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Tanti olocausti

recensione di Marcella Pepe

 

Nella ormai sterminata letteratura sulla deportazione nei campi di concentramento nazisti si direbbe che l’evento, ritenuto unanimemente centrale nel secolo appena conclusosi e pietra miliare della storia europea, sia stato sviscerato in tutta la complessità dei suoi aspetti e che sia vano attendersi un approccio di tipo nuovo.

Eppure il recente libro di Claudio Vercelli Tanti olocausti si segnala proprio per la novità della prospettiva, oltre che per la profondità e la completezza dell’indagine storica.

Innanzitutto, Vercelli, sulle orme di Bauman, insiste sul rapporto fra modernità e olocausto, riconoscendo nella barbarie nazista “l’intima natura dello stato moderno”, una sorta di “forma capovolta del welfare state, dove invece che provvedere al benessere o, comunque, alla sopravvivenza degli individui, si procede alla loro estinzione”. L’efficienza, infatti, che connota tutta la società contemporanea, la quale non a caso ha il suo emblema nella fabbrica fordista e nella catena di montaggio, è pure la premessa necessaria dell’esistenza dei lager, organizzati con capillare sistematicità e orientati a fini produttivistici.

Il sistema concentrazionario nazista viene inoltre situato dall’autore all’interno di un contesto molto ampio che comprende tutto il Novecento, a partire dalla prima guerra mondiale, vero e proprio “luogo di incubazione” di mezzi materiali e di idee che poi avrebbero avuto larga diffusione, come, ad esempio, l’impiego dei gas e del filo spinato, o la riduzione degli individui a numeri. Anche il campo di concentramento (istituzione detentiva ben diversa dal carcere, in quanto presuppone una situazione di emergenza e vi si entra per via amministrativa, senza aver commesso un preciso reato e senza alcun processo, solo perché appartenenti ad una categoria potenzialmente pericolosa) non è certo – sottolinea Vercelli – un’invenzione del nazismo: già gli inglesi, per esempio, durante la guerra contro i boeri, avevano internato dei civili non coinvolti direttamente nell’opposizione armata. I tedeschi, però, perfezionarono lo strumento e ne dilatarono enormemente sia l’estensione nello spazio che, limitato inizialmente alla sola Germania, arrivò durante la guerra a comprendere i paesi occupati, sia le categorie di prigionieri, sia le funzioni, che andarono, secondo una radicalizzazione progressiva di intenti, dalla detenzione rieducativa e punitiva allo sfruttamento produttivo allo sterminio razziale.

Ma l’elemento più rilevante della riflessione di Vercelli, quello che costituisce forse il contributo più originale del libro e che viene evidenziato nel titolo Tanti olocausti, sta nell’individuazione di un nesso che lega in una linea di continuità e in una catena consequenziale la persecuzione, la reclusione, lo sfruttamento e lo sterminio di persone apparentemente molto diverse fra loro, quali gli avversari politici, gli “asociali”, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i malati di mente, gli zingari, gli slavi e gli ebrei. Tale nesso è l’ideologia razziale del Terzo Reich.

Nel caso degli avversari politici, infatti, si trattava non solo di tutelare il potere nazista dai suoi nemici, ma anche di distruggere gli elementi “tarati” della nazione tedesca, per procedere alla purificazione della “comunità di stirpe”, cosa ben diversa dalla repressione dell’opposizione tipica di tutti i regimi autoritari. In più, gli antagonisti, e soprattutto i comunisti, erano considerati contaminati dalla “cospirazione giudaica” che aveva introdotto nel corpo sano dell’arianesimo teorie come il liberalismo, la democrazia, il cosmopolitismo e lo stesso bolscevismo. La soppressione fisica di coloro che combattevano il nazismo va inquadrata, quindi, secondo Vercelli, nell’intento di recuperare l’originaria purezza razziale, perduta anche per colpa degli ariani stessi.

Analogo discorso va fatto per gli “asociali”, cioè i vagabondi e i mendicanti, elementi devianti che dovevano essere eliminati, o quantomeno sterilizzati, perché i loro comportamenti potevano “infettare” la società intera. Anche l’omosessualità era considerata una “malattia” da curare al fine di purificare e di incrementare la razza ariana: non a caso la persecuzione nazista si accanì quasi esclusivamente sugli omosessuali maschi e di origine tedesca perché la perdita del seme ariano ai fini della procreazione era vista come un delitto contro la Germania. A maggior ragione l’eliminazione dei malati di mente e dei portatori di handicap nell’ambito dell’Operazione Eutanasia o Aktion T4 rispondeva alla logica di depurare il corpo sano e bello della nazione tedesca dalle “scorie” che lo inquinavano e ne minavano il futuro radioso trasmettendo ereditariamente le loro patologie, oltre che alla logica produttivistica di ridurre i costi del mantenimento di “bocche inutili”.

L’ideologia razziale che presiede alle pratiche sterminazioniste dei nazisti ebbe, però, la sua applicazione più clamorosa nel trattamento riservato alle popolazioni slave. L’obiettivo del regime hitleriano, espresso nel Generalplan Ost (il “piano generale per l’Oriente”, un ambizioso progetto di colonizzazione dell’Europa orientale in vista di una vittoria della Germania che rimase incompiuto, ma ebbe una parziale attuazione in Polonia), era l’occupazione del Lebensraum (lo “spazio vitale”), che comportava l’espulsione di popolazioni slave allo scopo di ripopolare l’Est europeo con l’inserimento di tedeschi, la riduzione in schiavitù di tutti gli slavi in quanto “razza inferiore” e la “arianizzazione” delle loro terre. All’interno di questo progetto trovano una spiegazione la radicalizzazione della persecuzione antisemita e la “soluzione finale della questione ebraica”: infatti, il territorio colonizzato doveva essere “disinfestato” dai “parassiti” ebrei, presenti in gran numero nell’Europa orientale. A tal fine i nazisti furono abili nello sfruttare i forti pregiudizi antisemiti preesistenti nei territori slavi e ciò rese loro più agevole attuare lo sterminio: anche su questo argomento imbarazzante e poco affrontato dagli storici ha il merito di soffermarsi l’analisi di Vercelli.

Nella vicenda dei prigionieri di guerra sovietici si ha forse la dimostrazione più lampante del filo che unisce le diverse persecuzioni. Colpisce, innanzitutto, l’alto numero dei soldati russi uccisi nei lager (1.185.000), secondo solo a quello degli ebrei, e colpisce la radicalità della violenza perpetrata nei loro confronti, ancor più scandalosa se si pensa che, come prigionieri di guerra, avrebbero dovuto essere tutelati dalle convenzioni internazionali. La spiegazione della particolare efferatezza del trattamento loro riservato sta nella compresenza in questa categoria di tutte le componenti che motivavano lo sterminio: alla odiata ideologia bolscevica si affiancava l’elemento razziale, essendo i russi un popolo slavo ed essendo fra loro molto numerosi gli ebrei. Non a caso la “soluzione finale della questione ebraica” inizia a concretizzarsi proprio subito dopo l’attacco tedesco all’Unione Sovietica nel giugno del 1941, con le fucilazioni di massa ad opera degli Einsatzgruppen (“gruppi di intervento”).

Se i concetti fin qui esposti sono il filo conduttore del ragionamento di Vercelli e, come già detto, le novità più importanti del suo libro, occorre ricordare che l’interesse della lettura deriva anche dalla competenza con la quale l’autore traccia il profilo delle varie tipologie di internati (nel capitolo 4), distinguendole nelle loro specificità proprio mentre sottolinea l’unitarietà della deportazione nella sua duplice finalità produttivistica e sterminazionista.

Diverso come registro stilistico, più narrativo e passionale, è il capitolo 3 (“Il senso della giornata di un deportato”). Qui il lettore ingenuo può apprendere tutto ciò che è importante sapere della vita all’interno dei campi e può comprendere fino in fondo l’esperienza traumatica di un deportato nelle varie fasi della sua odissea, dall’arresto al viaggio ai numerosi supplizi della prigionia fino alla morte o al ritorno, esito spesso non meno tragico della morte stessa, perché la memoria del lager non si cancella mai. Il lettore più avveduto, che conosce già molto della deportazione attraverso testimonianze e saggi, potrà comunque trovare anche in questo capitolo spunti nuovi e suggestivi. Sono di una singolare acutezza, ad esempio, le considerazioni sulla natura contraddittoria della paura nel lager, che da un lato accomuna nella solidarietà i deportati, dall’altro li divide nel momento della disperata ricerca di una salvezza individuale. Ed è affascinante la sottolineatura degli elementi simbolici che accomunano l’uomo alla bestia, come il marchio nella carne e il filo spinato, limite invalicabile di un recinto per coloro che non vengono più considerati esseri umani, o come il viaggio nel vagone piombato, una prefigurazione a tutti gli effetti della futura vita delle “bestie” nel lager, in preda alla fame, alla sete, alla drammatica mancanza di spazio. Particolarmente interessanti, infine, sono le riflessioni sulla morte nei campi, “ordinaria” e “impudica”, perennemente ricordata ai vivi dalla fiamma del camino e dalla figura di quel “cadavere ambulante” che è il “musulmano”, il quale incarna la demolizione dell’umanità nell’uomo ed è, ancora vivo, monito per tutti della morte che li attende.

Marcella Pepe

 

Claudio Vercelli, Tanti olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti, La Giuntina, Firenze 2005, pp.299, e 13,00