Lettere
Le
contraddizioni di Israele
1.
È indispensabile che ricostruisca, per sommi capi, la vicenda da cui quanto
segue in qualche modo dipende e deriva. Nel febbraio 2005, su queste medesime
colonne, Tullio Levi recensiva un mio piccolo libro, Ius migrandi, il cui
quinto capitolo era dedicato a affrontare la “migrazione” che diede origine
allo stato d’Israele. Mi parve che il recensore, molto critico almeno
relativamente a questo capitolo, avesse parzialmente frainteso le mie posizioni
e cercai di chiarire il mio pensiero scrivendo al Direttore della rivista (che
seguo con piacere e che mi è capitato di utilizzare anche nei miei lavori
scientifici). Lo feci, credo, con quella franchezza che rischia di sconfinare
nella maleducazione. A fine estate Sorani mi rispose con una lettera dai toni
affettuosi, della quale mi permetto di riportare la parte pubblica, contenente
un invito a continuare la discussione. Scrive Sorani: quello che continuo a
non capire – nel tuo scritto come in altre posizioni attuali – è questa
sorta di accanimento nei confronti dello stato di Israele e del modo in cui è
nato: un inserimento progressivo dell’ebraismo occidentale in un Medio Oriente
che è comunque la radice dell’ebraismo stesso; un inserimento storico, di
carattere politico-economico-sociale, fondamentalmente non violento e non in sé
oppressivo, che non mi sentirei di definire semplicisticamente colonialistico.
Certo, ha avuto i suoi pregi e i suoi gravi difetti, è stato anche
caratterizzato da errori o soprusi: ma di quale storia nazionale in qualsiasi
parte del globo non si può dire altrettanto? E allora perché schierarsi e
scagliarsi pregiudizialmente contro quella che in fondo è un’ideologia
nazionale come molte altre dell’Ottocento? Non sarebbe più semplice e
soprattutto più corretto analizzare la vicenda di Israele partendo da Israele
come dato di fatto e prodotto della storia, e non da Israele come “errore” o
“ingiustizia” della storia? Analizzare il sionismo nella sue molteplici e
variegate componenti, e non considerarlo in blocco un sopruso, invece di un
prodotto storico-politico-culturale maturato nel tempo? Ecco, mi piacerebbe
[…] che tu ci scrivessi qualcosa rispondendo a queste domande: potrebbe
nascerne un dibattito interessante sulle colonne di HK.
Provo
dunque a raccogliere la sfida. A prima vista, le domande retoriche, cioè le
argomentazioni, di Sorani paiono ineccepibili. Perché scagliarsi pregiudizialmente
– questa mi pare la domanda che riassume il senso della posizione di Sorani
– contro un’ideologia nazionale sorta, come molte altre, a fine ottocento?
Proverò a rispondere, brevemente, su due piani diversi: prima con le armi del
filosofo politico – e cioè proponendo qualche distinzione concettuale – e
poi con l’indignazione del cittadino del mondo, che prende sul serio quei
diritti umani tanto più frequentemente violati quanto più solennemente sono
affermati dai governanti degli stati democratici di diritto.
2.
Premetto che, sotto l’aspetto normativo, considero il nazionalismo la più
nefasta delle ideologie: fascismo e nazismo furono in primo luogo esasperazioni
nazionalistiche. Nefasta già sul mero piano teorico, perché predispone
a vedere nell’altro, nello straniero, essenzialmente un (potenziale) nemico.
Peggio, un sotto-uomo. Predispone a apprezzare o disprezzare non l’uomo, ma
innanzitutto e pregiudizialmente l’appartenenza “nazionale” – non
importa ora se più connotata come etnica, religiosa o culturale – del
medesimo. I primi ad essere vittime dei nazionalismi più o meno esasperati
furono proprio gli ebrei. Tenendo conto di questo fatto, la risposta
“nazionalistica” degli ebrei suona al tempo stesso più comprensibile e più
incomprensibile di quella di altri “popoli”. Per un verso, è la vittima
sacrificale che giustamente non vuol più prestarsi al sacrificio, per
l’altro, è la ripetizione dello schema sacrificale, che prevede però qualcun
altro, più debole, nel ruolo della vittima. La stessa operazione mentale –
mettersi nei panni degli altri – rende a me umanamente comprensibile e
incomprensibile l’anelito nazionalistico ebraico, il cercare a ritroso nelle
(presunte) terre d’origine un porto sicuro, costi quel che costi (il
che è già una bella contraddizione, lo si dovrà ammettere…).
Ma
voglio accogliere il suggerimento di Sorani, e guardare la cosa da un punto di
vista storico-politico piuttosto che teorico o filosofico. Dove sta la tensione
irrisolta dello Stato d’Israele così come si è venuto configurando?
Esattamente in ciò: nell’essere l’esito di aspirazioni nazionalistiche e
(di fatto) “confessionali” – in virtù della singolare circostanza per cui
con “ebraico/a” si designa abitualmente tanto un popolo quanto una religione
– ma al tempo stesso di un progetto di stato democratico di diritto. Non sto
dicendo, sia chiaro, che in questo secondo aspetto ci fosse fin dall’inizio
della malafede, ma gli eventi storici, lo sviluppo concreto, cui mi richiama
Sorani, stanno dimostrando ogni giorno che la tensione teorica tra l’essere lo
stato degli ebrei – guai se, come temono sopra ogni altra cosa i governanti
israeliani di qualsiasi colore politico, un giorno Israele dovesse essere a
maggioranza araba o comunque non ebraica! – e l’essere uno stato democratico
di diritto non è purtroppo solo una tensione teorica.
Ciò
vale, ovviamente, per qualsiasi altro popolo (Balcani docent).
L’evoluzione democratico-costituzionale dei grandi stati nazionali europei è
passata attraverso una diminuzione d’intensità del nazionalismo: ancor oggi,
tutte le volte che nazionalismi o localismi ricrescono in forme virulente, la
qualità delle istituzioni e della vita democratica di uno stato diminuisce
sensibilmente (Italia docet). Il problema è che, mi sembra, la ragion
d’essere d’Israele è proprio nella preservazione della sua identità
ebraica. Qui sta la differenza rispetto agli altri stati democratici di diritto:
Israele non potrà mai essere fino in fondo laico, perché questo gli
potrebbe costare, nel volgere di qualche generazione, la perdita della sua
ragion d’essere. Deve usare due pesi e due misure, com’è evidente
soprattutto nei territori occupati. Per giunta, è una democrazia bloccata in
politica estera. Per sopravvivere, deve giocare l’ingrato e meschino ruolo di
guardiano degli interessi regionali della “superpotenza solitaria”. Di
nuovo, una garanzia pagata a carissimo prezzo, una trappola che non consentirà
mai di avviare una reale integrazione nell’area mediorientale (chiedete ad un
egiziano qualunque che cosa pensa di Israele…).
I
soprusi – come li chiami tu, caro David, con un linguaggio francamente un
po’ light – non mi paiono (correggibili) errori di percorso, e come
tali riscontrabili presso qualsiasi altra democrazia. Sono, ho l’impressione,
inscritti nella costituzione materiale di Israele – secondo la massima salus
rei publicae suprema lex esto – che non può che contraddire gravemente la
sua costituzione formale di stato democratico di diritto.
3.
E vengo, in conclusione, all’indignazione dell’ingenuo difensore dei diritti
umani di fronte ai due pesi, due misure. Leggo su “la Repubblica” del 7
ottobre 2005, pp. 22-23, un reportage di Mario Vargas Llosa sulla vita dei
palestinesi a Hebron, dove i coloni israeliani dettano legge, una legge che non
è la legge positiva dello stato d’Israele, ma la trasimachea legge del più
forte. Legge che però Israele di fatto non solo tollera, ma a chiarissime
lettere avalla. Vargas Llosa – per chi non lo sapesse, uno splendido scrittore
di romanzi, ma in politica un liberale conservatore, certo del tutto immune da
simpatie filopalestinesi di origine “no global” – racconta dei
“soprusi” dei coloni nei confronti delle poche famiglie palestinesi
superstiti, con modalità che fanno obiettivamente pensare alla pulizia etnica.
Ne estraggo un breve passo, neppure il più sconvolgente, dove un palestinese
racconta quale fine ha fatto la vigna piantata dai suoi avi.
Nel
gennaio del 2003, un sabato pomeriggio, improvvisamente dieci coloni e tre
poliziotti israeliani fecero irruzione nell’abitazione, Chiusero dentro Hashem,
la moglie e i bambini, e con una motosega tagliarono tutte le vigne dell’orto,
che erano state seminate dagli antenati del padrone di casa. Hashem mi porta
fuori per farmele vedere: erano lì, mutilate e circondate di merda e di
detriti.
Tsahal
ha l’ordine di sconsigliare questi atti, ma di non arrestare i coloni che li
commettono. Due pesi, due misure: e forse definirli così è, francamente,
ancora poco.
Ermanno
Vitale
Le
tue considerazioni, caro Ermanno, sono certo dotte e ben calibrate a livello di
argomentazione politica, ma pur condivisibili per quanto concerne l’insanabile
dilemma di fondo tra Stato ebraico e Stato laico sul piano della dottrina e
della pratica politica, pur condivisibili per quel che riguarda il giudizio
umanamente e politicamente negativo nei confronti di determinate azioni di
violenza gratuita da parte di Tsahal, mi paiono complessivamente fuori dalla
realtà effettiva e concreta della situazione. Israele non sarà mai uno Stato
del tutto laico, d’accordo. E con questo? Per essere passabilmente
democratico, uno Stato ha l’obbligo di essere perfettamente laico? Forse, ma
in linea puramente teorica. Nella pratica il principio di laicità è spesso
disatteso da Stati certamente democratici. Israele, come ogni altro Stato, è un
unicum,
risultato della sua storia e della sua cultura. La contraddizione insanabile
esiste, Israele vive di questa. Credo che sia possibile, forse doveroso,
accettarla come sfida. E poi, che ci possiamo fare? È colpa nostra se
l’ebraismo è così ricco e complesso da non essere solo una religione ma
anche una cultura e un’appartenenza nazionale? Non crediamo che sia un
delitto, quanto piuttosto un’aggrovigliata condizione capace di creare
incertezze, angosce, dilemmi esistenziali, ma anche una ricchezza piena di
risorse, uno status culturale complesso e produttivo che non è possibile
amputare dall’esterno di qualche sua parte. Se le situazioni storiche – per
gli ebrei assolutamente tragiche nel Novecento – hanno creato le condizioni
per dare uno Stato a questo popolo senza terra, questo popolo senza terra
avrebbe dovuto rinunciare a un suo Stato solo perché si trova nella complicata
posizione di essere entità nazionale e religiosa insieme? Saremo sempre
destinati, come ebrei, a portarci dietro (e dentro) questa stramaledetta o
strabenedetta condanna, di sentirci un popolo e di condividere
contemporaneamente un’antica e universale visione del mondo che se vogliamo
possiamo anche chiamare “religione”.
Israele
sarà sempre destinato, come Stato, a vivere in questa sua sorgiva e
inestinguibile ambiguità. E con ciò? Il tormento e le polemiche politiche sono
il suo pane quotidiano. Resta il fatto, e questo mi sembra l’essenziale, che
il sionismo nella sua storia e nella sua realtà multiformi non ha mai sostenuto
né concretizzato un’ideologia autenticamente colonialista, non avendo alle
spalle imperi coloniali; e che pur essendo un movimento nazionale, solo
episodicamente e in una sua corrente estremista è divenuto un movimento
nazionalista in senso aggressivo. Resta il fatto che Israele non è nato
attraverso stermini o bagni di sangue. Resta il fatto che lo standard israeliano
di vita e di partecipazione politica e sociale può oggi definirsi
complessivamente democratico per tutti i suoi cittadini, arabi compresi: cosa
che non avviene in nessuno degli Stati arabi circostanti. Resta certo il dovere
per Israele di garantire uguaglianza di diritti a tutti i suoi abitanti. Resta
il dovere di non occupare più le terre palestinesi. Resta il dovere di
astenersi da azioni di violenza unilaterale, anche se piccole, su uomini e
terre. Ma questo non ha niente a che vedere col dato di fatto ormai
incontestabile della sua lecita esistenza come Stato.
David
Sorani
Eccesso
di
generalizzazione
Gentile
Direttore,
ho
letto qualche tempo fa il libro di Carlo Panella, “Il complotto ebraico”.
Ora lo vedo segnalato sull’ultimo numero del vostro giornale come un libro che
soffre di un “eccesso di generalizzazione” e soprattutto come un testo che
fomenterebbe una guerra di religione con l’accusare indiscriminatamente tutto
il mondo musulmano. Sono andato a riguardarmi il libro e vi ho trovato un
ragionamento coerente fondato sulla citazione ed il commento di una grandissima
mole di passi tratti dal Corano e da testi successivi di intellettuali arabi. La
tesi di fondo di Panella è correttamente costruita, perché basata sulle fonti,
e sviluppata in modo organico. Occorrerebbe controbattere queste tesi con i
testi alla mano, non con frasi fatte e banali. Per favore, leggete i libri prima
di sputare sentenze insulse: è un modo corretto di fare informazione libraria.
Cordiali
saluti
Antonio
Donno - Lecce
Non
ho contestato la correttezza delle fonti del sig. Panella. Mi sono limitata ad
osservare che è eccesso di generalizzazione trarre conclusioni per tutto il
mondo musulmano da passi del Corano che comunque vanno contestualizzati. Il
mondo musulmano è variegato, e non è costruttivo, anzi, è pericoloso,
accomunare tutti come seguaci di un’unica ideologia.
L.M.T.
Chi
è ebreo?
In
relazione all’articolo di Elia Boccara – Matrilinearità,una posizione
liberale – sul problema “chi è ebreo” – stupisce che nessuno
ricordi che all’epoca della Shoah chi era figlio di padre ebreo e madre non
ebrea subiva la persecuzione quale ebreo.
I
vari “Chachamim”, ortodossi, conservatori, liberali e pseudoliberali che
siano, escano fuori dalle loro stanze, alzino il capo dai loro libri con le
pagine ingiallite, lascino per un momento le interminabili discussioni
plurisecolari!Guardino la realtà dei nostri giorni e si ricordino che anche
Moshè Rabbenu aveva la moglie non ebrea! Miriam
e Aron che avevano tentato di contestare Moshè con il pretesto della moglie
midianita sono stati puniti. Quindi noi non possiamo parlare di democrazia o
denunciare il fanatismo degli Ayatollah se non mettiamo un freno alle dittature
rabbiniche nelle comunità
Attendo
risposte.
Wolf
Murmelstein
wolf.murmelstein@tiscali.it
Sulla
destra italiana
Ho
letto l’articolo di Beppe Segre dove cita quanto scritto da un esponente di AN
sul registro delle firme di un cimitero di guerra tedesco in Normandia. Segre
non riferisce il nome e la città. Chi è? Ritengo giusto che sia reso noto.
Nella
mia città (Reggio Calabria) nei prossimi giorni ci sarà una mostra di dipinti
di Julius Evola, presentato semplicemente come un pittore dadaista. Ho scritto
una lettera ricordando che Evola non era un semplice pittore, ma un noto e
accanito antisemita. La replica dell’assessore di Forza Italia è stata che
volevo erigere steccati, compilare liste di proscrizioni. Scelte antistoriche e
fuori dal tempo.
La
realtà è che certi comportamenti sono ben presenti nella destra italiana.
Pertanto è bene denunciarli. Io aspetto intanto l’inaugurazione della mostra.
Voglio sapere cosa dirà il mio sindaco di AN. Vi terrò informati.
Un
cordiale shalom.
Tonino
Nocera
La
scritta che ho trovato in un cimitero dell’esercito tedesco della seconda
guerra mondiale (“Europa di sangue e di razza, un giorno i vostri meriti
saranno riconosciuti”) era firmata con un nome (Andrea Del Mastro) ed una città
(Biella). Con questi riferimenti, ognuno può interrogare un motore
di ricerca su Internet, reperire facilmente un po’ di notizie e farsi
la propria personale valutazione sulla persona e sulla sua azione politica.
Mi
limito qui alle notizie riportate da siti istituzionali.
Dal
sito ufficiale della Provincia di Biella si apprende che Andrea Del
Mastro di AN è stato consigliere provinciale ed ha presieduto la
Commissione Cultura della Provincia.
Sull’impegno
nel campo della cultura della precedente
Amministrazione Provinciale di Biella, rimanderei invece al sito
dell’“Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea
nelle Province di Biella e Vercelli”.
Ad
esempio leggiamo che nel 2001 la Provincia di Biella ha organizzato e proposto
all’attenzione delle scuole ai fini della costituzione dei crediti formativi
un ciclo di tre rappresentazioni teatrali: una sul “Signore degli anelli” (Tolkien),
una sui testi di Ezra Pound. La terza è un omaggio a Robert Brasillach,
pubblicista, redattore di “Action française” e fondatore di “Je suis
partout”, riviste del fascismo collaborazionista francese, che fu autore di
scritti razzisti, antisemiti, e filonazisti, nel pieno della collaborazione
della Francia di Vichy alla politica di sterminio del Terzo Reich. Brasillach fu
poi fucilato per tradimento dalla Francia libera di De Gaulle nel 1945.
La
rassegna, fortemente voluta dal presidente della Commissione Cultura Andrea Del
Mastro (AN) e organizzata dall’assessore alla Cultura e preside del Liceo
Scientifico Pier Ercole Colombo, ha un’evidente connotazione politica e come
tale è stata presentata in una conferenza stampa da Del Mastro: “rappresenta
un progetto mirato al recupero di un patrimonio culturale che la cultura di
sinistra, in Italia, per oltre mezzo secolo, ha sepolto e volutamente
ignorato” (“il Biellese”, 27 febbbraio 2001).
http://www.storia900bivc.it/pagine/news/teatrobi.html
Ad
esempio leggiamo che il 1 marzo 2002 si sarebbe dovuta tenere nei locali del
Liceo Classico “Sella” di Biella una lezione del nipote del duce, Guido
Mussolini, su "Benito Mussolini: l’uomo della pace", promossa dal
movimento giovanile di AN nell’ambito del corso sulla “Destra nella
storia". Il tutto sulla base di una finanziamento e di una convenzione
liberamente sottoscritta tra il liceo, l’Università Popolare e
l’Amministrazione Provinciale”, secondo le parole del preside della scuola
http://www.storia900bivc.it/pagine/news/stroscio2.html
Beppe
Segre