Francia

 

 

Le meilleur des mondes

di

Olivier Rubinstein

 

   

È il titolo di un periodico francese che ci ha incuriosito. Per saperne di più, abbiamo chiesto al Direttore di presentarcelo.

 

Questa Rivista nasce dalla noia, dalla solitudine, dal malessere crescente di alcuni a fronte di una vita politica francese che sembra compiacersi nel rimasticamento di miti intellettuali logori e di rancori politici impotenti.

La crisi francese, che nessuno qui o all’estero si sogna di negare, benché nessuno concordi sulle sue cause, è diventata evidente al momento delle presidenziali del 2002, quando il doppio sfondamento lepenista e di sinistra del primo turno ha comportato lo spettacolo tragicamente ridicolo di un presidente rieletto con più dell’80% dei voti, un risultato fino a quel momento inedito in una democrazia occidentale.

Una delle letture possibili della crisi franco-americana, fin dall’autunno successivo, al momento della discussione sulla guerra in Irak, non è forse da cercare anche in questo aspetto, quando l’Eliseo si presenta apertamente di fronte al mondo intero e non più di fronte ai soli elettori francesi, come l’ultima difesa contro la violenza – una violenza non più lepenista questa volta ma americana –? Lungi dal recitare la parte dell’alleato esigente ma leale che avrebbe controbilanciato l’unilateralismo di Giorgio W. Bush, la Francia, sinistra e destra all’unisono, si è allora abbandonata ai vecchi demoni che la inducono da tempo, a diffidare di ogni cambiamento, quando questo vada insieme con un’estensione dell’influenza degli Stati Uniti o di quella dell’economia di mercato come fu il caso in minore misura di fronte alla guerra d’Afghanistan o di fronte alle rivoluzioni democratiche in Georgia e in Ucraina viste con lo stesso scetticismo usato in passato di fronte alla dissidenza comunista nell’Europa dell’Est.

La confusione che ne è seguita ha avuto la sua migliore dimostrazione al momento delle manifestazioni pacifiste del fabbraio-marzo 2003. In un clima di giudeofobia senza precedenti dopo la seconda guerra mondiale allorquando l’islamismo militante beneficiava di una certa benevolenza si videro dei cortei nei quali gli ebrei erano aggrediti mentre i militanti di estrema sinistra bruciavano bandiere israeliane e americane accanto a islamisti che esibivano ritratti di Saddam Hussein. L’Internazionale si mescolava con i canti di guerra di Hamas con la benedizione di una parte dell’opinione pubblica: a quell’epoca, secondo un sondaggio, un terzo dei francesi sperava nella vittoria dell’Irak.

Alcuni di noi hanno taciuto, altri hanno preso ufficialmente posizione contro il pacifismo, altri ancora, per reazione o per convinzione, hanno apertamente sostenuto l’intervento americano, ma coloro che si ritrovano oggi attorno al “Meilleur des Mondes” hanno tutti considerato questo periodo con occhio critico, magari anche si sono trovati in una situazione di rottura. Quale bilancio dobbiamo trarre oggi, nel terzo anniversario della guerra in Irak, al momento in cui la crisi francese non fa che aggravarsi? Questo primo numero è dedicato al Medio Oriente e va da sé che le passioni si sono abbastanza calmate, e la modestia è, se così si può dire, all’altezza dell’ambizione. Da una parte la complessità dei giochi di alleanza, il cinismo dell’Iran, la barbarie di coloro che alcuni in Francia continuano a chiamare dei “resistenti”, dall’altra la profondità insospettata della crisi americana, le informazioni talora disastrose sulla gestione della guerra: i tre anni ora passati hanno distrutto convinzioni radicate e dovrebbero insegnare la prudenza a chiunque desideri riflettere. Così l’inquietante rimonta dei partiti islamici, simbolizzata dalla recente vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi, riduce a scommessa seducente ma pericolosa il progetto americano di democratizzazione del Medio Oriente. Essa non convalida tuttavia il buonismo pacifista e il sogno fumoso di un mondo multipolare – chi se ne ricorda ancora? – incarnati dalla diplomazia francese, per la quale l’indebolimento dell’America avrebbe giovato ad una Europa unita e potente che potrebbe conservare delle relazioni armoniose con il resto del mondo.

Mentre il presidente iraniano Ahmadinejad – sfidando la comunità delle nazioni con una tracotanza che ricorda Hitler, Mussolini o Stalin – minaccia il popolo ebraico di un olocausto nucleare e l’Occidente democratico di una guerra di civiltà, ogni giorno che passa rende più oscuro un avvenire sul quale non sappiamo nulla salvo che ci obbliga ad abbandonare le nostre certezze,

In meno di due decenni il mondo ha conosciuto degli sconvolgimenti tecnologici, economici e politici senza precedenti. Il quadro nel quale sono cresciuti i quarantenni di oggi – quello dello scontro fra due blocchi, comunismo e capitalismo – sembra essere ad una distanza abissale dalle nuove generazioni. Telefoni portatili, internet e canali televisivi satellitari modificano la geografia e la nostra comprensione degli spazi nazionali. Le biotecnologie, il ruolo delle multinazionali nella privatizzazione progressiva dei poteri governativi, la disseminazione delle armi di distruzione di massa e la parallela privatizzazione del terrore, l’emergenza di attori economici e politici nuovi come l’India e soprattutto la Cina permettono appena di intravedere il nuovo e pericoloso XXI secolo.

Durante questo periodo la Francia, con i pugni stretti e la rabbia in cuore, guarda impotente dal bordo della strada passare il treno della mondializzazione. Come stupirsi allora che il nostro paese abbia messo l’Europa su un binario morto a seguito di un referendum sul trattato costituzionale di cui gli avversari, così come certi suoi partigiani, quale il capo dello Stato, rivaleggiavano nella denuncia sia del liberismo che degli “Anglo-Sassoni”?

La crisi politica e istituzionale dell’aprile 2002 e le sue conseguenze – le manifestazioni in “banlieue”, rivelatrici delle profonde fratture sociali e culturali della società francese – è anche una crisi intellettuale. Quantunque la Francia sia stata uno dei principali campi della battaglia ideologica, la fine della guerra fredda non è diventata oggetto di alcuna pedagogia particolare. Nulla sembra voler cambiare. Sotto nuove denominazioni, altermondialismo da una parte, sovranismo dall’altra, i cadaveri delle vecchie ideologie, nazionalista e comunista, continuano a mantenere delle false divisioni. Il liberismo resta la bestia nera responsabile di tutti i mali del pianeta. E gli ultimi professionisti dell’anatema riprendono una linguaggio staliniano che, non molto tempo fa, trascinava nel fango Panait Istrati, George Orwell, Arthur Koestler, Simon Leys o Danilo Kis, i “neoreac” della loro epoca, Per piccola che possa essere la parte che gli intellettuali, nei periodi difficili, si trovino a svolgere, noi vorremmo difendere una cultura capace di interrogare la complessità contemporanea, senza dissimulare necessariamente le nostre proprie contraddizioni ed esitazioni.

Ecco perché, in omaggio a Aldous Huxley, “Le Meilleur des Mondes” cerca di esprimere con questo titolo insieme la sua ambizione e la sua modestia: antiutopica, contro tutti i migliori dei mondi imposti, all’ascolto del migliore dei mondi possibili – il solo che ci sia –.

Oliver Rubinstein

direttore

(traduzione a cura di Guido Fubini)