Spettacoli

 

"Modigliani" a Parigi

Limelight Distribution presenta: Modigliani, un film di Mick Davis con Andy Garcia, Elsa Zilberstein, Hippolyte Girardot, Omid Djalili, Eva Herzigova, Udo Kiert

A Parigi, in anteprima mondiale, il 20 settembre è stato proiettato nella sala cinematografica Publicis sui Campi Elisi accanto all’Arco di Trionfo, il film Modigliani del regista scozzese Mick Davis. Il pubblico e i tanti passanti incuriositi, che attendevano i divi sui larghi marciapiedi dell’avenue, erano a tal punto in delirio che la circolazione è rimasta bloccata per alcuni minuti. I fotografi erano tutti presenti, come durante le giornate del Festival di Cannes, per immortalare gli interpreti del film.

La presentazione del film e degli attori è stata fatta successivamente sul palcoscenico del cinema, dove si sono alternati, in ordine d’importanza, quasi tutti gli interpreti, per raccontare delle loro impressioni sullo spettacolo, dei momenti principali delle riprese e del loro impegno tecnico per la realizzazione della pellicola.

Il produttore principale Philippe Martinez con Stephanie Martinez, più che mai legati alla storia del cinema, hanno dato... un sospiro di "dollari", pensando al loro investimento di oltre venti milioni per la realizzazione del film.

Un lungo applauso ha accompagnato gli attori in sala.

I films che raccontano la storia, la vita di un artista non possono che seguire due direzioni: rispecchiare attentamente la storia e quindi anche la tradizione, oppure interpretare liberamente gli stessi avvenimenti.

La scelta del regista, in questa versione del "Modigliani" 2004, è stata quella interpretativa.

Il sipario si apre con colori tenebrosi e romantici, su Elsa Zylbestein, avvolta in uno scialle sotto un lungo abito scuro, che dichiara il suo amore per un artista; lo schermo è colmo della sua personalità.

Elsa interpreta sulla scena Jeanne Hébuterne: un impatto forte e decisamente riuscito, sin dalle prime battute; si sente lo spessore dell’attrice matura, della donna che vuole reagire positivamente al suo ruolo difficile, ma soprattutto si coglie la dimensione della giovane artista impegnata. La scelta del regista Mick Davis di iniziare a raccontare la storia dal 1919, avrebbe potuto essere una buona idea, un taglio scenografico classico, se non fosse che...la leggenda ha preso subito il sopravvento su di lui e sul film.

Lungo i viali di Montparnasse, all’inizio del secolo, Modigliani "interpreta" se stesso: nella finzione del film, Andy Garcia vive e reinterpreta una versione lirica, drammatica e tragica della vita dell’artista. Prima della proiezione, Garcia ha dichiarato di aver studiato per mesi, letto e rivisitato tutte le definizioni dell’artista livornese, per poterlo "incarnare" meglio.

Il ruolo è adatto per Garcia: professionalmente ineccepibile, l’attore cubano è nei panni del pittore, se lo sente addosso, anche se sbaglia, anche se non riesce ad avere quella "sensibilità italiana", trova un appiglio, crea il suo personaggio con amore: un grande attore, un’ottima performance.

L’identificazione del personaggio è sofferta; tuttavia il risultato, trasposto sulla pellicola, non è soddisfacente soprattutto sul piano del montaggio sequenziale del film. La nota decisamente stonata è quella del "ritorno all’infanzia": c’è un bambino che parla con Garcia e rappresenta il piccolo Dedo che parla con Amedeo; è un artificio che non ha senso, lo spettatore rimane smarrito non riuscendo a collocare le scene né sul piano del sogno né su quello della realtà. L’attore principale si sdoppia e dialoga con se stesso in versione infantile...una realizzazione sconnessa, con il dialogo "al passato prossimo", una sensazione di eterno ritorno fuori programma.

Il pittore Modigliani, visto da Davis, dipinge, tossisce e vagola un po’ troppo.

La disputa con Picasso è interpretata magistralmente dall’attore di origine iraniana Omid Djaili, accanto ad Eva Herzigova nella parte della signora Olga, la donna del pittore spagnolo. Si susseguono dialoghi totalmente inventati tra i due, dai quali dovrebbe emergere un contrasto tra due opposte tendenze artistiche: il cubismo di Picasso e il romanticismo di Modigliani.

Le scene si alternano con vari personaggi, da Utrillo a Max Jacob, passando da Jean Cocteau a Apollinaire, creando una dinamica abbastanza interessante, anche se il delirio di Utrillo nell’ospedale psichiatrico è totalmente assurdo.

La lunga scena della stanza in cui Modigliani "ritrova" i suoi sogni vissuti attraverso il fumo dell’oppio, con vaghe stelle e strane opere d’arte incollate al soffitto, non corrisponde né ad una alterazione credibile, né ad una dimensione nascosta della sua personalità: tutti gli artisti di Montparnasse sapevano perfettamente che l’assenzio e il fumo erano una realtà momentanea che non provocava produzione di opere d’arte deformate dalle allucinazioni.

Il mito, la leggenda del pittore drogato, malato ma geniale, continua. Sono apparsi già due films, "Montparnasse 19" di Beker, e "Modi" di Franco Taviani. A tempi ravvicinati, tutti e tre i registi sono "caduti" nella fase di recupero, senza pensare alla dimensione poetica, artistica e letteraria. Tutti hanno dimenticato che cosa significhi essere artisti: nella scelta, nella realtà quotidiana e nella vita pubblica. Il romanzo, la tragedia e la malattia prevalgono, senza interpretare la sofferenza: quella dell’artista impegnato, quella dell’uomo moderno che combatte contro i pregiudizi della critica borghese.

Una nota quanto mai riuscita da Davis é quella rappresentata dai genitori di Jeanne Hébuterne; il padre Casimir è stato impostato nella dimensione esatta e tutti oggi sanno quanto abbia sofferto la figlia Jeanne Modigliani per quella posizione dichiaratamente antitisemita della famiglia benpensante e bigotta degli Hébuterne nei confronti del giovane Amedeo, ebreo sefardita, che amava la loro figlia. Il disonore, la vergogna e la punizione nei confronti di Jeanne e della loro neonata, hanno reso instabile e fragile la giovane donna. Il suicidio della loro figlia, non li ha neppure resi partecipi della sofferenza della vita della neonata, che è rimasta lontana da tutte le attenzioni. Ma probabilmente il pubblico è attratto da un filo conduttore forzatamente romantico.

La critica apparsa sui giornali poche ore dopo la proiezione non è stata tenera con il regista.

Se Jeanne Modigliani, la figlia di Amedeo e Jeanne, fosse ancora viva avrebbe puntato il dito contro...il regista, che si è permesso tante libertà, compresi i falsi storici, i falsi quadri e le canzoni di Piaf, come la famosa "Vie en rose" del 1940, per illustrare la coppia in una fase d’innamoramento nel 1919. Un surrealista, questo regista, decisamente professionista nelle sue messe in scena, ma slegato da tutte le realtà della storia, ma soprattutto lontano dalla storia dell’arte. Era decisamente più riuscito il suo lavoro in "9 settimane e 1/2" in cui il talento delle sceneggiatore scozzese dava alla donna quell’immagine sgradevole, volgare, ma attraente e seducente. Mick Davis avrebbe potuto prestare maggiore attenzione a tutti i consigli che, con tanta pazienza, gli sono stati impartiti e che gli avrebbero permesso di rappresentare più fedelmente la vita dell’artista livornese!

Un’occasione mancata, anche se tutta l’equipe del film è professionalmente ineccepibile...e gli occhi della Elsa Zylberstein che aprono la scena non saranno facili da dimenticare: la sua è stata una partecipazione forte ed impegnata.

Il film sarà nella sale italiane il 12 febbraio 2005 distribuito dall’Istituto Luce, e non mancheranno le polemiche.

Christian Pariso

 

Camminando sull’acqua

di Eitan Fox

Un agente del Mossad viene incaricato di tener d’occhio i nipoti di un criminale nazista (la sorella vive in un kibbutz e il fratello è venuto a trovarla), allo scopo di rintracciare il nonno, che si sospetta sia ancora vivo. Non racconterò altro, perché è sempre un peccato svelare la trama di un film, soprattutto di un film di spionaggio (per quanto il genere possa risultare un pretesto); consiglio, anzi, di non guardare neppure i trafiletti di poche righe sui quotidiani, e di non cercare di sapere in quale festival il film è stato premiato, perché questo creerebbe false aspettative e porterebbe ad attribuire troppo peso ad un tema che non è né l’unico, né il più rilevante.

In questo contesto voglio sottolineare un aspetto forse marginale, ma che è quello che mi ha colpito maggiormente: l’ambientazione della prima parte. Si tratta di un’Israele assolutamente familiare e riconoscibile, bersagliata dal terrorismo ma con una vita quotidiana che prosegue al di là di questo, nonostante le continue notizie di attacchi terroristici pervadano il film con una frequenza inquietante. Dalla sala da pranzo di un kibbutz, al Mar Morto, al Muro del Pianto, il regista ci mostra luoghi che conosciamo, ci presenta persone che parlano e si comportano come gli israeliani che abbiamo conosciuto, dalle comparse (il segretario del kibbutz che accoglie gentilmente l’ospite, l’uomo che telefona freneticamente dopo la notizia di un attentato), fino al protagonista, in apparenza scontroso, duro e cinico, ma in realtà tormentato, di cui scopriamo pian piano le tragedie personali e famigliari.

Forse c’è qualche elemento illogico, forse c’è qualche colpo di scena un po’ troppo prevedibile, forse l’evocazione della Shoà risulta talvolta un po’ troppo schematica; comunque si tratta di un film che coinvolge e fa riflettere.

Anna Segre

 

Un yiddish sconosciuto

Sharon Bernstein ha tenuto il 19 ottobre al Folk Club di Rivoli uno splendido concerto intonando canzoni della tradizione yiddish, accompagnandosi con il pianoforte: chi ha avuto la fortuna di ascoltare questo recital ha potuto rendersi conto di quanto sia inaspettatamente ricco di toni, di sfumature, di temi il canto yiddish. Il pubblico italiano conosce una parte piccolissima di tale immenso repertorio e in genere la discografia riporta in varie versioni sempre le medesime canzoni, quelle ormai più conosciute. Sharon non è solamente un’ottima cantante, un’ottima pianista e in qualche modo anche un’attrice che sa tenere la scena con grande efficacia come viene richiesto dal tipo di repertorio che esegue; è anche una studiosa e abile ricercatrice che ha saputo scavare negli archivi di Gerusalemme e di altre città negli Stati Uniti ed ha riportato alla luce una straordinaria quantità di bellissime canzoni della tradizione yiddish dell’Europa orientale dimenticate da decenni dopo i tragici eventi della guerra, e perciò sconosciute in particolare al pubblico italiano, insostituibile testimonianza di tutto un mondo purtroppo scomparso, delle sue gioie, dei suoi dolori, della quotidianità nei suoi momenti più umili e nei suoi momenti più alti, dei piccoli eventi di una vita misera ma ancora piena di ideali e di speranze accanto ai momenti più solenni della tradizione liturgica ebraica. Oggi questa tradizione rivive, e in parte si può anche dire che si rinnova, soprattutto in Israele e negli Stati Uniti, in un pubblico composto non solamente di vecchi immigrati sopravvissuti alla Shoah, ma oggi anche di giovani che hanno ripreso amore sia per la lingua, che sta conoscendo un’inaspettata rinascita, sia per la ricca invenzione melodica e ritmica che accompagnava i testi yiddish.

Il canto yiddish presenta una grandissima varietà di accenti, sia dal punto di vista musicale, sia dal punto di vista letterario. La musica, ora dolce, ora ironica e aggressiva, ora patetica e commovente sa piegarsi con la sua melodia varia e ricca di accenti, spesso presi a prestito dalla tradizione musicale slava, alla ricchezza emotiva e sentimentale dei testi, a volte di anonimi e umili cantautori a volte di scrittori e poeti famosi.

Sharon è riuscita in questa serata a dar vita ad uno spettacolo – ed, in effetti, è più appropriato parlare di spettacolo che di concerto – straordinario per la vitalità e varietà dei canti presentati, per la sua presenza scenica, per la sua voce duttile, ora ironica ora dolce e persuasiva, che sa piegarsi in mille diverse sfumature, ora appena sussurrata, quasi parlata, ora dispiegata in un canto ricco di risonanze, seguita con entusiasmo da un folto pubblico attento e partecipe.

Enrico Fubini