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Cosa succede a Gaza

di

Israel De Benedetti

 

Un paio di mesi fa il governo d’Israele ha dichiarato di considerare la striscia di Gaza zona nemica e quindi di volersi comportare di conseguenza nei suoi confronti. Subito dopo voci governative hanno accennato alla possibilità di limitare le forniture di acqua, di elettricità e di altri generi. In effetti la situazione della zona di Gaza, da quando Israele ha sgomberato tutte le colonie e soprattutto da quando Hamas si è impadronita del governo, cacciando tutti gli esponenti dell’OLP, ha qualcosa di surrealistico. Un territorio con centinaia di migliaia di abitanti dipende quotidianamente per le forniture di acqua e di elettricità da Israele: da Rafiach, confine egiziano, non arriva niente di tutto questo e neppure dal mare, bloccato dalla marina israeliana. Un blocco di queste forniture da parte di Israele significa mettere la popolazione ai  minimi termini e Israele sa che il mondo non glielo permetterà mai. In effetti la minaccia di diminuire in parte l’elettricità (proposta avanzata dai militari israeliani) è stata per ora bloccata dalle autorità giudiziarie israeliane.

Per quanto riguarda il blocco parziale di entrata e uscita di prodotti alimentari, la popolazione israeliana sta pagando il suo scotto: questo è un anno di shmità e per far contenti i nostri ortodossi nei passati anni di shmità le verdure arrivavano tutte da Gaza ed erano ovviamente casherissime. Oggi no e quindi i prezzi di quelle poche coltivate nei tratti di Israele fuori dai confini del Tanach o importate, vanno alle stelle. Ci sono stati tentativi di accordi tra il nostro ministero dell’Agricoltura e autorità di Gaza, per ora con scarsi risultati.

E i kassamim continuano ad arrivare, qualche giorno di più qualche giorno di meno ma il flusso non cessa. Pare che qualche centinaio di famiglie di Sderot abbia lasciato la cittadina. Nei kibbutzim e nei moshavim della zona nessuno se n’è andato, però la situazione permane tesa. La scuola regionale dei kibbutzim ha trasferito le classi elementari (600 allievi) a Ruchama, dove è stato impiantato in tutta fretta un campus di prefabbricati, mentre la scuola vecchia (in zona sotto tiro) è stata demolita per costruire in sua vece una nuova scuola a prova di missili, ma ci vorranno due o tre anni prima che sia finita.

A Gaza la gente non muore di fame, ma la vita è grama: non c’è lavoro per la gente e a quanto pare la sopravvivenza è resa possibile dal continuo afflusso di soldi nelle casse di Hamas, soldi che arrivano dall’estero e passano senza difficoltà dall’Egitto. Nelle gallerie che vengono continuamente scavate sotto la linea di confine passano armi e droga. La gente comune sta male, è un vivere da prigionieri con carenze nell’assistenza sanitaria, nelle scuole, in genere nella vita quotidiana. D’altra parte la jihad islamica continua a spedire missili, ultimamente sono stati fotografati mentre sistemavano un lanciarazzi nel cortile dell’UNRA, gli uffici dell’ONU per l’assistenza ai profughi. Figuriamoci cosa sarebbe successo se un elicottero israeliano li avesse colpiti nella sede dell’UNRA!! Gli estremisti provocano Israele nella speranza che questa si muova e faccia qualcosa di grosso. I capi di Hamas tacciono: se hanno il potere di mantenere l’ordine non hanno voglia di bloccare i missili. Il malcontento della gente cresce, prova ne siano i disordini durante la manifestazione in ricordo di Arafat: pare che in piazza ci fosse mezzo milione di manifestanti pro OLP e contro Hamas, la polizia (di Hamas) è intervenuta e ci sono scappati 7 morti e decine di feriti. Malcontento sì, ma per ora la forza e il potere restano in mano di Hamas.

È chiaro che in questi giorni precedenti la conferenza di Annapolis aumenteranno i tentativi di destabilizzazione da parte di Hamas e compagni, mentre Israele non intraprenderà nessuna azione militare in grande stile. Ma anche per il futuro che soluzione resta?

1- Un’azione militare israeliana in grande stile. Per riuscire deve riportare e mantenere presidi israeliani in zona, cosa che l’opinione pubblica israeliana non ammette e che in passato non ha dimostrato di essere in grado di bloccare al cento per cento l’invio di missili.

2- Un’azione congiunta tra Israele e Abu Mazen per riportare la zona sotto il controllo dell’OLP. È da escludersi per la debolezza dell’OLP.

3- Una sollevazione popolare che cacci Hamas dalle sue posizioni di forza e riporti l’autorità moderata palestinese al governo. Oggi come oggi sembra un sogno irrealizzabile.

La sola azione che fino ad oggi non è stata tentata è quella della trattativa diretta tra israeliani e Hamas a livelli direttivi. Le due parti dovrebbero rinunciare alle posizioni oltranziste, per stabilire una linea comune che permetta alle due popolazioni confinanti di ritornare a vivere in condizioni normali o quasi. Oggi come oggi non credo che Olmert abbia la forza politica per farlo, d’altra parte dovrà capire anche lui che anche se la conferenza di Annapolis porterà a qualche risultato concreto (cosa per ora ancora dubbia) nei confronti delle zone dell’Autorità Palestinese di Abu Mazen, senza una soluzione del problema di Gaza non ci sono speranze di tranquillità.  E i colloqui per riuscire dovrebbero essere a tre: Israele, Abu Mazen e Hamas: infatti oggi come oggi Israele e Abu Mazen si accusano a vicenda di voler trattare con Hamas, e nessuna delle due parti lo farà da sola per non scontentare l’altro. Questioni di onore e di prestigio, chi ci rimette (dalle due parti) è la popolazione, ma questo per ora passa in seconda fila…

Purtroppo la cosa più probabile è che nei prossimi mesi non si faccia nessun tentativo serio per risolvere la questione: a Gaza si continuerà a temere i missili dal cielo degli elicotteri, a Sderot e nei kibbutzim e moshavim di frontiera si continuerà a vivere con il terrore di una roulette russa, nessuno sa in anticipo dove cadrà il prossimo kassam. La scorsa settimana nel kibbutz Zikim sono state centrate in pieno sette vacche, per fortuna nessuno degli stallieri è rimasto colpito.

Israel De Benedetti

Ruchama, 15/11/2007