Dialogo?

 

 

Preghiamo per gli ebrei

Ratzinger, Chiesa ed ebrei a 60 anni dal Documento di Seelisberg

di

Giulio Disegni

 

 

 

Nelle relazioni Chiesa – mondo ebraico, talune recenti iniziative di Benedetto XVI non possono non destare preoccupazioni e scalpore.

È di metà novembre la notizia che una nuova Enciclica, la seconda, Spe Salvi (Salvi grazie alla speranza), una meditazione a tutto tondo sul tema della speranza cristiana, sarà pubblicata entro fine anno: le notizie riportano che il Pontefice citerà San Paolo per quanto riguarda la “Lettera agli ebrei”, in cui la speranza è definita ancora di vita, sicura e salda, che “penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore”.

Ed è di questi giorni la notizia di una rivolta strisciante contro il Motu Proprio di Papa Razinger, che liberalizza la vecchia Messa di San Pio V.

Come noto, con il Motu Proprio pubblicato il 7 luglio 2007 ed in vigore dal 14 settembre, Benedetto XVI ha voluto “una riconciliazione interna nel seno della Chiesa” ed ha precisato che la liturgia preconciliare non è mai stata abrogata. Val la pena ricordare che i parroci che lo vorranno potranno celebrare liberamente la Messa in latino secondo il rito tridentino e dunque con la “Lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica ‘Motu Proprio data’ Summorum Pontificum”, si è ritornati in pieno alla liturgia anteriore alla riforma del 1970.

Orbene, il testo latino del Messale del 1962, oggetto del Motu Proprio di Benedetto XVI riporta ancora le controverse formulazioni riguardanti la preghiera del Venerdi santo, fatta eccezione per l’aggettivo “perfidis”. E se anche l’aggettivo, tradotto per lo più come “infedeli”, è sparito, il riferimento al popolo ebraico nella preghiera Pro Iudaeis rimane pur sempre il seguente, che val la pena ricordare per chi non ne avesse più memoria: “Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio Nostro, che li scelse, primi tra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza. Dio Onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo ed alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della Redenzione”.

Le proteste non si sono fatte certo attendere: diversi esponenti dell’ebraismo internazionale hanno manifestato le loro critiche al fatto che con la liberalizzazione della messa in latino, cosidetta Messa di San Pio V, venisse reintrodotta la preghiera del Venerdi Santo, per la redenzione degli ebrei.

E l’American Jewish Committee ha ribadito: “Siamo naturalmente coscienti dell’impatto che un uso diffuso della liturgia tridentina può generare sul modo di percepire e di trattare gli ebrei.

Apprezziamo che il Motu Proprio limiti l’uso della messa latina nei giorni antecedenti la Pasqua, per ciò che attiene alla liturgia del Venerdi Santo riguardante gli ebrei.

Ma poiché non è ancora chiaro che tale disposizione si applica a tutte le situazioni, abbiamo invitato il Vaticano a contraddire le implicazioni negative che alcuni, nelle comunità ebraiche e oltre, hanno tratto riguardo al Motu Proprio”.

Ad oggi peraltro, tranne la disponibilità mostrata dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone per eliminare dal Messale latino “le preghiere che possono urtare la sensibilità del mondo ebraico”, nulla si è mosso.

Mi è sembrato importante e necessario ricordare i recenti fatti che caratterizzano l’atteggiamento di Papa Ratzinger verso gli ebrei, all’Assemblea inaugurale dell’Amicizia Ebraico – Cristiana di Torino, che il 13 novembre ha aperto le sue attività annuali con una tavola rotonda incentrata sul confronto tra due documenti di notevole portata: la Dichiarazione di Seelisberg del 1947 e “Un obbligo sacro”del 2002.

Il primo documento, che caratterizza in modo particolarmente significativo l’avvio, sessant’anni orsono, dei rapporti tra mondo cristiano e mondo ebraico, è il risultato, tradotto in dieci punti, di una Conferenza internazionale tenutasi a Seelisberg in Svizzera, a cui parteciparono un centinaio di delegati cristiani ed ebrei, provenienti da una ventina di paesi e di cui animatore e promotore fu Jules Isaac: il documento rifletteva un atteggiamento largamente condiviso, a due anni dalla fine delle atrocità naziste, mirato a ripensare la fede cristiana in relazione al popolo ebraico.

Il secondo documento, denominato “Un obbligo sacro” è divenuto un vero punto di riferimento nelle relazioni ebraismo – cristianesimo del mondo americano, il cui intento si può leggere nell’introduzione ai dieci punti programmatici: “Noi crediamo che una revisione dell’insegnamento cristiano in relazione all’Ebraismo e al popolo ebraico sia oggi un impegno centrale e indispensabile della teologia. È essenziale che il cristianesimo comprenda e descriva l’ebraismo in modo esatto, non soltanto per una questione di giustizia nei confronti del popolo ebraico, ma anche per un’integrità della fede cristiana che non possiamo confessare senza fare riferimento all’ebraismo”.

Insieme al prof. Sergio Rostagno ed al prof. Aldo Moda ho discusso sui due documenti intorno a cui eravamo invitati a riflettere, ma, pur dando atto degli importanti passi compiuti dal cristianesimo e dalle Associazioni dell’Amicizia Ebraico-Cristiana verso il mondo ebraico, non ho potuto non fare espresso riferimento a quella che si presenta oggi come una situazione per certi versi di “ritorno indietro” nelle relazioni tra i due mondi. Ma il dialogo avrà il sopravvento.

Giulio Disegni