Laicità
Note a margine del “Goi Qadosh”
di
Gadi
Luzzatto Voghera
Credo
che si debba essere grati a Riccardo Di Segni per la sostanza dei problemi che
ha voluto aprire alla discussione con il suo articolo sull’ultimo numero di Ha
Keillah. Le questioni in gioco sono molte, dalla laicità dello Stato come
valore “ebraico” alla querelle
sulle coppie di fatto e sull’omosessualità fino al cuore del ragionamento di
Di Segni – che è ben sintetizzato nel titolo dell’articolo – che riguarda
la sostanziale impossibilità di essere ebrei, di essere “Israele”,
privandosi dell’attributo di “qadòsh”. Il rabbino di Roma invita i
lettori a riflettere prima di tutto su questo elemento della nostra identità, e
trovo giusto che lo faccia seguendo una ricca tradizione di predicazione che da
oltre mezzo millennio è parte integrante e direi fondante del rabbinato nella
sua funzione ex-cathedra.
Questo
invito alla riflessione va a mio giudizio preso sul serio, e a questo proposito
mi sembrano di particolare interesse due passaggi del ragionamento di Di Segni
che aprono questioni spinose a cui tutti sono chiamati a dare risposte. Sul
finale viene scritto che Israele nelle
preghiere di Rosh Hashanà è “definito goi qadosh, ‘popolo santo’. Se si
toglie la qualifica di qadòsh a Israele,
resta solo il goi. E la qualifica di qadosh non è automatica, bisogna
guadagnarsela”. In precedenza, discutendo dell’impegno di molti ebrei
nell’opera di difesa pubblica della laicità dello Stato, si segnalava un
rischio “fondamentale: questi valori possono diventare per molti di noi
l’ideologia primaria e persino sostitutiva dell’ebraismo, il criterio di
riferimento dogmatico davanti al quale ogni altro valore dell’ebraismo deve
cedere; il compagno di cammino, importante e degno del massimo rispetto, si è
sostituito a noi”. Questi due passaggi meritano di essere discussi perché
suonano come critica esplicita a quel variegato e disunito mondo che viene in
genere definito “ebraismo laico”.
Nel
merito, la prima affermazione prefigura un Israele che sarebbe “goi qadòsh”
solo se se lo guadagna, ed è facile immaginare la strada che Di Segni indica
per guadagnarsi tale qualifica. So bene che i testi della Tradizione sono pieni
di richiami a seguire la via tracciata dalla Legge di Moshé Rabbenu, e so
altresì che la storia degli ebrei è caratterizzata da una costante tendenza
alla trasgressione che spinge le autorità rabbiniche a continui richiami e
ammonimenti. Da questo punto di vista Di Segni e la gran parte degli ebrei
italiani si collocano nell’alveo della tradizione e – per così dire –
fanno il loro mestiere. Ma credo anche di sapere che la parola “qadòsh” va
intesa come “santo” solo da una lettura funzionale a un certo tipo di
ragionamento: vi sono molti altri significati nella Toràh legati alla parola
“qadòsh”, fra cui sicuramente quello di “separato”. Ma anche volendo
rimanere legati alla definizione di “santo”, questa non pare avere relazione
se non con una qualità suprema e intrinseca di Qadòsh Baruch-Hu che viene
trasmessa per suo volere agli ebrei: “Poiché Io sono l’Eterno che vi ha
tratti dalla terra d’Egitto per essere il vostro Signore; siate santi perché
Io sono santo” (Lev. 11, 45). Certo si tratta di un “invito” pressante a
“essere santi” (in questo caso mangiando cibi permessi), ma la qedushà di
Israele non viene tolta a chi in Israele non segue questo invito. A meno che –
ma qui ci addentriamo in ambito sociologico e politico – non si decida che è
fuori da Israele chiunque trasgredisce. Se fosse questo il caso, allora verrebbe
meno tutta la costruzione retorica che fa del Popolo d’Israele un’unità
indissolubile e che pone al centro di tale unitarietà l’idea di responsabilità
collettiva. È chiaro che nulla vieta di compiere questa scelta, ma le
conseguenze sarebbero impegnative e traumatiche: verrebbe messa in discussione
l’esistenza dello Stato d’Israele, l’ebraismo americano evaporerebbe e
chissà quale sorte toccherebbe alle poche centinaia di famiglie italiane che
per ventura venissero fatte rientrare in questo strano criterio di qedushà.
Ancora
più impegnativo e gravido di conseguenze mi pare il richiamo di Di Segni al
pericolo di trasformare la laicità dello Stato in ideologia sostitutiva
dell’ebraismo. A prima vista il richiamo non pare fuori luogo, ma è sul
concetto di “ideologia” che vorrei soffermare la mia attenzione. Perché
usare questo termine? La laicità dello Stato non è un’ideologia. Può esser
un’idea che elabora quale dovrebbe essere il rapporto fra lo Stato moderno e
le Chiese (di maggioranza e di minoranza) come gerarchie e come fedi religiose.
Ma non è un’ideologia! Non esiste (e sarebbe ben poca cosa) un Partito dei
Laici: esiste certamente un gruppo nutrito di persone che interviene attivamente
per sottolineare la necessità di tenere separate la sfera della fede religiosa
(e delle gerarchie che in alcune fedi esistono) da quella del governo della
società. Questa gente interviene perché avverte una continua invadenza (in
Italia più che altrove) delle gerarchie ecclesiastiche in ambiti che non le
competono. Ma l’ideologia è un’altra cosa: l’ideologia prevede una
visione utopica di una società futura verso la quale tendere (per via
democratica o per via rivoluzionaria), una società di uomini e donne per la
quale si organizza un movimento o un partito, generalmente guidato da una
leadership e (spesso) da un “Capo”. Non si vede nulla del genere
all’orizzonte per quel che riguarda la laicità dello Stato, ma – anche ci
fosse – non vedo come questa potrebbe essere una “ideologia sostitutiva
dell’ebraismo”: da quando in qua l’ebraismo è un’ideologia?
L’ebraismo è stato ed è definito a seconda dei contesti una religione, una
fede, un’esperienza storica, una “civiltà”, e forse si possono discutere
altre forme possibili di categorizzazione, ma chiamarlo “ideologia” mi
sembra del tutto inappropriato. Tendo a credere che nel caso di Di Segni si sia
trattato di uno scivolone semantico, ma temo che in alcuni ambienti estremi del
mondo ortodosso la tentazione di comportarsi come se l’ebraismo fosse
un’ideologia ci sono, e siano da denunciare come pericolosi per l’ebraismo
stesso.
Che
Di Segni pensi seriamente che l’ebraismo sia un’ideologia non lo credo. Che
l’ebraismo possa “fare qualcosa per gli altri”, cioè avere “un ruolo
nella costruzione della società comune” però lo dice lui esplicitamente:
“sono numerosi i temi in cui la tradizione può dire la sua nella società, e
la differenze politiche e sociali locali possono suggerire varie soluzioni su
come intervenire nel dibattito; in proposito il pragmatismo dell’ebraismo
ortodosso americano è un riferimento importante”. Curioso che Riccardo Di
Segni citi proprio a questo proposito solo l’ebraismo ortodosso: sarebbe stato
forse il caso di accennare almeno al fatto che da circa ottant’anni proprio
sul tema dell’intervento attivo nella società americana molto più delle
comunità ortodosse sono le comunità progressive (e nella fattispecie i reconstructionist
di Mordechai Kaplan) a seguire questa via.
Forse,
se “tutti noi” ci sforzassimo di esser un po’ meno provinciali e
guardassimo veramente a quel che accade nel mondo ebraico oltre le Alpi,
impareremmo a conoscere un sacco di cose interessanti che complottano nel
condurre l’ebraismo in una dimensione – per fortuna – molto, molto lontana
da quella di un’“ideologia”.
Gadi
Luzzatto Voghera