Prima pagina

 

 

Una porta di consapevolezza

di

Anna Segre

 

 

 

Il contesto

La questione del ghiur non riguarda solo chi intende convertirsi all’ebraismo, ma tocca l’identità stessa delle nostre comunità: prima di tutto perché includendo o non includendo nuovi membri ne modifica la composizione; in secondo luogo perché sappiamo tutti che le persone a cui viene negata la conversione ortodossa prima o poi si rivolgono altrove, alimentando così notevolmente le possibilità di espansione in Italia delle comunità ebraiche non ortodosse. C’è chi ritiene che questo non sia un male, anzi, sarebbe una fonte di pluralismo e ricchezza; molti interventi su HK hanno invece messo in luce i difetti di questa prospettiva; senza riprendere in questa sede discorsi troppo complessi, mi limito a domandarmi quante comunità italiane si potrebbero permettere due o tre scuole ebraiche, o quale partecipazione avrebbero i campeggi dell’Unione dei giovani Ebrei Ortodossi o quelli dell’Unione dei Giovani Ebrei Riformati (prevedere attività comuni? E se poi ne derivano matrimoni “misti”?)

Cosa c’entra tutto questo con il ghiur? Secondo me c’entra moltissimo, perché credo che, senza le difficoltà connesse con la conversione ortodossa, pochissimi in Italia sentirebbero l’esigenza di dar vita a comunità sostanzialmente estranee alla tradizione del nostro paese. I contorni del problema apparivano ben chiari agli organizzatori del Moked svolto a Viareggio dal 1 al 4 novembre (20-23 cheshvan 5768), come dimostrano le parole introduttive di Dario Calimani, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane:

Un convegno sul ghiur perché non ci si può nascondere che l’ebraismo italiano, Congresso dopo Congresso, si ritrova ogni quattro anni ad affrontare il rischio di dibattiti disgreganti, e li evita sempre in extremis, patteggiando nei corridoi compromessi e silenzi. E ogni volta se ne esce, al più, con la promessa di una Commissione di studio da cui ci si aspettano, forse, dopo altri quattro anni, soltanto un altro compromesso e altri silenzi. Nel frattempo, l’ebraismo italiano, nell’indifferenza e come spinto da un senso di inevitabilità, si scontra e si divide, ed esaurisce le proprie poche energie in un’autodistruttiva cultura della contrapposizione. Un problema, insomma, continuamente eluso, ma, come ha affermato Renzo Gattegna, Presidente dell’UCEI, eludere i problemi non significa risolverli.

Altrettanto chiaro anche Rav Roberto Della Rocca, presidente del Dipartimento Educazione e Cultura: Nascondersi che l’ebraismo italiano rischia di dividersi sul problema del ghiur sarebbe ipocrisia… Il bene dell’ebraismo italiano si fa probabilmente con un grande sforzo di unità e, in questo intento, con un grande sforzo di fantasia… La porta che vogliamo aprire è, innanzi tutto, una porta di consapevolezza, di assunzione di responsabilità, di ricerca di un percorso comune che non penalizzi nessuna forma di identità ebraica. Nel tentativo forte, impegnativo ma responsabile, di mantenersi all’interno della tradizione ebraica nel senso più pieno e inclusivo del termine.

Date queste premesse, mi sarei immaginata che gli interventi non riguardassero tanto le regole relative al singolo ghiur (sappiamo tutti che per una conversione ortodossa è necessaria la kabbalat mitzvot, l’accettazione dei precetti), quanto il problema dell’intera comunità ebraica italiana e di quale potrebbe essere il suo futuro nelle diverse ipotesi (non posso credere che la prospettiva di una proliferazione dei gruppi non ortodossi non preoccupi neanche un po’ i nostri rabbini); se sia possibile, dal punto di vista dell’alakhà, essere un po’ più facilitanti allo scopo di conservare l’unità dell’ebraismo italiano; oppure, se sia possibile mettere in campo strategie globali per affrontare i problemi, per esempio delle famiglie miste (perché a priori si potrà anche dire che il matrimonio misto è sbagliato, ma a posteriori in un modo o nell’altro la famiglia mista c’è e bisogna occuparsene).

Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, che non ha potuto essere presente, ha inviato una lettera in cui afferma, tra le altre cose, che I rabbini italiani si muovono in un contesto internazionale condiviso e hanno a cuore, tra l’altro, l’unità del popolo ebraico di cui la nostra comunità è e deve rimanere parte integrante. Insomma, il rabbinato italiano ha le mani legate, se vuole che i suoi ghiurim siano riconosciuti all’estero. Mi riesce un po’ difficile, tuttavia, capire come si possa confrontare una situazione come quella italiana, in cui quasi tutti sono formalmente ortodossi, con comunità che raccolgono solo una minoranza degli ebrei presenti nel territorio.

 

Gli interventi

Rav Giuseppe Laras, Presidente Assemblea Rabbinica ha esposto le fonti alakhiche relative al ghiur, rilevando le differenze tra il Talmud Babilonese, più rigido, e quello di Gerusalemme, incline ad accettare anche chi si converte per motivi “utilitaristici”, con il presupposto che facendolo nel modo non giusto finiranno per farlo nel modo giusto. Lo Shulchan Aruch è più facilitante di oggi per quanto riguarda la conversione dei minori, perché parte dalla presunzione legale di far acquisire loro un vantaggio; questo avviene, tuttavia, solo in un contesto di osservanza generalizzata. È un discorso ovviamente corretto dal punto di vista alakhico, ma da un punto di vista sociologico è paradossale: più la comunità ha bisogno del ghiur per la propria sopravvivenza più questo diventa difficile. Venendo agli aspetti pratici del problema, Rav Laras ha segnalato l’interessante esperimento di affiancare ad ogni persona in via di conversione un “tutor”, cioè una persona (o, meglio, una famiglia) osservante, che lo segua e si proponga come esempio di vita ebraica.

Rav Gutman (tribunale rabbinico di Strasburgo) ha inquadrato il tema all’interno di alcuni aspetti generali del pensiero ebraico: la pedagogia della diversità, la tensione tra particolare e universale, il rispetto per le differenze (la vicenda della Torre di Babele come messa in guardia dalle ideologie totalizzanti). Rav Toledano (del tribunale rabbinico di Londra-Amsterdam) e Rav Goldschmit (rabbino capo di Mosca) hanno esposto la situazione delle loro comunità e il loro modo di regolarsi relativamente ai ghiurim. A parte le affermazioni di principio, sempre molto belle, nei fatti hanno esposto linee di tendenza più chiuse di quelle generalmente praticate in Italia: per esempio, per i figli di padre ebreo si aspetta la maggiore età (civile, non ebraica, in quanto il candidato deve essere in grado di prendere le proprie decisioni autonomamente); il ghiur dei bambini è praticato solo se contestuale alla conversione della madre. Apparentemente più facilitante sembrava l’atteggiamento nei confronti degli ebrei russi, in una comunità quasi rinata dal nulla dopo la fine dell’URSS, ma solo quando si trattava di persone già alakhicamente ebree. Altrimenti anche Rav Goldschmit dava per scontata la necessità dell’osservanza delle mitzvot, anche per chi, figlio di padre ebreo, aveva sofferto l’antisemitismo a causa del proprio cognome: secondo lui, infatti, gli standard per la conversione hanno creato uno zoccolo duro che ha un peso enorme nella vita della comunità. Entrambi, comunque, hanno sottolineato la necessità di un atteggiamento “accogliente” nei confronti di chi si presenta per intraprendere un percorso di ghiur; entrambi, inoltre, hanno parlato di tempi certi, al massimo un anno o due (piuttosto che tenere una persona in sospeso a tempo indeterminato è meglio dire subito di no). Interessante, inoltre, il consiglio di Rav Toledano agli ebrei italiani: dotarsi di un bet din (tribunale rabbinico) unitario, forte, composto da personalità autorevoli, che si prenda in carico tutte le conversioni sul territorio nazionale; questo renderebbe più facile il riconoscimento all’estero dei ghiurim italiani e creerebbe una maggiore omogeneità tra le diverse comunità; spetterebbe comunque ai rabbini locali il compito di preparare i candidati e presentarli al bet din centrale.

Tuttavia, affrontando la questione dal punto di vista del singolo che intende convertirsi, si corre il rischio di non vedere come il problema tocchi comunque l’intera comunità. Sintomatico il caso di una donna che intende convertirsi per sposare un ebreo: Rav Toledano ha dichiarato esplicitamente che si tratta di una circostanza che non facilita il ghiur, perché in questa persona è lecito supporre un “interesse” (tanto che è giunto a raccontare di una ragazza che aveva nascosto al tribunale rabbinico di avere un fidanzato ebreo). Se, tuttavia, proviamo ad osservare il problema dal punto di vista del fidanzato (che così eviterebbe il matrimonio misto), della sua famiglia, dei futuri figli, della comunità in generale (che magari rischia di perdere un hazan, o un consigliere), non c’è dubbio che il ghiur “d’interesse” sarebbe utile e necessario per il benessere di tutti. D’altra parte è paradossale che una ragazza che avrebbe già pronta una famiglia ebraica in cui inserirsi, che non rischierebbe una volta diventata ebrea di contrarre matrimonio misto, che avrebbe magari una suocera pronta a insegnarle la kasherut ritenga necessario nascondere tutto questo per facilitarsi il ghiur.

Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, ha ribadito che la conversione (anche non ortodossa) non può che essere un fatto religioso, e quindi non ha niente a che fare con la dialettica laici-religiosi. Il suo intervento, centrato sull’amore per il gher, ha cercato di mettere il dito sulla piaga di alcuni problemi reali nelle nostre comunità: amare significa conoscere, capire che il gher può avere problemi ed esigenze diversi dai nostri, non lasciarlo solo; invece, spesso, si riscontra quasi una sorta di diffidenza nei suoi confronti, tanto da parte dei “religiosi” quanto, anche se per motivi diversi, da parte dei “laici”.

 

Israele tra politica e alakhà

Completamente diverso, invece, l’approccio di Sergio Della Pergola (Università di Gerusalemme) e Michael Corinaldi (avvocato, Università di Gerusalemme), caratterizzato da pragmatismo: in Israele vivono oggi 310000 persone provenienti dall’ex Unione Sovietica, accolte nello stato in base alla Legge del Ritorno (che accetta chiunque abbia uno dei nonni ebreo), ma non ebree secondo l’alakhà e quindi destinate ad una vita da “paria” (o usando le parole di Della Pergola, sospesi nel nulla), senza potersi sposare (in Israele non esiste il matrimonio civile) e, fino a poco tempo fa, senza neppure un luogo dove essere seppelliti. È un problema grave e non destinato a risolversi, poiché i tribunali rabbinici ordinari praticano un numero minimo di ghiurim. E stato recentemente istituito un tribunale speciale per le conversioni, ma anche questo non pratica più di duemila ghiurim all’anno. Di questo passo, afferma Della Pergola, ci vorrebbe almeno un secolo per risolvere il problema, mentre per lo Stato di Israele è un’esigenza primaria avere una società forte e armoniosa, anche per fronteggiare i nemici esterni. Invece Israele ha creato con le proprie mani un ulteriore problema politico. Se è utile che Israele esista – conclude Della Pergola – è necessario trovare soluzioni.

Michael Corinaldi ha illustrato le varie fasi che hanno portato all’attuale legge del ritorno, spesso a colpi di sentenze della Corte Suprema; è interessante notare come in Israele si sia creato un groviglio inestricabile tra politica e alakhà, tanto che la questione del ghiur rischia di far cadere i governi. Analizzando la molteplicità degli organi competenti e la trafila burocratica che attende il gher (dopo la conversione occorre, per lo stato civile, anche un certificato di cambiamento di religione, che non viene rilasciato automaticamente), Corinaldi arriva a definire il ghiur in Israele una via dolorosa. Per questo, contro l’opinione espressa dai rabbini presenti, Corinaldi consiglia di praticare i ghiurim il più in fretta possibile, meglio se a bambini (per i quali vale la presunzione di operare in loro favore), perché per un adulto sarà molto più difficile. Inoltre secondo lui è opportuno andare in giro per il mondo a cercare rabbini più facilitanti, perché un ghiur – afferma Corinaldi – è un fatto compiuto: al limite sarà richiesto di ripetere la cerimonia formale, di rifare il bagno, ma difficilmente si arriverà a cancellare una conversione.

Gli interventi di Della Pergola e Corinaldi hanno aperto prospettive inquietanti, ma tuttavia ci hanno trasmesso almeno un elemento di conforto: dato che il problema è ben più grave e doloroso in Israele di quanto lo sia in Italia, prima o poi sarà necessario giungere ad una soluzione, alla quale il nostro paese potrà poi accodarsi.

 

E noi?

Solo nella seduta conclusiva (per la quale è stato purtroppo impossibile prendere appunti perché svolta di Shabbat) il problema specifico delle comunità ebraiche italiane è stato affrontato in modo più diretto. E sono venute fuori, soprattutto nell’intervento conclusivo di Rav Della Rocca, molte proposte concrete e interessanti, da quelle, già citate, del bet din centrale e dei tutor, all’istituzione di un curriculum nazionale, di corsi per il ghiur, ecc.

Interessante anche l’osservazione iniziale da cui è partito Rav Benedetto Carucci, direttore delle scuole ebraiche di Roma: quando era piccolo – ha ricordato – nella sua classe alla scuola ebraica l’unico a mangiare kasher era Rav Della Rocca. Oggi sono numerose le famiglie ebraiche romane che osservano la kasherut. Così, non bisogna sedersi sul “si è sempre fatto così”, perché le cose possono cambiare.

In conclusione, vale la pena ribadire come tanto nell’impostazione del convegno quanto in alcuni interventi, soprattutto in quelli conclusivi, sia stato detto chiaro e tondo che il ghiur è un problema di cui la comunità deve farsi carico, in tutti i suoi momenti: dall’attenzione ai bambini figli di padre ebreo e madre non ebrea (che sono accolti nelle scuole ebraiche, tanto a Roma che a Milano (1)), alla predisposizione di percorsi per gli aspiranti gherim, alla ricerca di tutor da affiancare loro, fino ad arrivare all’accoglienza nella comunità una volta completata la conversione (che spesso lascia a desiderare). Questo merita qualche riflessione: nel dibattito torinese dell’ultimo anno, in particolare in occasione delle elezioni comunitarie, si è sentito dire da qualcuno, invece, che il ghiur è in mano ai rabbini e quindi un Consiglio della Comunità non ha titolo ad occuparsene; in più, qualcuno ha contestato la pretesa di tempi certi e non troppo prolungati per la conversione. Forse è il caso che ci diciamo chiaramente che queste posizioni sono, certo, pienamente legittime, ma non sono le uniche possibili, anche nell’ambito di una visione ortodossa. In effetti il programma del Gruppo di Studi Ebraici conteneva alcune affermazioni molto chiare e coraggiose che andavano proprio nel senso qui indicato (impegno del futuro Consiglio a farsi carico in prima persona della questione dei ghiurim, addirittura rivolgendosi ad altre Comunità); queste, tuttavia, sono state espunte dalle successive versioni sintetizzate del programma (quelle circolate nei volantini e negli appelli on line), come se si trattasse di un tema secondario, mentre, secondo me, avrebbe dovuto essere uno dei punti centrali su cui cercare voti. Personalmente ritengo che questa sottovalutazione abbia avuto una parte nella nostra sconfitta elettorale; comunque è una questione su cui il Gruppo e Ha Keillah dovrebbero ancora riflettere.

Anna Segre

 

(1) Per quanto riguarda la scuola, siamo soliti affermare che a Torino il problema non sussiste perché la scuola è aperta a tutti. Ma la questione è più complessa, poiché in effetti l’istruzione ebraica vera e propria viene impartita anche in altri contesti, esterni alla scuola e riservati ai ragazzi ebrei. Così, nei fatti, mentre a Milano e a Roma un bambino figlio di padre ebreo e madre non ebrea interessato al ghiur, nel momento in cui è ammesso a scuola, riceve la stessa educazione di un bambino ebreo (rendendo con questo meno problematico il rinvio della conversione all’età adulta), a Torino, di fatto, è trattato come gli altri non ebrei che frequentano la scuola per i motivi più disparati.