Libri
L’Italia ebraica del secondo dopoguerra
Guri Schwartz, "Ritrovare se stessi", Laterza 2004, p. 262, 18 euro
"L’Italia ebraica che non conoscevamo" potrebbe essere un sottotitolo efficace al bel libro di Guri Schwartz che di per sé non sembrerebbe un titolo caratterizzante per quanto vuole in realtà rappresentare, se non fosse integrato dal sottotitolo "Gli ebrei nell’Italia postfascista".
Il volume di Schwartz, giovane storico milanese impegnato in attività di ricerca presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Pisa, è infatti, ma non solo, un’attenta ricostruzione dall’interno del mondo ebraico italiano al di là del secondo conflitto mondiale. Un mondo che si è appena lasciato alle spalle la tremenda pagina delle leggi razziali e dei campi di concentramento e che sta cercando di riemergere, con tutti i problemi, le ferite, i dibattiti, le ansie e le speranze in un futuro migliore.
Guri Schwartz indaga, e indaga con intelligenza e acume, per restituirci il clima, le posizioni e il fermento che pervadono la società ebraica italiana all’indomani di una delle pagine più devastanti della sua storia.
Qual è l’angolo visuale in cui si pone l’autore? Sicuramente possono individuarsi due differenti, e nello stesso tempo complementari, profili: quello dell’ebraismo ufficiale, ossia delle istituzioni, degli enti e degli organismi che caratterizzano l’Italia ebraica e quello degli ebrei, ossia delle entità che compongono la comunità ebraica italiana.
Il metodo che segue Schwartz è così quello dello storico e del ricercatore che si è letto una mole non indifferente di documenti e di verbali, di corrispondenza e di delibere contenute negli archivi dell’Unione delle Comunità, o di singole Comunità o istituzioni ebraiche, ma è anche il metodo dell’interprete che vaglia, studia e trae delle sue conclusioni personali sulla storia, sul pensiero e sugli orientamenti degli ebrei italiani, dal momento della ricostruzione delle Comunità dopo la guerra e della nascita dello Stato d’Israele.
Il motivo prioritario che muove la ricerca e la riflessione sulla condizione ebraica dell’Italia postfascista sembra essere la consapevolezza che la pur esigua minoranza ebraica ricopra una sorta di ruolo di mediazione culturale su due dei grandi eventi della storia del Novecento: la memoria della Shoah e la questione mediorientale.
E sono gli eventi che paiono caratterizzare tuttora, come per tutto il sessantennio trascorso da allora, il grosso della diaspora italiana, concretizzandosi come "due degli aspetti più visibili e rilevanti in cui si manifesta l’identità ebraica contemporanea", come osserva lo stesso autore.
Lo spazio temporale cui Schwartz dedica le sue maggiori attenzioni è quello relativo al quinquennio 1943-1948, periodo di transizione e di grandi mutamenti tanto nell’organizzazione della vita comunitaria, quanto nello strutturarsi dell’identità collettiva del gruppo ebraico.
È qui che ritroviamo un’attenta disamina dei processi interni alle istituzioni ebraiche e comunitarie dell’epoca, della formazione dei nuovi gruppi dirigenti e dei rapporti che la comunità italiana intesse con il nascente Stato d’Israele e soprattutto con l’idea del sionismo. Ma anche una fotografia importante sull’associazionismo ebraico giovanile, sui movimenti che si costituirono nel dopoguerra, sulla loro intrinseca vivacità e sulla spinta che diedero all’ebraismo tradizionale e all’establishment comunitario.
Sono pagine importanti che ci restituiscono opinioni, sensazioni, scontri e divisioni, utili per comprendere anche l’attuale condizione dell’Italia ebraica, che affonda necessariamente le proprie radici nel dibattito della ricostruzione, un po’ come l’Italia contemporanea è costretta a fare i conti con la nascita dell’Italia repubblicana.
La ricerca di Schwartz, pur con riflessioni sui decenni successivi, si ferma ai primi anni Sessanta, per le difficoltà di accedere per i periodi successivi a gran parte del materiale documentario o agli archivi comunitari. Ma la prospettiva che getta è più ampia, perché tende a indagare, attraverso il periodo del postfascismo, le identità individuali e collettive degli ebrei d’Italia.
Una seconda parte del libro, intimamente connessa alla prima, va a indagare più specificatamente il mondo della memoria.
Memoria della persecuzione fascista, studiata attraverso le testimonianze dei sopravvissuti e la posizione della dirigenza ebraica italiana, ma anche con un occhio di riguardo al punto di vista dell’Unione delle Comunità relativamente alla storia dell’antisemitismo fascista.
Ma la riflessione va oltre, a cercare di comprendere quanto le persecuzioni abbiano influito sul carattere e sulla maturazione della minoranza ebraica, sul suo progressivo reinserimento nella società esterna, sui legami che si crearono all’interno delle Comunità, sulla "nuova coscienza ebraica", per dirla con Isaac Deutscher.
E ancora, la nascita dello Stato d’Israele, con il vivace dibattito sul significato e sulla sfida del sionismo, costituiscono momenti cardine nei meccanismi di "autorappresentazione degli ebrei", oggetto di particolare attenzione da parte dell’autore, teso a dare un quadro identitario degli ebrei italiani attraverso alcuni percorsi fondamentali cui s’è fatto cenno, ossia la memoria di un passato che non passa e Israele, mito e realtà su cui gli ebrei continuano a interrogarsi, a soffrire e a vivere emotivamente il proprio ebraismo.
Sullo sfondo, il sionismo e il ruolo della comunità ebraica nella società esterna e nella vita dell’Italia repubblicana.
Giulio Disegni
Una giustizia attesa...
Edith Bruck, Lettera da Francoforte, Oscar Mondadori, pagg. 150, 7,40 euro
"Sette paia di scarpe ho consumato, di tutto ferro per te ritrovare,
sette verghe di ferro ho logorato, per appoggiarmi nel fatale andare,
sette fiasche di lacrime ho colmate, sette lunghi anni di lacrime amare...".
Questa novella, narrata dalla nonna di Carducci nella poesia "Davanti a S. Guido", ritorna alla mente leggendo l’ultimo scritto di Edith Bruck intitolato "Lettera da Francoforte". Si tratta di un testo breve, sintetico, impastato di umanità, tremendamente efficace, dove ogni parola è essenziale, ogni aggettivo non è superfluo. Ma di cosa ci parla la grande scrittrice? Della cocente sofferenza, del rinnovato dolore che ha provato la protagonista, Vera Stein, nell’ultima esperienza, quella "burocratica", per ottenere un misero risarcimento cui ha diritto, a seguito dell’internamento nel Campo di sterminio di Auschwitz.
Lei, donna sensibile, estremamente riflessiva, ha il coraggio di mettere in piazza se stessa, di raccontare sentimenti, dolori, disagi, pensieri intimi, provati nel lungo iter per ottenere un legittimo risarcimento e che nel corso degli anni si è trasformato in una battaglia contro il modo di pensare e di agire degli uffici pubblici o privati che, utilizzando leggi e regolamenti, trattano materie umane come fossero semplici numeri, fogli di carta, fascicoli numerati in corso di "lavorazione", fuori dal tempo.
"Per esser contenti a volte basta un niente, uno sguardo benevolo, magari immaginario" – annota all’inizio del libro, anticipando le sensazioni, le esigenze espresse in varie forme nelle pagine successive.
Due amiche, ben differenti tra loro quanto a natura e carattere, sono accanto a Lei, sembrano aiutarla nell’impresa estenuante finalizzata ad avere un contatto umano con coloro che "dall’altra parte" muovono le carte, le esaminano, richiedono in modo estenuante sempre nuove integrazioni di documenti, li giudicano, li movimentano da una scrivania all’altra, da un piano all’altro di un incredibile edificio senza mai consentire di avere la sensazione di essere prossimi alla conclusione. Sette anni di rinvii, di attese !
Il racconto procede in modo avvincente, malgrado l’aridità della materia, assumendo tinte e suspense quasi fosse un giallo. Il lettore attende di sapere, in questo caso, non certo chi è l’assassino, ma perché la conclusione viene sempre rimandata. Le osservazioni che qua e là si trovano sono ricche di umanità, sono esposte in modo garbato, naturale, impercettibile, spesso introdotte per inciso o attraverso efficaci espressioni(ad es. "essere scomoda nella propria pelle"). Parlando dell’età piena la definisce quella "quando tutto sembra possibile e si è ricchi di futuro". La protagonista non è religiosa, ma certi elementi tradizionali della sua famiglia sono ancora ben vivi dentro di lei.
Lo Shabbat, ricordato dall’Autrice, è scolpito in quattro righe mediante il ricordo dell’accensione delle candele da parte di sua Madre, al venerdì sera, e il profumo del brodo di pollo da lei scodellato secondo un ordine gerarchico rispettato e rispettoso di un’educazione secolare: prima al papà, poi, "misurato bene col mestolo secondo l’età, il sesso dei figli, più ai maschi, meno alle femmine".
Malgrado il suo desiderio di fuga dalle feste ebraiche, ricorda con nostalgia quelle tovaglie damascate che ornavano i tavoli nelle grandi occasioni, i bocconi di pane bianco intrecciato e benedetto da suo padre.
Il rapporto con il marito, goy, è sereno e benefico, improntato a comprensione e rispetto, dolcezza e amore profondo. Lui vorrebbe evitarle tensioni, dispiaceri rabbie, umiliazioni e perciò cerca ad ogni difficoltà di dissuaderla dal proseguire nella sua titanica, dolorosa impresa. Ma lei insiste, mossa da un’esigenza pressante non certo di pietà, ma di giustizia o forse più semplicemente di umanità, e quindi pur conscia del prezzo morale da pagare, intende lottare fino in fondo, sostenuta anche dal parere dell’unico fratello, David.
Un breve intervallo per riprendere forze, una settimana ad Ischia costituisce un’occasione per offrirci un quadro meraviglioso dell’isola e dei suoi isolani, per farci provare quell’atmosfera che si respira soltanto là e che contrasta con il vivere quotidiano.
Come un autentico giallo, come un thriller che si rispetti, nelle ultime pagine si assiste a un vero e proprio colpo di scena che in questa sede non è bene svelare (ma che lascia la bocca amara!).
Al termine della lettura rimane un incredibile sapore di sentimenti contraddittori, una voglia di reagire, di rimettere le cose a posto, di comportarsi nella vita come esseri umani, rifiutando comunque la parte di automi burocrati. E non fosse altro, il libro di Edith Bruck ha, tra gli altri, questo grande, grande merito, per il quale dobbiamo esserle grati.
Renato Jona
La Nebiolo - Una storia di imprenditoria ebraica piemontese
Non esiste torinese, soprattutto se in età non giovanissima, cui al nome Nebiolo non venga immediatamente associato il ricordo di quella che fu una delle grandi realtà industriali della città, famosa in tutto il mondo per la sua produzione di macchine e di caratteri da stampa.
Pochi oggi sanno invece che alla fondazione ed allo straordinario sviluppo che la Nebiolo ebbe sul finire dell’ottocento e nei primi decenni del novecento, dettero un fondamentale contributo imprenditori ebrei provenienti da diverse comunità piemontesi.
L’artigiano Giovanni Nebiolo, che nel 1878 aveva acquistato una vecchia fabbrica torinese di caratteri tipografici, nel 1880 si associa infatti con Lazzaro Levi di Nizza Monferrato e costituisce la "Nebiolo & Comp."; Nebiolo è socio di maggioranza.
Otto anni dopo entrano in società Giuseppe Levi (fratello di Lazzaro), Benedetto Foa (suocero di Giuseppe Levi) e Giuseppe Bedarida; la famiglia Levi/Foa acquisisce la maggioranza del capitale sociale e all’originale produzione di caratteri tipografici viene affiancata quella delle macchine per tipografia.
La vicenda storica della Nebiolo è l’oggetto di un accurato studio effettuato da un gruppo di ricercatori coordinati da Lino Tavano e raccolto in un bel volume di Giorgio Di Francesco dal titolo Torinesi di Carattere: LA NEBIOLO, un’industria ed i suoi uomini, Lupieri Editore 2004, pagg. 403, 43,00 euro. Lino Tavano è un ex dipendente della società, che con questo meritorio e impegnativo lavoro non solo ha testimoniato il grande attaccamento alla "sua" azienda, ma ha permesso che la memoria di una vicenda industriale così rilevante e sotto molti aspetti così travagliata, non andasse perduta.
Si tratta di una ricerca ponderosa, durata parecchi anni e di cui Ha Keillah ha già avuto modo di occuparsi, ospitando al suo esordio, un articolo che pubblicizzava l’iniziativa, come puntualmente ricordato dal curatore nella premessa al volume.
Nel 1891 Giovanni Nebiolo viene liquidato dai suoi soci che diventano così proprietari esclusivi dell’azienda. Nel 1899 entrano nella compagine societaria altri soci, definiti dall’autore "grandi dell’imprenditoria e della finanza piemontese" tra cui Celestino Debenedetti e nel 1902, alla morte del fondatore Giuseppe Levi, il torinese Donato Bachi sale ai vertici amministrativi della società.
Il libro percorre quindi la storia della Nebiolo, che si snoda attraverso tutto il ventesimo secolo: una storia che si può definire paradigmatica, in cui sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano le vicende della grande industria del nostro paese: le lotte operaie, le riconversioni dei periodi bellici, la fascistizzazione degli assetti sociali e dirigenziali, l’alternarsi tra periodi di espansione e periodi di crisi, le pagine eroiche della resistenza opposta dagli operai durante l’occupazione nazista, il periodo del CLN, il ritorno alla normalità e poi gli anni del boom, l’autunno caldo, l’ingresso e poi l’uscita della Fiat dal capitale sociale e via nel tempo fino alla crisi irreversibile che negli anni ‘90 ha praticamente scritto la parola fine alla storia di questa azienda che era riuscita a far conoscere ed apprezzare il marchio "Nebiolo" in tutto il mondo.
Ma altrettanto paradigmatica è l’evoluzione del modo di rapportarsi con l’ebraismo da parte dei protagonisti di questa storia, col trascorrere del tempo e col succedersi delle generazioni: Del fondatore Lazzaro Levi, deceduto nel 1911 viene riportato il necrologio pubblicato su "Il Vessillo Israelitico", in cui, tra l’altro si legge: " La posizione elevatissima che aveva saputo conquistarsi nel ceto industriale della nostra città, la doveva a se stesso: alla propria operosità instancabile, alla geniale iniziativa, all’ingegno pronto e vivace...... La prima giovinezza egli la trascorse nella sua città natale, Nizza Monferrato, ove il padre, Rabbino Graziadio, dirigeva quella comunità. Alla morte del venerato genitore, egli, col fratello, venne a Torino, ove si dedicò con attività agli affari e dette vita e vigore alla Società Nebiolo e Comp. che è vanto dell’industria nazionale..... Religioso di sentimenti, lo vedevamo spesso al sacro tempio devotamente pregare: e lo cercavamo con gli occhi al suo solito posto, anche la mattina del sabato, secondo giorno di Pentecoste...... In quell’ora, invece, ci giunse la triste notizia della sua scomparsa: e dal rimpianto di tutta la Comunità, dal dolore di quanti ebbero la fortuna di avvicinarlo....... noi possiamo misurare lo strazio della famiglia da lui adorata,.... della sua compagna Signora Emma Guastalla.... e della vastissima famiglia di lavoratori che tanto lo amavano". Sono trascorsi poco più di vent’anni e il di lui nipote Avv. Mario Graziadio Levi, nel 1934 subito dopo l’avvento del fascismo, decide di battezzarsi, "cattolizzarsi", come scritto nel libro; decisione che si rivelerà poi inutile perché nel 1941, malgrado la discriminazione ottenuta a seguito dell’avvenuta abiura "la presidenza della Nebiolo, con la piena adesione del C. di A., impone in forma violenta a Mario Levi Graziadio le dimissioni". (C. di A. di cui ovviamente, nel frattempo, il controllo era stato saldamente assunto da personaggi fedelissimi del regime).
E questo è il modo amaro con cui si conclude la "presenza ebraica" all’interno degli assetti proprietari e dirigenziali della Nebiolo.
T. L.
Un Camilleri veneziano
Roberto Bassi, Scaramucce sul lago Ladoga, Sellerio Editore, Palermo, pagg. 173 9,00 euro
Quando si scopre in libreria l’ultimo libro edito da Sellerio, il cui formato è tradizionalmente tascabile e mostra l’inconfondibile colore blu scuro, si è indotti davvero a credere che Roberto Bassi, l’Autore di: "Scaramucce sul lago Ladoga", sia il nuovo Camilleri lagunare.
Ma, anche se il best seller è articolato come un giallo, i lettori proveranno ben altra sensazione. Il Prof.Roberto Bassi (meglio conosciuto tra gli amici come Roby) ha scritto un thriller raccontando se stesso, la storia della sua vita all’epoca delle leggi razziste, soffermandosi sui percorsi di fuga e le relative tappe, i travestimenti, i pericoli passati, i suoi pensieri di bimbo dodicenne, le paure. Con tanta vivacità emergono le descrizioni dei componenti la sua famiglia, quelli che si sono salvati dall’eccidio e quelli che purtroppo non hanno fatto ritorno dai campi di sterminio.
Ogni storia di questo genere, com’è noto, è un romanzo a sé; e se oggi qualcuno ha potuto scrivere, raccontare, ripercorrere mentalmente l’itinerario di "allora", annotando la presenza di una serie di miracoli che si sono susseguiti dall’inizio della persecuzione spietata all’ebreo da parte di fascisti e nazisti fino alla Liberazione, lo si deve soprattutto all’aiuto offerto da persone coraggiose, per lo più disinteressate, comparse al momento opportuno.
Roberto Bassi, dopo 60 anni, ha sentito il desiderio (o il dovere?) di aggiungere la sua alle altre testimonianze, di dirci quali traversie ha superato, quali circostanze hanno consentito a lui e alla sua stretta famiglia di eludere la feroce caccia all’ebreo, quali persone hanno tempestivamente aiutato la sua famiglia.
Sì, dopo 60 anni ha voluto ripercorrere, in modo organico, quei sentieri che, pur attraverso tante traversie, lo hanno condotto comunque alla salvezza.
Il suo racconto non è quasi mai, come ci si aspetta, al passato remoto, ma al presente e ricco di particolari piccoli e grandi: la ventola di penne di tacchino, la "produzione" casalinga del prezioso burro, la macchina da cucire a pedale Pfaff, le delazioni, le scritte sui muri di Venezia ("ebrei spie"), le discriminazioni, l’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), le sirene di allarme, i rifugi e mille altri elementi che costituivano il tessuto della vita di quell’infausta epoca.
Le ingenue riflessioni di bambino dodicenne inesperto, i suoi timori giustificati o vacui, sono riportati con nitidezza, con garbo e fedeltà, acutezza e precisione, con l’onestà dello storico che avverte quando le considerazioni esposte appartengono non al protagonista – bimbo, ma a se stesso ormai cresciuto e maturo.
Una curiosa analogia: se nei libri di Camilleri si apprezza oltre la trama e la suspence anche il linguaggio colorito meridionale, nel testo di Roberto Bassi compaiono, di quando in quando, il frasario ebraico storpiato, misto a veneziano (ancor oggi in uso ) che originariamente sorse per evitare di essere intesi dai goyim: "Ysacchin, in hazèr, dabrava mal del goy gadòl. Xe rivà le shemirod e l’han portà in tafuss!" raccontava all’Autore suo Padre, figura carismatica che esercitava la professione forense e per sua natura e educazione era convinto servitore della Legge, sia statale che ebraica. Perciò aveva allevato i figli secondo principi di onestà, rispetto del prossimo, zedakà e anche direi di sostanziale corretta religiosità.
La Madre, pur avendo tre figli, si era fatta scrupolo di elargire affetto e dolcezza in egual misura a ciascuno di essi, costruendo quotidianamente quell’educazione cui tanto tenevano gli ebrei "religiosi" della buona borghesia ebraica.
Ma ad un certo punto vennero emanate nei confronti degli ebrei le leggi del ‘38 con la loro tremenda spirale sempre più limitativa e costrittiva, i pericoli aumentarono fino ad arrivare alla caccia all’ebreo. I genitori decisero la fuga a Roma(dove si pensava sarebbero arrivati presto gli Alleati a liberare l’Italia) e fu necessaria persino la separazione dei componenti la famiglia e il cambio di cognome. Tutto ciò aveva, tra l’altro sovvertito quei valori curati con tanta attenzione e scrupolo da entrambi i genitori.
Ma, malgrado la preoccupazione, le mille difficoltà (descritte accuratamente nel testo), le umiliazioni, i fuggiaschi riuscirono sempre a mantenere un valore, considerato essenziale: la dignità.
Il racconto di Bassi è completo e tra l’altro consente anche di seguire le vite della sorella Luciana e del fratello Paolo (sia pure in modo marginale), oggi purtroppo non più viventi, ma ben noti nell’ambiente ebraico italiano e israeliano.
Il garbo e l’ironia, il senso comico anche nelle situazioni più difficili accompagnano il lettore che, attratto dalla realtà romanzesca, si sente immerso in quell’atmosfera degli anni di guerra, senza che peraltro il racconto risulti mai pesante o scontato. Anzi il distacco e la scioltezza con cui certe situazioni vengono raccontate consentono di seguire il testo con piacevole interesse dall’inizio alla fine.
Neppure una riga del libro dà la sensazione di essere superflua o superficiale, anzi, i problemi morali trattati sono di notevole spessore.
"Perché io sono sopravvissuto mentre i miei cugini non ci sono più?" si chiede l’Autore proprio all’inizio del suo racconto.
Tullia Zevi, che ha curato con molta acutezza la prefazione, nota che "leggendo il manoscritto di Roberto Bassi, ciò che mi ha colpito è la similarità pur nella diversità del nostro destino di sopravvissuti, delle nostre scelte nell’affrontare il dopoguerra: quella del "salvato" in Italia".
Il contenuto di ogni riga si riferisce a fatti tutti rigorosamente accaduti e nulla è lasciato all’invenzione, alla fantasia.
Infine merita segnalare gli ultimi pensieri con cui l’Autore si congeda: sono come una staffilata, come un fendente.
Bassi, che in tutto il testo ha palesato un animo privo di animosità nei confronti dei persecutori, vuole rivelarci i suoi sentimenti di persona affatto incantata o illusa. Una sorta di rassegnazione di fronte alla perfidia, di constatazione della perversa natura degli esseri umani: "come ebreo, so che quanto ci è accaduto sessant’anni fa continua ad accadere in qualche parte del mondo e può accadere di nuovo anche a noi".
Evidentemente dopo l’esperienza passata, ancorché da 60 anni, nell’animo di Bassi il realismo non lascia spazio all’ottimismo, all’illusione e suggerisce di ritenere che l’uomo, malgrado tutto, non sia destinato a diventare più umano!
Renato Jona