Lettere
Il mondo e l’Occidente
Nel suo editoriale del numero scorso "Prigionieri del terrorismo" David Sorani sostiene tra l’altro: "Anche l’auto-fustigazione che spinge molti a ritenere la civiltà occidentale la prima ancorché indiretta responsabile delterrorismo è in fondo una manifestazione della paralisi che attanaglia un mondo impreparato ad una logica perversa, è un moto di inconsapevole difesa rispetto a scenari sconvolgenti: dire "siamo stati noi a provocare questaviolenza" contribuisce a disinnescarne in parte la carica oscura e irrazionale, rivelando un malcelato e inconfessabile senso di superiorità dell’Occidente "cattivo maestro". E invece il terrore è lì, davanti a noi, intorno a noi, ed è basilarmente altro da noi. Se anche è in parte vero che il mondo occidentale lo ha fomentato e favorito con la colonizzazione politica ed economica delle aree sottosviluppate, occorre comunque aprire gli occhi e considerarlo per quello che è, un mostro estraneo, di cui è importante conoscere le origini e il progetto distruttivo, per riuscire finalmente a debellarlo o quanto meno a combatterlo".
Ho ripensato a queste parole leggendo su Repubblica l´introduzione di Giovanni Sartori al libro di Luciano Pellicani "Jihad: le radici", in cui l’autore si rifà nella sua analisi del fenomeno fondamentalista alla monumentale opera "A study of history" dello storico inglese Arnold Toymbee, rilevando giustamente come quest’opera anticipi i temi dello scontro di civiltà oggi all’attenzione grazie all’opera di Samuel Huntington e ai fatti che sembrano confermarla. Sartori però, errando, attribuisce a Toymbee una posizione equidistante tra occidentali e non e questo per sostenere alla Huntington che il problema principale è l’odio degli islamici verso di noi, così non è, come si evince dall’analisi di un testo, "Il mondo e l’occidente", che raggruppa le conferenze del grande storico alla BBC sui temi trattati negli ultimi quattro volumi di A study of history. Toymbee sostiene tra l’altro: "Nell’incontro fra mondo e Occidente, in corso ormai da quattro o cinque secoli, la parte che ha vissuto un’esperienza significativa è stata finora il resto del mondo non l’Occidente. Non è stato l’Occidente a essere colpito dal mondo; è il mondo che è rimasto colpito – e duramente colpito – dall’Occidente... L’occidentale che voglia affrontare quest’argomento dovrà provarsi, per qualche minuto, a uscire dalla nativa pelle occidentale e guardare l’incontro tra mondo e Occidente con gli occhi dell’umanità non occidentale, che costituisce la grande maggioranza. Per quanto diversi possano essere gli uni dagli altri i popoli non occidentali in fatto di razza, lingua, civiltà e religione, se un occidentale chiederà loro che opinione abbiano sull’Occidente ne riceverà sempre la stessa risposta: russi, musulmani, indù, cinesi, giapponesi e tutti gli altri saranno in ciò perfettamente concordi.
"L’occidente, essi diranno, è stato l’aggressore capitale dei tempi moderni e ciascuno gli potrà rinfacciare la propria esperienza di tale aggressione". Il testo è del primo dopoguerra e quindi si confronta con la guerra fredda: "L’allarme e la collera provocati dai recenti atti di aggressione russa e cinese ai danni dell’Occidente provano che, per noi occidentali, è tuttora strano e inconsueto patire dal mondo ciò che il mondo ha patito dall’Occidente per vari secoli trascorsi". Ricorda qualcosa? Ma Toymbee va oltre in quest’analisi e mette in luce come i mezzi ma anche le idee con cui il mondo orientale si ribella all’Occidente siano di matrice occidentale: "Il comunismo è dunque un arma; e come le bombe, gli aeroplani e i cannoni, è un’arma di origine occidentale". Stesso discorso si può fare oggi per l’odio antioccidentale degli islamisti, come ricordano in un recente saggio "Occidentalismo, l’Occidente agli occhi dei suoi nemici" Ian Buruma e Avishai Margalit (professore israeliano). "Se non comprendiamo l’origine dell’odio verso l’Occidente non possiamo sperare di fermare la distruzione dell’umanità", dicono Buruma e Margalit. E mostrano che molte delle pessime idee che formano la "miscela tossica" di quell’odio, che con il terrorismo di Al Qaeda diventa azione militare, sono nate in casa nostra. E adesso, che cosa sono diventate? "Quella che abbiamo raccontato in questo libro non è la storia manichea di una civiltà in guerra con un’altra. Al contrario, è la storia di una contaminazione incrociata di cattive idee...Ciò che abbiamo chiamato "occidentalismo" è il quadro disumanizzato dell’Occidente che tratteggiano i suoi nemici, e nel nostro saggio ci proponiamo di esaminare questo nodo di pregiudizi, rintracciandone le radici storiche. È chiaro che non possono essere spiegati come un problema specificamente islamico". Cioè l’islam radicale ha sfruttato idee maturate nella critica interna all’Occidente alla modernità capitalistica sia di stampo emancipatorio che reazionario, riallacciandosi certamente più a quest’ultimo, ma il rifiuto di un modello che implica sfruttamento e alienazione è parte anche di quella cultura critica occidentale cui tanto ha dato anche il mondo ebraico, bastino i nomi di Adorno, Benjamin o la stessa Arendt, che nel tanto a sproposito citato "Le origini del totalitarismo" descrive il colonialismo e l’antisemitismo come prodotti omologhi di questo modello occidentale. Queste analisi non giustificano il terrorismo, perché, pur condividendo l’esigenza di combatterlo, se scopriamo che è principalmente nostra la responsabilità del fenomeno, allora anche i metodi per contrastarlo saranno diversi da quelli di chi ci vede contrapposti a "mostri totalmente altri da noi" e punteranno soprattutto al dialogo, all’incontro con l’altro, al perseguimento di una giustizia condivisa.
Andrea Billau
È lecito adoperare divieti della Torah per fare politica?
Molto è stato scritto, a proposito e a sproposito, sul "caso Buttiglione" anche in ambiente ebraico. Pertanto non mi soffermerò più di tanto sui fatti in sé. Il rapporto fra religione e politica è sempre stato problematico e finora non ha trovato una soluzione adeguata e definitiva. Mi limiterò a dire che da ambo le parti a confronto c’è stato un atteggiamento di superficialità. Da parte dei cosiddetti "laici" è puerile pensare che, se uomini di fede (non ecclesiastici) ritengono opportuno scendere nell’agone politico per via democratica, determinate idee non abbiano diritto di cittadinanza in un Parlamento soltanto perché "ispirate". L’esponente cattolico, dal canto suo, ha sottovalutato il fatto che le arene politiche all’estero sono su certi temi assai più smaliziate rispetto all’Italia, dove l’attitudine al "compromesso storico" alla fine vince sempre, in quanto anche la maggior parte dei più indiavolati ex-comunisti nostrani è pur sempre battezzata, cresimata, e ha seguito il catechismo. Ovvero, ha fatto il Bar Mitzwah.
Ma è di altro che voglio parlare. C’è un equivoco che ricorre spesso in casi come questo, ed è riemerso con chiarezza in uno scritto molto recente. Esso commentava le esternazioni di Buttiglione a proposito dell’omosessualità in sede di Commissione Europea, affermando che pur sempre conviene agli Ebrei Italiani sostenere i diritti degli omosessuali nell’ambito della difesa delle minoranze. Ammesso e non concesso che gli omosessuali possano dirsi una minoranza nel senso politico del termine (possiamo davvero paragonarli, per tradizione storica e identità "culturale", non dico a noi Ebrei, ma agli Armeni, o ai Curdi?), l’accostamento è decisamente fuori posto per ragioni ancora più serie.
Possiamo comprendere le scelte individuali che ciascuno di noi compie nella sfera delle relazioni intime, e fino ad un certo punto persino rispettarle, ma l’omosessualità è proibita dalla Torah in modo categorico, non solo per noi Ebrei, ma anche per i Noachidi. Vi è un passo del Talmud in cui si accenna in tono di condanna assoluta, senza "se" e senza "ma", all’ipotesi di una Ketubbah o di un contratto "matrimoniale" per questo tipo di rapporti. Non è pertanto pensabile che i nostri dirigenti, spinti sia pure solo da ragioni di convenienza politica, cavalchino nel nome dell’Ebraismo tematiche di questo genere.
È noto che, nostro malgrado, ci si aspetta da noi Ebrei anzitutto una difesa dei valori. Preoccupati come ci dichiariamo dell’immagine che del popolo ebraico si diffonde nel mondo, non ci fa certo onore aprir bocca per difendere chi non solo assume in privato comportamenti contrari alla Torah e all’etica, ma se ne fa anche una bandiera. In questi casi diremo piuttosto, con i Pirqè Avòt, lo matzàti la-guf tov ellà shetiqah: "il silenzio è d’oro".
Rav Alberto Moshe Somek