scusate la franchezza, ma tutto il vostro discorso sul paragone di Fiamma Bianchi Bandinelli tra le critiche a Berlusconi e le critiche a Sharon, invece, "che ci azzecca" col fatto che Fassino non è al governo con Berlusconi? A parte che Peres (e Rabin) hanno anch’essi praticato la politica degli insediamenti, quì il punto è la buona, vecchia distinzione tra Stato e Governo.

Criticare un Governo, a volte, serve ad aiutare uno Stato. Si può essere amici degli U.S.A. senza essere amici di Bush?

Un cordiale Shalom

Dino Levi

 

P.S. Su quest’ultimo punto, leggo su Repubblica di oggi (2 settembre) una bella intervista a A.B. Yehoshua.

 

 

Un nuovo gruppo dell’ebraismo progressivo

L’associazione Lev Chadash esiste da più di due anni; da qualche mese abbiamo, a Milano, anche una sinagoga in cui assicuriamo i servizi religiosi per gli Shabbathot e le feste.Facciamo parte dell’Unione mondiale dell’ebraismo progressivo (World Union of Progressive Judaism, WUPJ), la più grande organizzazione ebraica del mondo, che unisce tutte le sinagoghe progressive, liberali, ricostruzioniste e reform, vale a dire quell’insieme di orientamenti che in Italia viene definito "ebraismo riformato".A noi questa traduzione non piace, perché sembra indicare qualcosa di nuovo e di estraneo; siamo convinti che invece l’ebraismo sia sempre stato capace di ri-formarsi, di darsi nuova forma sia seguendo l’evoluzione del pensiero rabbinico e secolare, sia accogliendo stimoli e sollecitazioni di varia natura, anche provenienti dal di fuori dell’osservanza halachika.

In questo senso, pure se la Torà parla della schiavitù, la schiavitù è stata abolita; pure se l’halachà per lungo tempo ha permesso la poligamia, da diversi secoli non è più praticata; anche se il levirato è stato addirittura codificato, si tratta di una pratica ormai in disuso. Anche se per lungo tempo l’ebraico è stata la lingua delle funzioni, ogni siddur comprende preghiere, come il Kaddish, in aramaico, ovvero in vernacolo; e molti siddurim comprendono preghiere nelle lingue parlate degli ebrei del luogo.Le nostre funzioni prevedono, per esempio, sia canti in ebraico, seguendo le belle melodie del rito bené Romi, sia preghiere in italiano, intelleggibili a tutti.

Pure se in molte sinagoghe uomini e donne pregano separati, esistono Congregazioni come la nostra che proclamano anche nel culto l’uguaglianza tra i sessi, certi che anche il movimento per l’emancipazione della donna, all’interno del quale così tante ebree hanno avuto un ruolo rilevante, sia affine ai valori ed ai principi dell’ebraismo, perché ha rappresentato un passo verso la realizzazione "di un mondo di verità e giustizia".

Tutte queste ri-forme, questi mutamenti nella forma, accaduti nel corso della millenaria storia dell’ebraismo, non ne hanno però modificato il contenuto, vale a dire il riferimento alla Rivelazione sul Sinai, al Patto di Abramo, alla fede dei nostri antenati, alla speranza messianica.Questo è un contenuto che non abbiamo alcuna intenzione di "riformare"; e per questa ragione il nostro movimento in Europa si definisce "progressivo" e non reformed, "riformato", come nelle Americhe.

Siamo ebrei italiani; facciamo parte a pieno titolo della storia degli ebrei italiani, una storia che ha conosciuto, come mostrano i lavori di studiosi di chiara fama, anche le sensibilità verso le istanze ed i temi dell’uguaglianza e del progresso. Questi temi sono stati fatti propri dall’ebraismo progressivo all’epoca dei suoi esordi ottocenteschi, nell’epoca dell’Emancipazione; e probabilmente anche prima: ogni storia dell’ebraismo progressivo si apre esponendo le posizioni di Leon da Modena sulla mistica.In quanto ebrei italiani, siamo orgogliosi della storia dell’ebraismo in Italia; dei valori di tolleranza, laicità, separazione tra Stato e Chiesa, lotta ad ogni razzismo, che hanno sempre caratterizzato la vita comunitaria e che sono stati il modo più nobile di reagire ai secoli bui della reclusione e l’orrore del Novecento, trasformando la sopravvivenza in vita.Non vogliamo abbandonare ai musei questo patrimonio spirituale, di immenso valore per l’ebraismo intero, per l’Italia e per l’Europa.

Ma in tempi in cui si parla, spesso a sproposito, di globalizzazione e di fondamentalismi, è impossibile nascondersi che questo patrimonio rischia di scomparire; non solo perché la già labile continuità "etnica" dell’ebraismo italiano è stata modificata da ondate migratorie di famiglie ebraiche che provenivano da altri contesti, che si misuravano con realtà differenti da quella della nostra penisola, che vivevano la propria identità in una maniera differente rispetto a quella dell’ebraismo italiano.Ma soprattutto perché, parrà banale notarlo, l’Italia è entrata in Europa e gradatamente gli italiani si troveranno a trasformarsi in europei.Ciò vale anche per gli ebrei italiani; occorrerà fare spazio, nelle sinagoghe delle nostre città, nelle varie occasioni della vita comunitaria, a inglesi, francesi, sud e nordamericani.È inutile nascondersi che le comunità di quei Paesi hanno, a grande maggioranza, scelto la strada della Riforma; che le sinagoghe e le congregazioni in cui questi nostri correligionari sono stati educati e sono cresciuti, e alle quali a volte ritornano, sono sinagoghe e congregazioni non ortodosse, ma iscritte alla WUPJ, esattamente come noi di Lev Chadash.Sono comunità che non seguono la strada del fondamentalismo, dell’irrigidimento dogmatico, della chiusura rispetto ai temi ed alle istanze del mondo moderno.Un irrigidimento che, a torto, è stato messo in relazione con le ondate migratorie di cui sopra e che invece riguarda tutto l’ebraismo, perché riguarda tutte le religioni.Ma l’ebraismo non è solo questo irrigidimento recente.Esistono in tutto il mondo, e sono anzi la maggioranza, sinagoghe dove si prega anche in lingua, funzioni in cui le donne vengono chiamate a Sefer (sarà per questo che quelle funzioni sono più affollate di quelle ortodosse?), comunità basate anche sulla parità di diritti tra uomini e donne.

Noi crediamo che questa sia la risposta alla crisi di identità che sta attraversando l’ebraismo italiano, e che ci fa temere un futuro a tinte fosche; come ebrei progressivi, riteniamo che sia una mizwà rendere possibile l’educazione ebraica anche dei figli di matrimonio misto.E siamo convinti di questo, perché siamo ebrei italiani, e questa è stata, fino ad anni recenti, la prassi seguita dal rabbinato italiano.Riteniamo che la contrapposizione al mondo moderno, la chiusura rispetto alle istanze di uguaglianza e progresso (chiusura simboleggiata da chi vuole ridurre la donna al solo ruolo di madre) sia estranea ai valori dell’ebraismo; riteniamo che determinati atteggiamenti fondamentalisti – per esempio imporre norme di abbigliamento alle fanciulle – siano estranei ai valori dell’ebraismo, e piuttosto importati dal fondamentalismo cristiano di matrice protestante, dove vige il culto della Parola non interpretata, non passata attraverso l’esegesi rabbinica.

Sappiamo benissimo che vi sono gruppi ebraici che hanno questo genere di approccio e coltivano questo genere di identità monolitica; sappiamo che il loro status di ebrei non viene messo in discussione dal rabbinato italiano, pure se all’interno di questi gruppi vi è chi ha già messo in discussione ed abbandonato non alcune forme, ma uno dei principali contenuti dell’ebraismo: l’aspettativa messianica, e proclama che il Messia è già tra noi, seppure non più fisicamente.Non abbiamo nulla contro questo ebraismo; riconosciamo solo che non è il nostro, né è conforme alla consuetudine e alla pratica che regolano la vita degli ebrei italiani; a quella consuetudine, a quella pratica, a quei valori, noi facciamo riferimento.Pertanto chiediamo che ci sia spazio anche per noi all’interno dell’organismo che regola la vita comunitaria degli ebrei in Italia.Siamo ebrei a tutti gli effetti, vogliamo essere riconosciuti come tali.Da tempo chiediamo all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, di cui abbiamo seguito con vivo interesse il dibattito congressuale: cosa mai è l’"atteggiamento inclusivo" di cui si parla nelle mozioni conclusive, se non quello che noi proponiamo e che presenta il non trascurabile vantaggio di contrastare efficacemente l’assimilazione?

Associazione Lev Chadosh-Milano

 

 Eppure ci sono molti Ebrei "non religiosi" che ricorderebbero come primi valori le ricette della nonna, l’allegria del Seder, la storia degli Ebrei.Cose basse, insomma.Qui solo cose alte, altissime: la rivelazione, il patto, la fede, la speranza.Come sono religiosi questi Ebrei "non religiosi"!

A noi piacciono sinagoghe per tutti, dove all’ingresso non sia chiesto a ciascuno di dichiarare cosa è forma e cosa è sostanza, cosa si ri-forma e cosa no.Perché crediamo che il popolo ebraico sia uno.A noi piacciono le tefilloth in ebraico perché siamo in Europa e nel mondo e vogliamo che ogni Ebreo possa entrare in una sinagoga in qualunque paese, ritrovare subito i suoi canti e le sue parole, essere immediatamente parte del minian.Perché crediamo che il popolo ebraico sia uno.Hanno preghiere in italiano intelleggibili a tutti?Si saranno accorti di quanto sono insopportabilmente noiose.Davvero credono che il valore storico-sociale delle tefilloth sia e sia stato intenderne sempre il testo?

Dicono: la già labile continuità "etnica" dell’ebraismo italiano sta per scomparire.Contraddizione in termini.L’ebraismo italiano è semplicemente, in ogni istante, l’ebraismo degli Ebrei che vivono in Italia.Non possiamo accettare nessuna altra definizione.

Dicono: non abbiamo nulla contro questo ebraismo, riconosciamo solo che non è il nostro.Un sapore un po’ padano.Coltivano la loro aiuola di rose politically correct e gli altri Ebrei baluba continuino pure le loro tefilloth con la sveglia al collo e l’anello al naso.Ma vi pare una cosa di sinistra? Volete la rivoluzione?Studiate le strutture del potere, suscitate il consenso, occupate i gangli vitali, sovvertite l’ordine marcio e corrotto.Ma dal di dentro.E per tutti.Perché per noi il popolo ebraico è uno.

Vogliono essere rappresentati nell’Unione? Ma lo sono già.L’Unione rappresenta tutti gli Ebrei viventi inItalia, nessuno escluso.Ma l’Unione non è una federazione di partiti, non media tra opinioni o ideologie precostituite.L’Unione rappresenta tutti gli Ebrei senza chiedere preventivamente a nessuno cosa ritiene antico e cosa moderno, cosa è valore e cosa orpello.L’Unione rappresenta tutti, con metodo democratico, purché si iscrivano alla Comunità di residenza.Perché l’Unione pensa che il popolo ebraico sia uno.

Il fatto è che l’ebraismo è una gran brutta bestia, di cui innamorarsi, ma con qualche punta sgradevole.Ogni Ebreo matura e cresce misurandosi con l’ebraismo.L’ebraismo matura e cresce misurandosi con ogni Ebreo.Ritagliarsi un ebraismo a misura, dire che l’ebraismo è questo e quello e non è invece quell’altro o quell’altro ancora, per legge o per assioma o per evidenza, dà a tutta questa lettera degli amici milanesi un sapore dolcissimo di maestosa caramella.Invece l’ebraismo è una pietanza robusta, è la vita vera.Ed è un’esaltante ed emozionante gioco.

H.K.

 

  

Educazione: teoria e pratica

 

Care amiche e amici di Ha Keillah,

poiché seguo fedelmente da anni la vostra rivista, ho letto nell’ultimo numero (n.4, 2002) in gran parte dedicato al IV° Congresso UCEI, un articolo sull’educazione ebraica in Italia a firma Marta Morello Silva, dal titolo Non sprechiamo l’occasione. Vi si ricordano i contributi delle recenti iniziative sul tema (convegno di Montecatini, seminario in Israele, seminario di Roma del 9 giugno 2002), gli snodi e i passaggi essenziali confluiti nella relazione sulle attività del Dipartimento Educazione e Cultura, nonché nella mozione sull’educazione, al Congresso stesso.

A proposito dell’"educazione formale" Marta riferisce, senza commentarla, una frase che mi ha lasciata molto sorpresa: "Si comincia con un’indagine di tipo quantitativo, mai fatta prima d’ora (corsivo mio), che fornisca un quadro sufficientemente veritiero". Una frase che sembra segnalare la necessità e l’urgenza di affrontare con analisi di tipo quantitativo, anzitutto, e comunque con iniziative conoscitive analitiche e di ampio respiro i problemi dell’educazione ebraica in Italia.

Ricordo alla redazione e ai lettori di Ha Keillah, ma anche agli organismi dell’ebraismo italiano responsabili dell’educazione, che nel 1997 e nel 1998, rispettivamente, sono stati pubblicati a cura della sottoscritta due volumi collettanei: E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica in Italia dalle leggi razziali ad oggi (Giuntina), e Presto apprendere, tardi dimenticare. L’educazione ebraica nell’Italia contemporanea (FrancoAngeli), frutto di circa otto anni di lavoro di un’équipe di ricercatori, universitari e non, ebrei e non, da me coordinata, che non senza fatica ha prodotto la prima sistematica (pur se certo non esaustiva) analisi quantitativa e qualitativa sull’educazione ebraica in Italia dall’inizio del Novecento ad oggi. Mi piace ricordare chi ha condiviso con me quella fatica facendo parte del gruppo di ricerca: Giulio Disegni, Silvia Guetta Sadun, Emanuela Trevisan Semi, Sigrid Sohn, Giovan Battista Novello Paglianti, Annalisa Pinter, Jael Kopciowski, Monica Miniati, tutti apprezzati studiosi del mondo e della cultura ebraica. Il secondo volume citato, poi, raccoglie, oltre a scritti dell’équipe di ricerca, anche le relazioni e gli interventi tenuti al Convegno Internazionale sull’educazione ebraica in Italia da me organizzato all’Università di Verona nell’ottobre del 1995, di cui ha gentilmente dato ampia notizia anche il vostro giornale nel n.5 dello stesso anno. E dunque vi compaiono, tra gli altri, gli scritti di Amos Luzzatto, Mino Bahbout, Riccardo Di Segni, Davide Nizza, Benedetto Carucci, Clotilde Pontecorvo e della stessa Marta Morello Silva.

Ricordo anche che la ricerca, sostenuta finanziariamente dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, ha goduto del patrocinio dell’UCEI, e che la fase di indagine sul campo è stata preceduta da una lettera inviata dall’allora Presidente Tullia Zevi a tutte le Comunità con l’invito a collaborare adeguatamente nella raccolta dei dati.Il gruppo di ricerca, trovando buona accoglienza, ha preso contatti con i responsabili comunitari e i responsabili e docenti delle scuole su tutto il territorio nazionale e ha effettuato numerose visite, in particolare nelle comunità fornite di scuole e/o di Talmud Torà, in modo da produrre non solo analisi e valutazioni di tipo quantitativo-statistico (ampiamente documentate e commentate in particolare nel primo libro, corredato di ben 11 pagine di tabelle riassuntive dell’andamento numerico e della distribuzione statistica della popolazione scolastica nei trent’anni che vanno dall’a.s. 1962-63 al 1992-93, per ordini di scuola e per comunità), ma anche analisi di tipo più qualitativo, in profondità, almeno per alcune significative situazioni.Anche considerando solo l’aspetto quantitativo, ritengo – senza, credo, peccare d’orgoglio – che la nostra ricerca possa rappresentare un punto fermo e ineludibile, come del resto è stato riconosciuto non solo nelle recensioni apparse su quotidiani e periodici (tra cui Rassegna Mensile d’Israel, Shalom, ecc.) ma anche in occasione delle presentazioni della ricerca e dei suoi risultati (avvenute, tra l’altro, nel Colloque Européen "Le juifs dans l’Europe d’aujourd’hui et de demain" di Parigi, nella Comunità di Torino, in quella di Venezia, a Séfér – Fiera del libro ebraico a Milano nel maggio del 1998, dove il primo libro è stato presentato e discusso con Sergio Della Pergola, che ha mostrato più volte, citandola anche nel suo contributo al II° vol. di Gli ebrei in Italia, della Storia d’Italia-Annali di Einaudi, il suo apprezzamento per la nostra ricerca).

Si può certo discutere dell’attendibilità dei dati statistici, e del resto noi stessi in molti casi abbiamo parlato, com’è necessario, di stime.Si possono anche rilevare e discutere eventuali lacune e prevedere indispensabili aggiornamenti.Ma credo non si possa discutere della fonte di provenienza dei dati, che tuttavia abbiamo sempre cercato di integrare attraverso comparizioni con altre fonti, anche a livello internazionale.Tantomeno mi sembra opportuno ignorare completamente, come sembra essere avvenuto, un’attività già realizzata, il cui spirito era tra l’altro proprio quello di stimolare, interloquire e collaborare entro un comune terreno di iniziativa. In subordine mi chiedo e chiedo: ammesso che la nostra ricerca non sia stata del tutto dimenticata, l’annotazione "un quadro sufficientemente veritiero" si riferisce all’attendibilità dei dati oppure alla loro interpretazione?

L’aspetto che mi interroga di più non è tanto l’aver visto sprecare un’occasione, dal momento che si è deciso di trascurare quel poco o tanto di contributo che la nostra ricerca, pur con i suoi limiti, può aver dato per la conoscenza dell’educazione ebraica in Italia, per la possibile messa a fuoco dei suoi problemi e delle sue risorse (rilevo, tra parentesi, che molte considerazioni e passaggi progettuali sintetizzati nell’articolo di Marta erano già presenti al Convegno di Verona e nelle due pubblicazioni citate, fermo restando il necessario aggiornamento dei dati, e, perché no, un’auspicabile ulteriore discussione sulla validità delle interpretazioni avanzate).Ciò che mi interroga è invece la tendenza all’autoreferenzialità che ancora noto come stile di approccio ai problemi e alle conseguenti decisioni e soluzioni all’interno dell’ebraismo italiano nei confronti dell’esterno (hanno ancora senso queste categorie?) e anche all’interno delle singole comunità, nel rapporto con le altre.Una tendenza che porta con sé il rischio di ricominciare sempre da zero.Il nostro progetto di ricerca mirava certo a colmare un vuoto di conoscenza, ma è stato fin dall’inizio mosso dal desiderio di avviare uno stile di scambio, di confronto, di co-costruzione: tra Università e mondo dell’educazione, tra componenti non ebraiche e componenti ebraiche che a diverso titolo nel nostro Paese hanno a cuore i problemi dell’educazione e delle nuove generazioni, nella consapevolezza che una civiltà più alta, fatta necessariamente di convivenza interculturale e di scambio tra differenze, di cui si sente un grande bisogno, si crea giorno per giorno, maturando capacità di attenzione, di reciproco ascolto e di reciproco apprendimento.Come del resto la tradizione ebraica ha sempre sostenuto.

Con stima e amicizia

Anna Maria Piussi

 

Il tono della lettera di Anna Maria Piussi mi induce a credere che sia stato ampiamente frainteso il senso del mio articolo.

L’autrice descrive con minuzia di particolari il lavoro di ricerca svolto qualche anno fa sotto la sua direzione.

È facile allora riconoscere ed evidenziare le essenziali differenze tra quanto raccontato nel mio articolo e quanto descritto nella lettera di Anna Maria.

Da una parte una ricerca accademica di notevole ampiezza ed importanza condotta da studiosi e docenti universitari, dall’altra un lavoro operativo che ha impegnato continuativamente ed in prima persona un ampio numero di insegnanti e responsabili delle scuole ebraiche ed ha permesso di individuare il panorama dei diversi stili didattici attraverso discussioni serrate e confronti sulle attività impostate

Da una parte un’analisi teorica, dall’altra la definizione di un possibile curricolo nazionale costruito sulle esperienze concrete di tutti, ancora in corso di elaborazione.

Infine il nodo della questione: da una parte il mondo accademico, dall’altra l’Ucei, l’organismo che rappresenta gli ebrei italiani, che insieme alle Comunità Italiane ha voluto il progetto ed ha fornito le risorse di persone e di denaro.

Vale inoltre la pena di aggiungere che gran parte dei personaggi citati nella lettera ed operanti nelle scuole e nella formazione ebraica ha partecipato attivamente e continuativamente ai lavori, e, per quanto ne so, nessuno ha mai esplicitato le perplessità espresse nella lettera di Anna Maria.

Mi rende e preoccupata, invece, la conclusione della lettera.

Mi sembra infatti che Anna Maria faccia un salto logico tra la prima parte lettera e la conclusione. Il ragionamento parte da un’ osservazione molto concreta sulla quale si può pacatamente ed amichevolmente ragionare e discutere.

Da qui si sposta poi su un altro piano con considerazioni di carattere generale che criticano un presunto modo di affrontare i problemi dell’ebraismo italiano e delle Comunità e che rilevano le difficoltà che gli organi ebraici italiani hanno di porsi in relazione con l’esterno. Si parla infatti di "autoreferenzialità" come stile nell’affrontare i problemi rilevando la necessità invece di tener conto dell’aspetto interculturale della nostra società, la convivenza,le differenze, ecc.ecc.

Trovo curioso e molto strano che una studiosa di provata serietà scientifica si lasci trascinare a formulare giudizi quantomeno affrettati e francamente inopportuni sulle scelte di politica culturale dell’ebraismo italiano.

Ritengo importante ricordare che l’Ucei è governata da un consiglio eletto democraticamente dal congresso dei delegati che rappresentano tutti gli ebrei italiani. Attraverso le mozioni votate si determinano le scelte culturali e politiche su cui il consiglio si impegna ad operare. Il nostro lavoro nei suoi obiettivi e nelle sue modalità è stato il risultato di tutto questo.

Siamo anche ben consci, tutti noi che abbiamo lavorato, di aver imboccato una delle strade possibili, non certamente l’unica, e siamo pronti a modificarla sulla base di critiche fondate e costruttive.

Marta Morello Silva