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Sei mesi dopo

Intervista a Tullio Levi, Presidente della Comunità di Torino

 

 

 

Centrali sono le questioni aperte da questa intervista. Come centrali sono, per la Comunità di Torino, i temi che essa affronta. Assai ampio, dunque, il margine di discussione che si dischiude dalle risposte di Tullio Levi. E tuttavia, per lasciare al lettore serenità di giudizio, abbiamo deciso, dopo un approfondito scambio di idee interno, di rimandare al prossimo numero del giornale il dibattito sul loro contenuto.

 

HK – Il modello di Comunità Ebraica elaborato dal Gruppo di Studi Ebraici, analizzato e discusso per anni su Ha Keillah, realizzato per due decenni dai Consiglieri del Gruppo è noto a tutti. Ti riconosci ancora in questo modello, o vi sono aspetti che metteresti in discussione?

TL – La domanda così come è formulata parte dal presupposto che il modello che il Gruppo ha, fin dalle sue origini, elaborato sia stato effettivamente realizzato nel corso dei due decenni in cui siamo stati alla guida della Comunità: non vi è dubbio che io mi ci riconosca, ma il problema sta proprio nel fatto che non sempre e non in tutto siamo riusciti nel nostro intento. È infatti mia opinione che nel corso degli anni si siano andati sempre più evidenziando alcuni nostri limiti che hanno di fatto compromesso la realizzazione di quel modello:

– Siamo diventati autoreferenti ed abbiamo talvolta perso la percezione di ciò che stava accadendo in diversi ambiti comunitari e di quali fossero i malesseri che vi serpeggiavano.

– Abbiamo preferito fingere che certi problemi non esistessero o che non fossero così rilevanti e quindi non li abbiamo affrontati con la dovuta determinazione.

– Abbiamo di fatto monopolizzato per troppi anni la vita comunitaria torinese creando, nostro malgrado, le premesse per l’estraniazione di molti iscritti.

– Su un altro versante, siamo stati, fin dall’inizio, prevenuti nei confronti di un nuovo raggruppamento che, sia pure in presenza di atteggiamenti non sempre condivisibili, nasceva come reazione al disagio percepito da altri iscritti.

– Salvo pochissime eccezioni, non siamo stati capaci di creare al nostro interno le condizioni per un ricambio generazionale.

– E sempre al nostro interno, negli ultimi tempi si è andata affermando una tendenza al “monolitismo”, a ragionare cioè in termini di maggioranza e minoranza, affossando quel pluralismo che era sempre stato una delle caratteristiche del Gruppo;

Queste involuzioni sono state percepite non solo da me, ma da molti altri membri del Gruppo; stupisce che stenti ancora a farsi strada la volontà di analizzare la situazione a fondo e con spirito costruttivo: i risultati di queste ultime elezioni avrebbero dovuto spingere in tale direzione.

 

HK – Riassumiamo: membro storico del Gruppo di Studi Ebraici; hai promosso la crisi contro il parere della maggioranza dei tuoi compagni di lista. Sei andato alle elezioni da solo con l’appoggio esplicito della lista concorrente, Comunitattiva, che ora è maggioranza. Sei Presidente, però resti ancora un membro effettivo ed influente del Gruppo di Studi Ebraici, lista che ora è all’opposizione. Vuoi aiutarci a chiarire questa complessa situazione?

TL – Non a caso nel rispondere alla domanda precedente ho usato il “noi”: come potrei pormi altrimenti nei confronti del Gruppo di Studi Ebraici, che rappresenta un caposaldo della mia socialità ebraica e all’interno del quale si trovano i compagni di tante battaglie compiute in nome di comuni ideali e gli amici di tutta una vita? I problemi del Gruppo sono i miei problemi e sono i problemi cha da tempo e, purtroppo con scarso ascolto, ho sollevato. Allorché decisi di presentarmi alle scorse elezioni scrissi agli ebrei torinesi : “Mi sono candidato da solo perché non mi sono più trovato in sintonia con le posizioni che la maggioranza del Gruppo di Studi Ebraici ha assunto su questa vicenda [la crisi che ha portato alle mie dimissioni] ma, coerentemente con la mia storia personale, non ho ritenuto di potermi candidare con altre liste”. Ho parlato, non a caso, di mancanza di sintonia su un tema specifico, riconducibile alle ragioni che ho esposto ed ho davvero difficoltà a considerare i Consiglieri eletti nella lista del Gruppo di Studi Ebraici quale opposizione: come è ormai consolidata tradizione della nostra Comunità, le contrapposizioni tra liste concorrenti che si riscontrano prima delle elezioni, tendono a ricomporsi nella successiva fase gestionale e tra tutti indistintamente i consiglieri si instaura un clima di collaborazione, nonostante permangano divergenze di opinioni su temi specifici: ciò è reso possibile dal fatto che esiste una concezione sostanzialmente condivisa di cosa si debba intendere per comunità e di come si debba operare nei vari settori in cui si articola la sua vita.

 

HK – La scuola ebraica, come è stato ben messo in risalto dalla festa del 14 ottobre, diffonde valori di pluralismo, di tolleranza, di rispetto. Su questo l’accordo è totale. Ma la scuola ebraica, il Talmud Torah, è anche il luogo dove i bambini ebrei imparano giorno per giorno a familiarizzare con il mondo dell’ebraismo e delle mitzvoth. Anche su questo siamo tutti d’accordo?

TL – Non vi è alcun dubbio che obbiettivo prioritario di qualunque scuola ebraica debba essere l’insegnamento dell’ebraismo (familiarizzare con il mondo delle mitzvoth ne è parte integrante) e della lingua ebraica. Ma siamo sicuri che i risultati conseguiti negli ultimi decenni in questo campo siano poi così soddisfacenti? Se così fosse il fenomeno dell’allontanamento dalla comunità e dall’ebraismo in età adolescenziale non sarebbe così drammatico né l’apprendimento della lingua sarebbe, generalmente parlando, così modesto. E ciò accade nonostante la nostra scuola possa contare su un corpo docente motivato e di ottimo livello. In questi due anni e mezzo di consiglio abbiamo affrontato queste problematiche ed abbiamo anche effettuato significativi interventi volti a migliorare la situazione esistente. Tuttavia il tema è talmente vitale che su di esso sarebbe necessario un confronto approfondito e senza pregiudiziali tra tutti i soggetti che ne condividono istituzionalmente la responsabilità. Ma che esista disponibilità a tale confronto non è così scontato.

Così come non è scontato che la scuola riesca sempre nell’intento di diffondere valori di pluralismo, di tolleranza e di rispetto, nonostante anche su questo terreno l’impegno del corpo docente sia fuori discussione: a titolo di esempio, duole constatare che la presenza di figli di madre non ebrea anziché rappresentare una occasione irripetibile per tentare il recupero loro e della loro famiglia all’ebraismo, sia stata talvolta, in attività extra-curriculari attinenti proprio l’educazione ebraica, causa di episodi che certo non vanno né nella direzione del recupero né in quella del rispetto e della tolleranza.

I problemi su cui mi sono soffermato non sono comunque tali da inficiare un giudizio globalmente molto positivo sulle scuole ebraiche della Comunità: i lusinghieri risultati che i nostri ex allievi conseguono nelle scuole superiori sono la riprova dell’eccellente preparazione conseguita. Ma anche in questo, come in ogni altro settore della vita comunitaria, se vi sono dei problemi è bene affrontarli e non accontentarsi dello statu quo.

 

HK – A sei mesi dalle elezioni il Rabbino Capo di Torino è tuttora Rav Alberto Somekh. Sembra che stiate sperimentando una nuova, difficile convivenza. Un anno fa la giudicavi insostenibile. E ora?

TL – Continuo a giudicare insostenibile tale convivenza, ma non si tratta certo di una questione personale: si tratta di una questione estremamente delicata e complessa con gravi implicazioni per la vita comunitaria, sulle quali il Consiglio ha ritenuto opportuno investire la Consulta Rabbinica che solo recentemente si è espressa; la Consulta ha raccomandato “alla Comunità di Torino di cercare un approccio nuovo con il Rabbino per vedere almeno di alleggerire la tensione tra le parti in vista di un’eventuale auspicabile composizione della controversia in un prossimo futuro”.

Sei mesi in cui si sono susseguiti, nell’ordine, l’insediamento del nuovo Consiglio, la rinuncia di Rav Somekh all’incarico di Vice Rabbino Capo della Comunità di Milano, la presentazione dell’esposto alla Consulta, le vacanze estive, i moadim, l’attesa della risposta della Consulta, potrebbero rappresentare un lasso di tempo assai breve; è invece un lasso di tempo fin troppo lungo se si considera l’ulteriore protrarsi di una situazione inveterata con la quale anche i Consigli precedenti si sono vanamente confrontati. È proprio tale storica assenza di tangibili risultati che alimenta il mio scetticismo nei confronti del suggerimento formulato dalla Consulta, suggerimento che tuttavia può essere accolto se da parte di tutti i protagonisti vi è una sincera volontà di cercare soluzioni effettive per problemi effettivi.

 

HK – A distanza di sei mesi dalle elezioni, cosa sta mutando in Comunità?

TL – Il successo elettorale conseguito dalla lista di Comunitattiva ha indubbiamente favorito l’affacciarsi alla vita comunitaria di volti nuovi e molti sono coloro che, spesso per la prima volta, si sono impegnati nell’organizzazione di attività comunitarie, ovviamente con approcci diversi e spesso inusuali. Numerose sono le iniziative di contenuto che hanno fatto registrare ottimi successi sia in termini di pubblico che di gradimento. Questo è certamente un fenomeno positivo. Le lacerazioni e le tensioni che affliggono la nostra Comunità hanno invece ripercussioni negative che, col trascorrere del tempo, si stanno purtroppo aggravando fino ad alterare gli stessi rapporti interpersonali. Negativo è anche il senso di frustrazione che l’insuccesso elettorale del Gruppo ha provocato in molti suoi membri, allontanandoli talvolta dalla partecipazione attiva alla vita comunitaria.

 

HK – Un’ultima domanda che ci riguarda più da vicino. Secondo te Ha Keillah cosa è? Un giornale di opposizione o di maggioranza? Questa è un’intervista a un alleato o a un avversario?

TL – Sono fermamente convinto che Ha Keillah non debba essere né un giornale di opposizione né di maggioranza: Ha Keillah deve essere un giornale che, fedele alle sue tradizioni, affronta i problemi con obbiettività ed equilibrio. Negli ultimi quattro numeri e per quanto riguarda i problemi della Comunità di Torino ciò non è avvenuto, tant’è vero che il Gruppo ha ritenuto opportuno rivedere la composizione della redazione.

Non mi sento invece di rispondere all’ultima domanda perché non capisco di chi dovrei essere alleato e di chi dovrei essere avversario ma, se devo essere sincero, avrei preferito che una redazione della quale ho fatto parte per tanti anni non ponesse questo quesito.

 

Torino, 18 Novembre 2007

 8 Kislev 5768

 

Una precisazione

 

Mi preme evidenziare un equivoco lessicale sul significato della parola “extracurriculari”, usato in modo inusuale rispetto al consueto. Nell’accezione comune questo termine si riferisce ad attività che non rientrano nel curricolo scolastico ministeriale, ma fanno sempre parte del pacchetto complessivo che la scuola propone e che vengono descritte nel POF (Piano di Offerta Formativa). Queste materie sono facoltative e vengono svolte in orario extrascolastico – nuoto, musica, ecc. – ma anche per queste la scuola garantisce che si svolgano coerentemente con i propri principi educativi. Le attività di carattere ebraico della scuola – lingua, storia ebraica ed ebraismo – sono invece curricolari e sono sempre state obbligatorie per tutti, ebrei e non ebrei, valutate nella scheda quadrimestrale.

Altra cosa sono attività che altri Enti comunitari, associazioni od organizzazioni svolgono al di fuori degli orari scolastici e su cui la scuola non ha alcun controllo né alcuna responsabilità. Può avvenire che i suoi locali vengano utilizzati per i fini di questi enti, ma altrettanto succede che essa svolga qualche attività in altri locali comunitari che non siano i suoi.

Marta Morello Silva

Preside della Scuola Ebraica di Torino